l'inchiesta
Ucciso davanti al figlio per un rimprovero, l'indagine si allarga: sono cinque gli indagati, tre i minori
In piazza Felice Palma un richiamo a smettere di lanciare bottiglie si è trasformato in una violenza mortale
Non era il frastuono della movida, ma il colpo secco del vetro contro una vetrina, nel cuore di Massa, poco dopo la mezzanotte. Secondo le prime ricostruzioni, da quel gesto sconsiderato si sarebbe innescata una sequenza fulminea: il richiamo, la tensione, l’aggressione, la caduta, il sangue sull’asfalto. E infine la morte di Giacomo Bongiorni, 47 anni, padre di famiglia, colpito davanti al figlio di 11 anni e alla compagna in una delle aree più frequentate del centro. Da questa scena, brutale e rapidissima, prende le mosse un’indagine per “omicidio volontario” e il trauma di una comunità che si è svegliata con la sensazione di avere oltrepassato una soglia.
Il lavoro dei carabinieri, supportato dall’analisi dei filmati di videosorveglianza e dalle deposizioni raccolte nella notte e all’alba, ha portato a una prima svolta. Sono stati eseguiti tre fermi: due riguardano giovani maggiorenni di 19 e 23 anni, di nazionalità romena; il terzo un italiano di 17 anni. L’accusa contestata è “concorso in omicidio volontario”. Le verifiche non si fermano e risultano ora iscritti nel registro degli indagati anche altri due minori italiani, di 16 e 17 anni. Il fascicolo è coordinato dalla Procura della Repubblica di Massa insieme alla Procura per i minorenni di Genova, competente per i profili che riguardano gli under 18.
Una sequenza di pochi istanti, ancora da definire in ogni dettaglio
Il contesto generale appare nitido; più complesso è fissare con assoluta precisione la dinamica di ogni colpo e il nesso causale tra la caduta e il decesso. Bongiorni era in centro con la compagna, il figlio, il cognato e alcuni amici. Diversi resoconti concordano sul fatto che un gruppo di ragazzi, alcuni presumibilmente in stato di ebbrezza secondo i testimoni, avrebbe iniziato a scagliare bottiglie e bicchieri contro la vetrina di un negozio in piazza Felice Palma. A richiamarli sarebbero stati prima il cognato della vittima e poi lo stesso Bongiorni, nel tentativo di far cessare quel comportamento. Da lì la situazione sarebbe degenerata. Su questo snodo si concentrano gli accertamenti più delicati. Una parte della ricostruzione, riportata da più fonti, attribuisce al 17enne fermato il pugno che avrebbe fatto cadere a terra la vittima; successivamente, i due maggiorenni l’avrebbero colpita mentre era già a terra, anche con almeno un calcio. È un punto cruciale, da cui dipendono non solo le singole responsabilità, ma anche la qualificazione giuridica finale delle condotte. Alcune testimonianze, incluso il racconto della compagna, insistono sull’ipotesi di un pestaggio proseguito con l’uomo inerme; l’autopsia e gli esami medico-legali dovranno stabilire se il decesso sia dipeso esclusivamente dall’impatto della testa sull’asfalto oppure anche dai colpi successivi. In questa fase, ogni affermazione perentoria sarebbe inappropriata.
Il lato umano, che i verbali faticano a restituire
Il figlio undicenne di Bongiorni ha assistito alla scena: non avrebbe riportato lesioni, ma è stato soccorso in stato di profondo choc. Anche il cognato della vittima è finito in ospedale, con lesioni rilevanti e fratture che hanno richiesto osservazione. Intorno, clienti dei locali, passanti, testimoni che hanno visto almeno una parte dell’aggressione. Non si è trattato di un episodio consumato nel buio o nell’isolamento: la violenza è esplosa in uno spazio urbano centrale, sorvegliato e affollato. Anche questo ha amplificato lo sconcerto cittadino. Le telecamere, infatti, si sono rivelate decisive sin dalle prime ore. I carabinieri hanno rintracciato e accompagnato in caserma numerosi giovani presenti in quel momento; secondo Repubblica, una ventina di ragazzi sarebbero stati identificati o ascoltati nell’ambito delle verifiche. È attraverso il paziente lavoro di ricostruzione — filmati, orari, spostamenti, testimonianze incrociate — che si cerca di distinguere chi abbia partecipato direttamente all’aggressione mortale, chi abbia avuto un ruolo marginale e chi, invece, fosse solo presente. Un’indagine di questo tipo impone prudenza: la mera prossimità ai fatti non equivale automaticamente a una responsabilità penale.