Europa
Von der Leyen lancia l’allarme su Hormuz: perché la crisi del Golfo può colpire energia, inflazione e strategia europea
Da Canberra alla rotta più delicata del pianeta: il monito della presidente della Commissione Ue
Un tratto di mare largo poche decine di chilometri può far tremare mercati, governi e famiglie a migliaia di chilometri di distanza. Lo Stretto di Hormuz, passaggio tra Iran e Oman, non è soltanto una rotta marittima: è una delle valvole vitali dell’economia mondiale.
Quando Ursula Von der Leyen, intervenendo da Canberra, lo ha definito un nodo ormai “inaccettabile” per la sicurezza della navigazione e ha parlato di situazione “critica” per le forniture energetiche globali, non ha usato una formula di rito. Ha descritto un rischio concreto: l’eventualità che una tensione regionale si trasformi rapidamente in un nuovo shock per l’Europa, già provata da guerra, inflazione energetica e fragilità delle catene di approvvigionamento.
Le sue dichiarazioni sono arrivate in un contesto politico significativo. Nella capitale australiana, la presidente della Commissione europea ha incontrato il primo ministro Anthony Albanese in una giornata segnata dall’avanzamento del rapporto strategico tra Unione europea e Australia: dalla conclusione del testo finale dell’accordo di libero scambio alla nuova partnership su sicurezza e difesa, con cooperazione su sicurezza marittima, cyber, contrasto alle minacce ibride e resilienza economica. È in questo quadro che il messaggio su Hormuz assume rilievo ulteriore: l’emergenza energetica non è più solo questione di petrolio o gas, ma un dossier pienamente geopolitico, che intreccia commercio, rotte, difesa e autonomia strategica.
Che cosa ha detto davvero Von der Leyen
Nel passaggio più incisivo della conferenza stampa congiunta, Von der Leyen ha espresso “estrema preoccupazione” per l’evoluzione della crisi in Medio Oriente, chiedendo all’Iran di interrompere gli attacchi alle infrastrutture energetiche, ai Paesi vicini e ogni tentativo di bloccare lo Stretto di Hormuz. Ha ribadito che una chiusura del passaggio è “inaccettabile” e che la “libertà di navigazione” resta un principio fondamentale del diritto internazionale.
Il cuore politico del messaggio è in un’altra affermazione: la presidente ha definito “critica” la situazione delle forniture energetiche mondiali e ha insistito sulla necessità di una “soluzione negoziale” per giungere alla “fine del conflitto”. Una posizione che combina la condanna del blocco con il rifiuto di una deriva esclusivamente militare della crisi.
Dietro questa scelta di parole c’è un’esperienza recente. L’Unione europea ha imparato che un’emergenza energetica non resta confinata ai terminal portuali o ai future sulle materie prime. È accaduto con il gas russo nel 2022; oggi il timore è che un nuovo shock, questa volta legato al Golfo, contagi prezzi industriali, costi di trasporto, bollette, inflazione e competitività manifatturiera. In sostanza, Bruxelles tenta di evitare che una guerra regionale degeneri nell’ennesima crisi sistemica per un continente che sta ancora ricostruendo i propri equilibri energetici.
Una lettura coerente con la linea dell’Agenzia internazionale dell’energia, che ha definito l’attuale perturbazione dei flussi attraverso Hormuz la “più grande interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero globale”.
Perché Hormuz conta così tanto
La portata dell’allarme è nei numeri. Secondo la U.S. Energy Information Administration, nello Stretto di Hormuz sono transitati nel 2024 circa 20,7 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti petroliferi; nella prima metà del 2025 il volume è salito a circa 20,9 milioni. Si tratta di oltre un quarto del commercio marittimo mondiale di petrolio e di circa un quinto dell’offerta globale complessiva. In altri termini: pochissimi luoghi al mondo hanno un impatto così diretto su prezzi, approvvigionamenti e aspettative dei mercati.