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13 aprile 2026 - Aggiornato alle 15:54
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L'America vuole i nostri dragamine per "liberare" Hormuz, ma l'Italia frena: "Non entriamo in guerra"

Washington chiede i nostri cacciamine per sbloccare lo stretto, ma il governo Meloni teme l'escalation con l'Iran ed esige un mandato ONU

13 Aprile 2026, 13:55

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L'America vuole i nostri dragamine per "liberare" Hormuz, ma l'Italia frena: "Non entriamo in guerra"

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Nel delicato scacchiere dello Stretto di Hormuz, è sufficiente il sospetto della posa di poche mine per mettere in ginocchio il traffico marittimo globale e allarmare i governi.

Di fronte a una chiusura di fatto del corridoio e alla crescente escalation con Teheran, Washington ha sollecitato un ristretto gruppo di alleati, tra cui l’Italia, a dispiegare unità specializzate — dragamine e cacciamine — per ripulire le acque.

Questa richiesta mette in luce un limite strutturale degli Stati Uniti: la U.S. Navy attraversa una fase di transizione e, dopo aver ritirato in Bahrein le ultime unità della classe Avenger nel settembre 2025, non dispone oggi di capacità autonome per garantire in tempi rapidi lo sminamento dei fondali.

In questo contesto, il contributo italiano è considerato decisivo grazie all’eccellenza tecnologica della Marina Militare. Le navi delle classi Lerici e Gaeta rappresentano piattaforme altamente specializzate, progettate con firme magnetiche e acustiche ridotte, dotate di sonar a profondità variabile e di veicoli subacquei filoguidati.

L’operazione prospettata non è una guerra d’urto, bensì un vero e proprio “lavoro di chirurgia navale” che gli equipaggi italiani, riconosciuti a livello internazionale per perizia e affidabilità, sanno condurre con grande efficacia.

A rendere la questione urgente è la posta economica. Dallo Stretto di Hormuz transita il 20% del commercio mondiale di gas naturale liquefatto e circa 20,9 milioni di barili di petrolio al giorno.

Il 10 marzo 2026 la Farnesina ha lanciato un severo allarme, segnalando il passaggio di “poche navi al giorno”, mentre nel solo mese di marzo si è stimato il blocco di 7,5 milioni di barili quotidiani. Una chiusura protratta minaccia la stabilità delle forniture, incide sui prezzi dell’energia e rischia di innescare una dinamica inflattiva di natura sistemica.

Nonostante l’impatto potenziale sull’economia, il governo guidato da Giorgia Meloni frena, temendo un trascinamento in un confronto aperto con l’Iran. Esponenti di primo piano come il vicepremier Matteo Salvini e il ministro degli Esteri Antonio Tajani hanno subordinato qualsiasi invio di unità a una cornice multilaterale e a un chiaro mandato delle Nazioni Unite.

La preoccupazione di Roma è soprattutto operativa: per effettuare la bonifica, un cacciamine deve avanzare lentamente, riducendo la manovrabilità e trasformandosi in un bersaglio altamente vulnerabile per droni e missili costieri. Inviare queste piattaforme significherebbe assottigliare pericolosamente il confine tra missione difensiva e obiettivo strategico. L’Italia si trova così incastrata in una strettoia diplomatica: affermare con lucidità la tutela della libertà di navigazione senza però esporre i propri marinai al rischio di un’escalation priva di adeguate garanzie.