il caso
Magyar stacca la spina alla TV di Orbán: la resa dei conti va in diretta nazionale
Il neo-premier sospende i notiziari di Stato per fermare la "macchina delle menzogne". Al via la rifondazione dell'informazione pubblica sul modello BBC
Scena da evento epocale: l’uomo che ha appena smantellato l’architettura di potere eretta in sedici anni da Viktor Orbán entra negli studi della televisione pubblica non per celebrarsi, ma per annunciare lo stop all’intero apparato informativo statale.
Péter Magyar, leader di Tisza e premier designato dell’Ungheria, ha scelto un bersaglio immediato e dirompente: la propaganda governativa. Il trionfo elettorale del 12 aprile 2026 ha assunto i contorni del plebiscito: con un’affluenza prossima all’80%, Tisza ha ottenuto il 53,6% dei voti e 138 seggi su 199, assicurandosi la maggioranza qualificata dei due terzi.
Ma la prova decisiva per archiviare l’era della “democrazia illiberale” non si consumerà soltanto in Aula: si giocherà sul terreno del controllo della narrazione pubblica. Magyar ha rivolto un atto d’accusa senza precedenti: per anni radio e tv di Stato hanno diffuso menzogne, alimentato paure e praticato militanza politica. La risposta annunciata è radicale e inedita in Europa: sospendere temporaneamente i notiziari dei media pubblici per avviare una “bonifica” democratica, in attesa di una nuova legge sull’informazione e dell’istituzione di un’autorità di garanzia indipendente. L’obiettivo, ha spiegato, non è “spegnere” il servizio pubblico, ma rifondarlo secondo criteri di imparzialità assoluta, sul modello della BBC britannica.
L’eredità è di natura sistemica. Secondo organizzazioni internazionali e Reporters Without Borders, l’area vicina a Fidesz, il partito di Orbán, controlla circa il 80% del mercato dei media nazionali. Il Committee to Protect Journalists definisce l’Ungheria uno dei casi di “media capture” più sofisticati nell’Unione Europea, sostenuto da un fondo statale (MTVA) che nel solo 2025 ha assorbito 415 milioni di euro di denaro pubblico, fungendo da cassa di risonanza del governo.
Non a caso, già nel dicembre 2025 la Commissione europea ha avviato una procedura d’infrazione contro Budapest per violazione dell’European Media Freedom Act, denunciando interferenze nell’attività giornalistica e opacità. La transizione si annuncia però irta di ostacoli. L’apparato uscente è già sulla difensiva: l’autorità dei media respinge le accuse di esclusione sistematica, benché Magyar affermi di aver ottenuto accesso agli studi pubblici solo dopo 18 mesi di attesa, e soltanto a elezioni vinte. Inoltre, il nuovo esecutivo dovrà confrontarsi con un’architettura istituzionale ancora saldamente presidiata da figure vicine a Orbán.
È in questo quadro che il leader di Tisza ha chiesto le dimissioni del presidente della Repubblica, Tamás Sulyok, ritenendolo inidoneo a rappresentare l’unità nazionale per i suoi legami con il precedente regime. Con l’insediamento del governo previsto per la prima metà di maggio, la corsa contro il tempo è iniziata.