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12 aprile 2026 - Aggiornato alle 20:47
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LE ELEZIONI

Ungheria, il giorno che può chiudere l’era Orbán: affluenza record, urne piene, Europa con il fiato sospeso

A Budapest e nelle province si è votato come se il Paese dovesse scegliere non solo un governo, ma la propria direzione storica

12 Aprile 2026, 19:29

19:30

Ungheria, il giorno che può chiudere l’era Orbán: affluenza record, urne piene, Europa con il fiato sospeso

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Si sono chiusi i seggi per le elezioni politiche in Ungheria che decideranno il futuro politico del paese e anche la sua collocazione internazionale. Alle 18:30, l'ufficio elettorale nazionale ha indicato un’affluenza del 77,8%. A contendersi la vittoria da un lato il premier uscente Viktor Orban e il suo partito Fidesz (al potere da 16 anni) e il conservatore Péter Magyar con la lista Tisza che è riuscito a capitalizzare attorno a sè tutti i delusi dal primo ministro uscente.

Un voto molto seguito da Bruxelles per sapere se continuerà la stagione dei veti di Orban oppure se si potrà riprendere un dialogo in caso di vittoria di Magyar. Nelle ultime settimane, diversi leader mondiali si erano spesi a sostegno di Orban in difficoltà nei sondaggi indipendenti. Tra questi il presidente americano Donald Trump, il suo vice J D Vance (volato a Budapest per un comizio), la leader del Rassemblement National Marine Le Pen, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, la presidente del consiglio Giorgia Meloni e il vicepremier Matteo Salvini.

L'affluenza record,  già superiore all’intera partecipazione delle legislative del 2022 — fermatasi attorno al 69,5% — dice più di molte dichiarazioni di partito: racconta un Paese mobilitato, nervoso, polarizzato, consapevole che questa domenica  potrebbe entrare nella sua storia politica come il giorno in cui il sistema costruito da Viktor Orbán ha resistito ancora, oppure ha cominciato davvero a cedere.

Questa elezione è considerata da osservatori, analisti e media internazionali come una delle più importanti in Europa nel 2026, perché mette seriamente in discussione i 16 anni di governo di Orbán, il leader che più di ogni altro, dentro l’Unione europea, ha incarnato il modello di democrazia illiberale, lo scontro permanente con Bruxelles, la centralizzazione del potere e una postura ambigua — per i critici, troppo accomodante — verso la Russia di Vladimir Putin.

Dall’altra parte c’è Péter Magyar, 45 anni, ex uomo dell’area di potere vicina a Fidesz e oggi leader di Tisza, il partito che negli ultimi due anni è diventato il contenitore più credibile dell’opposizione. Per tutta la giornata ha continuato a lanciare un messaggio semplice e insieme potentissimo: andare a votare, perché “ogni voto conta”. In un sistema politico che per oltre un decennio ha dato l’impressione di essere quasi impermeabile al ricambio, la sua campagna ha provato a trasformare il voto in un referendum sulla rotta del Paese: continuare con Orbán o riportare l’Ungheria più vicino al baricentro politico dell’Europa.