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L'ultimo delirio di Trump contro Leone: "Se io non fossi il presidente, tu non saresti Papa"
In un mix di narcisismo politico e narrazione di dominio assoluto, il tycoon rivendica di essere stato eletto "in a landslide" e si spinge a dichiarare che i cardinali avrebbero scelto un pontefice statunitense proprio con il preciso scopo di "trattare con Donald J. Trump"
Il 12 aprile 2026 si è consumata una frattura senza precedenti tra la Casa Bianca e il Vaticano.
Da un lato Donald Trump, che con un post al vetriolo su Truth Social ha accusato Papa Leone XIV di essere “debole sul crimine” e “terribile in politica estera”.

Dall’altro, il primo pontefice statunitense della storia, deciso a non rispondere con la retorica dei social ma con appelli morali e vegliе di preghiera.
Il casus belli è la crisi in Medio Oriente. Il 7 aprile, Leone XIV aveva definito “davvero inaccettabile” la minaccia rivolta all’intero popolo iraniano, condannando con fermezza possibili attacchi a infrastrutture civili e richiamando i capi di Stato alla responsabilità.
Pochi giorni dopo, l’11 aprile, ha convocato in piazza San Pietro diecimila fedeli per una veglia, esortando i leader a non sedersi “al tavolo dove si pianificano il riarmo e azioni mortali”.
La reazione del presidente non si è fatta attendere: in uno sfogo che intreccia politica interna ed estera, Trump ha allargato il mirino anche al Venezuela e ha accusato il Papa di criticarlo mentre lui, forte di un’elezione vinta “in a landslide”, starebbe semplicemente eseguendo il mandato degli elettori.
A rendere questo braccio di ferro un unicum è l’incursione personale e l’uso identitario della religione.
Il presidente si è spinto a rivendicare una surreale paternità sull’elezione pontificia, sostenendo che il conclave avrebbe scelto un Papa americano proprio “per trattare con Donald J. Trump”.
A ciò ha aggiunto un espediente politico spregiudicato: lo sfruttamento delle dinamiche familiari.
Trump ha infatti elogiato il fratello maggiore del pontefice, Louis Prevost, definendolo “totalmente MAGA”, per sottolineare la presunta estraneità del Santo Padre alla “vera America” e screditarlo agli occhi del suo elettorato.
Eletto il 8 maggio 2025, Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost, vanta un solido passato da missionario e vescovo in Perù: una biografia che sfugge a qualsiasi lettura nazionalista.
Il capo della Casa Bianca, tuttavia, tratta il pontefice come un agguerrito avversario politico domestico, insofferente verso un’autorità morale autonoma che osa criticare le decisioni dell’esecutivo.
La visione muscolare del leader repubblicano, fondata su deterrenza e forza assoluta, collide frontalmente con il richiamo del Papa al negoziato e alla tutela dei civili, interpretato dal presidente come un imperdonabile segno di debolezza.
È improbabile che la Santa Sede alimenti lo scontro diretto. Ma il danno politico, nel già frammentato cattolicesimo statunitense, appare compiuto: il rischio concreto è trascinare il vertice di 1,4 miliardi di fedeli dentro la feroce guerra culturale americana.
Resta un contrasto antropologico insanabile tra due leadership: da un lato chi misura il potere esclusivamente nel consenso e nella forza bruta; dall’altro chi oppone la logica disarmante della diplomazia e del dialogo.