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13 aprile 2026 - Aggiornato alle 11:59
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il conflitto

Venti di guerra nel Golfo: falliti colloqui di pace ora gli Usa giocano la carta dell'assedio marittimo all'Iran

Il Pentagono chiude l'accesso agli scali di Teheran ma mantiene aperto lo Stretto. I Pasdaran promettono battaglia: "Chi si avvicina alle nostre coste viola la tregua"

13 Aprile 2026, 07:09

08:17

 Venti di guerra nel Golfo: falliti colloqui di pace ora gli Usa giocano la carta dell'assedio marittimo all'Iran

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L’ombra di una nuova e pericolosa escalation militare ed economica si allunga sul Medio Oriente, alimentata da una dimostrazione di forza navale che sta agitando i mercati mondiali. Dal 13 aprile 2026 il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha reso noto l’avvio di un blocco marittimo mirato contro l’Iran, vietando “tutto il traffico marittimo in entrata e in uscita dai porti iraniani”.

Non si tratta, però, della temuta chiusura totale dello Stretto di Hormuz: la navigazione resterà formalmente consentita per le imbarcazioni dirette verso scali non iraniani. La mossa, più calibrata rispetto alle iniziali minacce di paralizzare l’intero corridoio marittimo, mira a soffocare economicamente e militarmente Teheran senza compromettere i rapporti con i Paesi del Golfo e con i principali partner commerciali.

La scelta di Washington è maturata rapidamente dopo il clamoroso fallimento dei colloqui di Islamabad, in Pakistan, dove emissari statunitensi e iraniani non sono riusciti a raggiungere un’intesa. L’amministrazione di Donald Trump ha deciso di accantonare, almeno temporaneamente, la via diplomatica in favore di una pressione coercitiva, ritenendo che la leva negoziale richieda ora una prova di forza concreta e non soltanto retorica.

Teheran ha risposto combinando disprezzo pubblico e massima allerta. Pur bollando le minacce americane come “ridicole”, le autorità iraniane e i Pasdaran hanno avvertito che qualsiasi unità navale in avvicinamento alle aree soggette al cessate il fuoco potrebbe essere considerata una violazione della tregua. In questo quadro, l’interdizione statunitense rischia di trasformarsi da misura amministrativa in atto ostile, con la prospettiva di uno scontro armato imminente.

L’obiettivo di Washington è duplice: infliggere un danno economico immediato all’Iran e neutralizzare la sua capacità di utilizzare il controllo di Hormuz come strumento di ricatto strategico.

Per ora, il teatro principale è quello finanziario. Lo Stretto di Hormuz rappresenta un imbuto vitale attraverso cui, prima della crisi, transitavano circa 20 milioni di barili di greggio al giorno, pari al 20% dei consumi globali. L’incertezza operativa ha spinto i mercati a reagire: il Brent, già balzato dai 70 dollari del periodo prebellico a oltre 119 dollari al barile nelle fasi più tese del conflitto, ha ripreso la sua corsa. Le economie asiatiche — e la Cina in particolare — risultano le più esposte allo shock, con la prevedibile conseguenza di nuove pressioni diplomatiche per salvaguardare gli approvvigionamenti energetici.

Sul piano pratico, sebbene il passaggio rimanga aperto, il timore di errori di identificazione, l’impennata dei premi assicurativi e i controlli ravvicinati rischiano di paralizzare comunque le principali rotte commerciali. In una regione già al limite, il pericolo maggiore non risiede più nei grandi annunci, ma nell’incidente imprevisto — un drone abbattuto, una motovedetta fuori controllo, una manovra mal interpretata — capace di far precipitare la situazione.