LE ELEZIONI
L'Ungheria volta pagina: Magyar vince, Orban ammette la sconfitta. «Risultato chiaro e doloroso»
Sedici anni di potere spazzati via da un'affluenza record: quasi il 78% degli ungheresi alle urne. Il leader di Tisza corre verso la supermaggioranza dei due terzi
La telefonata è arrivata mentre lo spoglio era ancora in corso, ma il verdetto era già scritto. Viktor Orban si è congratulato con Peter Magyar per la vittoria, definendo il risultato «chiaro e doloroso». Con quella chiamata si è chiusa un'era: sedici anni di potere ininterrotto, un sistema costruito mattone su mattone intorno a un uomo solo, dissolto in una notte elettorale che passerà alla storia.
Con oltre la metà delle schede scrutinate, il partito Tisza di Magyar si avvia a conquistare 136 seggi — tre in più della soglia dei due terzi necessaria per modificare la Costituzione. Fidesz di Orban si fermerebbe a 56 seggi. Numeri che non lasciano spazio a interpretazioni.
La vittoria è figlia di una mobilitazione senza precedenti. L'affluenza ha sfiorato il 78%, superando ampiamente il precedente record complessivo delle elezioni del 2002 e persino quello storico del 1990, quando alle prime elezioni libere dopo la caduta del Muro di Berlino si recò alle urne il 65% degli ungheresi. Un popolo che ha scelto di uscire di casa, e lo ha fatto sapendo cosa voleva dire.
«Grazie Ungheria», ha scritto Magyar sui social, prima ancora di annunciare la resa del premier. Un uomo che fino a due anni fa era praticamente invisibile sulla scena politica nazionale.
Chi è l'uomo che ha battuto il sistema
Appesa nella sua stanza da bambino c'era una foto di Viktor Orban. Non l'avversario che avrebbe dominato l'Ungheria per sedici anni, ma il giovane avvocato che nel 1989 chiedeva il ritiro delle truppe sovietiche — simbolo di una stagione che prometteva libertà e futuro. Peter Magyar aveva nove anni quando il comunismo crollò. Oggi è lui a cambiare il corso del Paese.
Nato nel 1981 da una famiglia di giuristi, ha studiato legge e lavorato per il ministero degli Esteri, poi per l'ufficio del primo ministro a Bruxelles, per passare in seguito a una banca statale. Nel 2006 ha sposato Judit Varga, destinata a diventare ministra della Giustizia di Orban. Un percorso dentro il sistema, non ai suoi margini. I vertici di Fidesz lo consideravano troppo autonomo, difficile da imbrigliare. Così era rimasto nell'ombra: ruoli tecnici, incarichi in aziende pubbliche, lo spin doctor discreto di una moglie con più potere di lui.
La rottura personale ha anticipato quella politica. Il matrimonio finisce nel 2023. Poi arriva lo scandalo che spacca la narrazione etica del partito: la grazia concessa a un uomo coinvolto in una vicenda di abusi sessuali su minori travolge Varga e apre una breccia nel sistema. Magyar decide di entrarci. Un'intervista senza filtri al canale Partizan, accuse frontali di corruzione e abusi, milioni di visualizzazioni nel giro di ore. Nel giro di poche settimane fonda Tisza — dal Tibisco, il fiume che attraversa la vasta pianura ungherese. Appena quattro mesi dopo, alle elezioni Europee, sfiora il 30%. Un terremoto.
Da lì la costruzione paziente di una macchina politica dal basso: decine di migliaia di volontari, le cosiddette «isole Tisza», una campagna quartiere per quartiere. Magyar parla agli ungheresi con quello che lui stesso chiama «il linguaggio dell'umanità»: intercetta l'elettorato urbano e progressista, tiene insieme patriottismo e critica al sistema, sovranità e apertura all'Europa. Qualcuno lo ha definito un «baby Orban», sfuggente, non troppo distante da alcune politiche del premier che combatte. Le ombre ci sono, e non si sono dissolte del tutto. Ma il suo punto di forza è stato il tempo: è arrivato al cospetto di un'Ungheria pronta a voltare pagina.
Adesso promette di sbloccare i fondi Ue — un pacchetto di aiuti da circa 90 miliardi di euro per l'Ucraina bloccato dalle politiche di Orban — di rilanciare l'economia, combattere la corruzione e ridurre la dipendenza dalla Russia, ma senza strappi. Da Bruxelles, Ursula von der Leyen ha commentato: «Stasera il cuore dell'Europa batte più forte in Ungheria».
Orban, stamattina, aveva detto ai giornalisti che non sarebbe stata la sua ultima elezione. La sera gli ha dato torto.