L'approfondimento
Dalla geopolitica al teatro social: Trump sta spostando l’attenzione dal Golfo?
La comunicazione virale del presidente degli Stati Uniti analizzata seguendo la tempistica dei suoi interventi
C’è un’immagine che, più di molte analisi, racconta il momento politico americano: mentre nel Golfo Persico si addensano navi militari, mine, minacce incrociate e il rischio concreto di uno shock energetico globale, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sceglie di occupare lo spazio pubblico con un’altra scena, molto diversa e infinitamente più rumorosa: un attacco frontale a Papa Leone XIV su Truth Social, seguito da contenuti generati con l’intelligenza artificiale che lo raffigurano in chiave messianica, come un guaritore, quasi una figura cristologica. È il cortocircuito perfetto tra crisi internazionale e spettacolo digitale.
Ma ora la domanda è: a cosa serve tutto questo? Questa escalation serve anche a spostare l’attenzione dall’impasse sui dossier più urgenti, a partire dal Golfo? Non esiste una prova documentale per rispondere in un modo o nell'altro a questa domanda. Ma la coincidenza dei tempi, la gerarchia delle emergenze e la logica ormai consolidata della sua comunicazione autorizzano almeno ad avere dei dubbi. E quindi una verifica, guardando i fatti, merita di essere fatta.
Dal rosario per la pace alla rissa digitale
Il 11 aprile 2026, durante la Veglia di preghiera per la pace, Papa Leone XIV ha denunciato quella che ha definito una sorta di “delirio di onnipotenza” capace di rendere il mondo “sempre più imprevedibile e aggressivo”. Non era una polemica personale con il presidente americano: era un richiamo teologico e politico contro la logica dell’escalation militare, nel pieno delle tensioni legate alla guerra con l’Iran e alla crisi dello Stretto di Hormuz.
Il giorno dopo, il 12 aprile, Trump reagisce con un lungo post su Truth Social. Accusa Leone XIV di essere “WEAK on Crime” e “terrible for foreign policy”, lo rimprovera per le sue posizioni sulla guerra e arriva persino a rivendicare, con il consueto stile iperbolico, un ruolo indiretto nella sua stessa elezione al soglio pontificio. Poco dopo arriva l’altro tassello: l’immagine AI in cui il presidente viene rappresentato come una figura salvifica, tra aura religiosa e autorappresentazione miracolistica.
Il 13 aprile, mentre infuria la polemica globale sullo scontro con il Papa, gli Stati Uniti danno però avvio a un passaggio ben più pesante: il blocco navale dei porti iraniani annunciato da Trump, con entrata in vigore alle 10 del mattino Eastern Time, secondo quanto riportato da CENTCOM e riferito da AP e Axios. In altre parole, nel momento in cui l’opinione pubblica occidentale discute del meme, del sacrilegio, della provocazione e del rapporto tra Casa Bianca e Vaticano, sul terreno strategico si alza ulteriormente la posta nel Golfo.
Il dossier che scotta davvero
Per capire la portata di questo slittamento dell’attenzione bisogna guardare ai numeri. Lo Stretto di Hormuz non è un punto qualsiasi della mappa: secondo dati richiamati da UN Trade and Development e da analisi economiche internazionali, da lì passa circa il 20-25% del commercio mondiale di petrolio via mare e una quota cruciale del GNL globale. Quando quella rotta entra in crisi, non si muovono soltanto le flotte: si muovono i prezzi, le aspettative inflazionistiche, la sicurezza energetica di Europa e Asia, la tenuta politica di molti governi importatori.
Le trattative di Islamabad dell’11 e 12 aprile 2026, che avrebbero dovuto consolidare la fragile tregua con l’Iran, non hanno prodotto l’accordo sperato. AP riferisce che il confronto si è incagliato proprio mentre Pakistan tentava una mediazione supplementare; Axios aggiunge che i mediatori sperano ancora in un nuovo round prima della scadenza del cessate il fuoco il 21 aprile. Ma, proprio per l’assenza di un’intesa, la Casa Bianca ha scelto di passare alla pressione militare sul mare. È un segnale di impasse, non di soluzione.
Non solo. L’Associated Press sottolinea che il blocco rischia di far ripartire le ostilità e lascia aperti dubbi pesanti: quale sia la base giuridica internazionale dell’operazione, se l’Iran reagirà colpendo asset regionali, se la misura riuscirà davvero a riaprire il traffico senza allargare il conflitto. Sono domande enormi. Eppure, nel dibattito pubblico di queste ore, il riflettore è finito soprattutto sulla sfida simbolica a Leone XIV e sulla postura “sacrale” di Trump sui social.
Che cosa rischia di restare sullo sfondo
Il primo tema oscurato è la sostanza del negoziato con Teheran. Se davvero la tregua resta appesa a un nuovo possibile round mediato da Islamabad, il nodo non è lo scontro tra un presidente e un Papa, ma la distanza ancora esistente su sicurezza regionale, programma nucleare iraniano, libertà di navigazione e garanzie reciproche. Ogni giorno perso in propaganda è un giorno in cui il margine di incidente militare si amplia.
Il secondo tema è economico. Quando l’AP scrive che il blocco potrebbe spingere ancora i prezzi e creare nuove turbolenze, non sta descrivendo un effetto secondario: sta indicando il cuore della questione. Se il Golfo resta instabile, la crisi non rimane nel Golfo. Arriva nelle bollette, nei costi industriali, nei trasporti, nelle catene logistiche.
Il terzo tema è diplomatico. Lo scontro con Leone XIV apre un fronte superfluo con una figura che rappresenta non solo il vertice della Chiesa cattolica, ma anche un’autorità morale ascoltata da 1,4 miliardi di fedeli nel mondo, oltre che un soggetto diplomatico attivo.
Ma c’è forse un punto ancora più profondo. Lo scontro con Papa Leone XIV non è soltanto una possibile distrazione: è anche il sintomo di una difficoltà politica. Quando la geopolitica non consegna vittorie nette, quando i negoziati non chiudono, quando il Golfo resta una polveriera e il costo dell’escalation può diventare interno oltre che internazionale, allora la politica trumpiana tende a rifugiarsi nel territorio che controlla meglio: la rappresentazione di sé, l’iperbole, il nemico simbolico, il post che incendia e polarizza. In questo senso il “teatro social” non copre semplicemente l’impasse: la rivela.
Alla fine, dunque, la risposta alla domanda iniziale potrebbe essere duplice. Nei fatti Trump sta spostando l’attenzione dal Golfo: non perché il Golfo scompaia, ma perché viene schiacciato sotto una narrazione più semplice, più incendiaria e più personale. Però questo spostamento non cancella l’impasse: la rende solo meno visibile per qualche ora, forse per qualche giorno. Le petroliere, le mine, i colloqui falliti e le minacce reciproche restano dov’erano. E continuano a contare più di qualsiasi meme messianico.