LA GUERRA
Hormuz, gli Usa decidono chi passa e chi no: il blocco selettivo che cambia tutto
Washington promette il passaggio alle navi dirette verso scali non iraniani, ma dietro l’annuncio del Comando centrale Usa si apre una partita molto più ampia
A volte la geopolitica si restringe fino a diventare una lama d'acqua. Nel suo punto più sensibile, lo Stretto di Hormuz è un passaggio obbligato per una quota enorme dell'energia che alimenta industrie, trasporti e case in mezzo mondo. E proprio su quel corridoio, nelle ore in cui la diplomazia tra Washington e Teheran ha mostrato di non produrre un accordo, è arrivato un annuncio destinato a pesare ben oltre il Golfo.
Il Comando centrale americano ha precisato che il transito nello Stretto sarà autorizzato alle navi da e per porti non iraniani, mentre resta nel mirino il traffico legato agli scali della Repubblica islamica. Detta così può sembrare una puntualizzazione tecnica. Non lo è: è un messaggio politico e militare di prima grandezza.
Cosa ha annunciato davvero Washington
I colloqui di cessate il fuoco svoltisi in Pakistan si sono chiusi senza accordo nelle prime ore di domenica 12 aprile 2026, lasciando aperti interrogativi sulla tregua in scadenza il 22 aprile. In questo contesto, Trump ha annunciato che la US Navy avrebbe avviato un blocco per impedire alle navi di entrare o uscire dai porti iraniani attraverso Hormuz. Il CENTCOM ha poi aggiunto il dettaglio essenziale: il traffico non iraniano non verrà fermato.
Un conto è una chiusura totale dello stretto, con effetti sistemici immediati su petrolio, gas e assicurazioni marittime. Un altro è una misura selettiva che punta a pressare Teheran cercando di contenere il panico sui mercati. È una distinzione che interessa direttamente armatori, trader, governi importatori e compagnie energetiche.
Perché Hormuz conta così tanto
Nel 2024 attraverso Hormuz sono transitati circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti petroliferi: circa il 27% del commercio marittimo mondiale di petrolio e il 20% dei consumi globali. Per il GNL la quota arriva al 22% del commercio mondiale. Paesi come Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Qatar ed Emirati dipendono quasi completamente da questa rotta. Le alternative esistono ma sono limitate.
Secondo la US Energy Information Administration, Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati, Qatar e Bahrain hanno già fermato complessivamente 7,5 milioni di barili al giorno di produzione in marzo. Il Brent ha mediato 103 dollari al barile e potrebbe toccare i 115 nel secondo trimestre del 2026.
La mossa americana: isolare Teheran senza spaventare i mercati
L'11 aprile il CENTCOM aveva già annunciato una missione per la bonifica di mine nello stretto, con due cacciatorpediniere — la USS Frank E. Peterson e la USS Michael Murphy — impegnate a definire un corridoio di passaggio sicuro da condividere con l'industria marittima.
Sul piano politico, la logica è chiara: sottrarre a Teheran la rendita strategica dello stretto e far ricadere i costi dell'escalation sull'economia iraniana. Il blocco selettivo potrebbe togliere dal mercato circa 2 milioni di barili al giorno di petrolio iraniano. Il messaggio ai partner del Golfo è speculare: non intendiamo chiudere l'arteria energetica globale, ma ripristinare una circolazione controllata.
Il problema è che la selettività è più facile da enunciare che da applicare sul mare. Verificare destinazioni effettive, natura dei carichi, triangolazioni commerciali e cambi di bandiera non è mai lineare. Ogni ispezione o fermo impone tempi, rischi e potenziali incidenti diplomatici.
Cosa cambia per l'Italia
L'Italia non dipende direttamente da Hormuz come alcune economie asiatiche, ma sarebbe ingenuo pensare di poterne restare al riparo. Un aumento strutturale del prezzo del greggio e del GNL si trasmette ai costi industriali, ai carburanti e all'inflazione energetica europea. La IEA ha parlato apertamente della più grande interruzione di fornitura nella storia del mercato petrolifero globale e ha attivato misure collettive di emergenza l'11 marzo 2026.
Ciò che accade a Hormuz non resta a Hormuz. Si trasferisce nei costi della logistica, nei mercati dell'energia e nella vulnerabilità delle catene di approvvigionamento. Per questo anche un'apparente sfumatura lessicale — "le navi per porti non iraniani potranno passare" — vale come notizia. In tempi normali sarebbe burocrazia navale. In tempi come questi misura il margine ancora disponibile tra guerra aperta e gestione controllata del rischio.