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16 aprile 2026 - Aggiornato alle 13:47
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Scenari

Meloni continua a tacere su Trump: silenzio strategico o pura cautela per un rapporto ormai finito?

Dopo l'affondo del presidente Usa da Palazzo Chigi, che ieri è stato aperto per accogliere Zelensky, non arriva alcuna comunicazione

16 Aprile 2026, 11:07

11:10

Giorgia Meloni, Donald Trump

Giorgia Meloni, Donald Trump

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Giorgia Meloni continua a tacere e a non replicare al duro attacco che qualche giorno fa le ha riservato Donald Trump definendola "inaccettabile" e "non coraggiosa come mi aspettavo che fosse". La premier, che certamente, non sarà stata felice di constatare questo inevitabile strappo con il presidente americano, fino a qualche giorno fa, amico, continua però a non esternare, così come ci si sarebbe aspettato. In questo silenzio istituzionale e diplomatico, appare particolarmente significativo 

il fatto che il portone di Palazzo Chigi sia stato aperto per accogliere Volodymyr Zelensky, che continua a guardare alla premier italiana come una fonte di aiuto nella guerra contro Putin. Ma in mezzo, resta una domanda che pesa più delle frasi al vetriolo: quanto vale oggi, davvero, il rapporto privilegiato che la premier aveva cercato di costruire con la nuova amministrazione americana?

La novità non sta soltanto nell’ennesimo attacco di Trump a un leader europeo. Sta nel bersaglio scelto. Per mesi, dentro e fuori l’Italia, Meloni era stata raccontata come una delle interlocutrici continentali più in sintonia con la destra trumpiana, una figura capace di tenere insieme l’appartenenza occidentale, la fedeltà atlantica e un canale politico personale con Washington. Proprio per questo le parole arrivate dalla Casa Bianca hanno avuto un peso politico maggiore del solito: non un diverbio tra avversari dichiarati, ma una crepa aperta dentro una relazione che fino a poco tempo fa veniva descritta come speciale.

Gli affondi di Trump e la fine di un’ambiguità utile

Trump ha colpito Meloni dopo che la presidente del Consiglio aveva definito “inaccettabili” i suoi attacchi a Papa Leone XIV. Il presidente americano ha detto di essere “scioccato” dalla premier italiana e di essersi sbagliato sul suo coraggio, saldando così due piani che fin qui Meloni aveva cercato di tenere separati: il rapporto politico con il leader repubblicano e la sensibilità italiana, inevitabilmente altissima, attorno al Vaticano e alla figura del pontefice. L’impressione, ormai, è che lo spazio per l’equilibrismo si sia ristretto.

La frattura si è allargata anche sul dossier mediorientale. Associated Press ha riferito che Trump ha attaccato Meloni per il mancato sostegno italiano alla guerra contro l’Iran, inserendo quindi l’Italia tra gli alleati europei giudicati insufficientemente allineati. In altre parole, la polemica non è soltanto simbolica o legata alla difesa del Papa: tocca il nodo strategico del posizionamento internazionale di Roma, e segnala che agli occhi di Trump la disponibilità italiana a collaborare non coincide affatto con un via libera automatico alle scelte americane.

Per Meloni, il punto è delicatissimo. Nel corso dell’ultimo anno la premier ha provato a tenere insieme due esigenze: mostrarsi affidabile presso i partner europei e, al tempo stesso, coltivare un rapporto personale con Trump che potesse fare dell’Italia una sorta di cerniera fra le due sponde dell’Atlantico. Quella scommessa aveva trovato un momento emblematico il 17 aprile 2025, quando Meloni fu ricevuta alla Casa Bianca da Trump, in una visita che venne letta come la consacrazione di un canale diretto con il presidente americano. Oggi quella fotografia resta, ma racconta un passato recente più che una rendita ancora spendibile.

Il silenzio pubblico non è passività

La scelta di Meloni di tacere sembra una decisione che può sembrare rinunciataria solo a una lettura superficiale. In realtà, dentro la grammatica del potere, il silenzio può essere una forma di controllo: evita di trascinare il governo italiano in un botta e risposta con il presidente degli Stati Uniti, sottrae centralità all’agenda polemica di Trump e consente a Palazzo Chigi di non farsi dettare i tempi della propria politica estera. Anche perché un’escalation verbale con Washington, in questa fase, rischierebbe di produrre più danni che benefici.

Questo non significa che il colpo sia stato assorbito senza conseguenze. Al contrario: proprio il fatto che Meloni non abbia reagito di getto suggerisce la consapevolezza di trovarsi davanti a un passaggio politicamente serio. Il rapporto con Trump non è più un asset da esibire con leggerezza. È diventato un dossier da gestire con cautela, tanto più in un momento in cui l’Europa discute di sicurezza comune, di sostegno all’Ucraina e di un equilibrio sempre più instabile fra autonomia strategica e dipendenza dagli Stati Uniti.

La risposta scelta da Meloni: incontrare Zelensky

È qui che l’incontro con Zelensky, avvenuto a Roma ieri, assume un valore che va oltre la diplomazia ordinaria. Mentre il rapporto con la Casa Bianca si incrinava sotto i colpi di Trump, Meloni ha deciso di ribadire davanti al presidente ucraino che l’Italia continuerà a stare al fianco di Kiev. Non una formula generica, ma un segnale politico preciso: la linea italiana sull’Ucraina non cambia con il mutare del clima personale tra leader.

La visita di Zelensky non è stata solo protocollare. Dal lato ucraino, la presidenza ha riferito che i colloqui con Meloni hanno riguardato il rafforzamento della cooperazione sulla sicurezza, il sostegno ulteriore all’Ucraina e gli sforzi per arrivare a una pace giusta. In particolare, Zelensky ha parlato della volontà di lavorare ai dettagli di un “Drone Deal” tra i due Paesi, segno che la collaborazione potrebbe allargarsi sul terreno industriale e tecnologico della difesa, uno dei segmenti più strategici della guerra contemporanea.

Il dato è politicamente rilevante per almeno tre ragioni. La prima: l’Italia conferma che il sostegno a Kiev non si esaurisce nella solidarietà politica ma punta a tradursi in cooperazione concreta. La seconda: l’asse con Zelensky consente a Meloni di riaffermare il profilo atlantico dell’Italia proprio nel momento in cui viene colpita da Trump. La terza: la premier manda un messaggio anche agli alleati europei, segnalando che Roma non intende scivolare in una posizione ambigua nel confronto fra le pressioni americane e le esigenze della sicurezza continentale.

L’Italia e la “coalizione dei volenterosi”: una collocazione da chiarire, non da smentire

Il riferimento ai “volenterosi”, evocato nel dibattito politico e nel titolo dell’articolo originale, rinvia a una questione centrale: il ruolo dell’Italia nel gruppo di Paesi che, con impulso franco-britannico, sta ragionando sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. La Coalition of the Willing è stata formalizzata in vari passaggi diplomatici nel corso del 2025 e del 2026, con dichiarazioni pubbliche che hanno coinvolto Francia, Regno Unito, Ucraina, Unione europea e, in alcune fasi, anche gli Stati Uniti. Nei testi ufficiali si parla di garanzie robuste e credibili, di sostegno militare e di una futura forza multinazionale da attivare nel quadro di un eventuale cessate il fuoco.

In questo quadro, l’Italia non è un corpo estraneo. Anzi, Meloni compare anche in una dichiarazione congiunta dell’8 aprile 2026 insieme a Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz, ai vertici delle istituzioni europee e ad altri leader, segno che Roma continua a stare dentro il perimetro politico dei principali Paesi europei impegnati sul dossier ucraino. Questo non cancella le differenze di tono e di strategia, ma smentisce l’idea di un’Italia isolata o defilata.

Più che “scaricata” dai volenterosi, dunque, Meloni appare stretta in una doppia tensione: da un lato la necessità di non rompere con Trump, dall’altro l’impossibilità di rompere con l’Europa e con Kiev. È il nodo che spiega molte delle sue cautele. La premier sa che un allineamento totale alla linea più muscolare della Casa Bianca la esporrebbe a un costo politico interno ed europeo altissimo; ma sa anche che uno scontro aperto con Trump renderebbe più difficile la gestione di tutti i dossier transatlantici, dal commercio alla difesa.

Il messaggio interno: affidabilità, non impulsività

C’è poi un piano domestico che non va sottovalutato. In Italia, la scelta di non replicare alle invettive di Trump serve anche a preservare un’immagine di leadership istituzionale. Meloni ha costruito molta parte del proprio profilo internazionale sulla parola “affidabilità”: affidabile per gli alleati, per i mercati, per la Nato, per l’Unione europea. In questa logica, una risposta a caldo avrebbe avuto il sapore della reazione emotiva; ricevere Zelensky e ribadire il sostegno all’Ucraina le consente invece di occupare il terreno della continuità e della responsabilità.

Anche l’incontro di Zelensky con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha contribuito a rafforzare questa cornice. Dal Quirinale è arrivata una conferma netta della posizione italiana: sostegno fermo e invariato all’Ucraina. È un elemento importante perché trasforma la linea di Palazzo Chigi in una postura di sistema, che coinvolge le principali istituzioni repubblicane e riduce lo spazio per interpretazioni opportunistiche o oscillanti.

Il limite della relazione personale con Trump

La vicenda, però, racconta anche qualcosa di più profondo del rapporto fra due leader. Mostra il limite strutturale di ogni politica estera che investa troppo sulle relazioni personali. Per un lungo tratto, Meloni ha beneficiato dell’idea di poter essere per Trump l’interlocutrice europea più vicina sul piano politico-culturale. Ma i rapporti personali, quando entrano nella logica conflittuale del potere, possono rovesciarsi con la stessa velocità con cui erano stati celebrati. Oggi la premier tocca con mano che la convergenza ideologica non garantisce protezione, né immunità.

La lezione, per l’Italia, è doppia. La prima: nei rapporti con gli Stati Uniti, soprattutto sotto una leadership imprevedibile come quella di Trump, conta più la solidità degli interessi che la suggestione della sintonia politica. La seconda: la credibilità internazionale di Roma dipende sempre meno dalla capacità di piacere a un singolo inquilino della Casa Bianca e sempre più dalla coerenza con cui l’Italia tiene insieme i propri impegni euro-atlantici.

Una premier sotto pressione, ma ancora al centro della partita

Per questo l’immagine di una Meloni semplicemente umiliata da Trump rischia di essere incompleta. Colpita, sì. Indebolita sul piano simbolico, certamente. Ma non estromessa dal gioco. L’incontro con Zelensky, il richiamo alla continuità del sostegno italiano, la presenza dell’Italia nelle dichiarazioni dei leader europei sulla sicurezza ucraina indicano che la presidente del Consiglio resta dentro la partita, anche se in condizioni più scomode rispetto a qualche mese fa.

Il vero problema, semmai, è che da oggi Meloni dovrà fare a meno di un elemento narrativo che le era stato utile: quello della leader conservatrice capace di parlare a Bruxelles senza rinunciare a un canale privilegiato con Trump. Quel ponte, almeno per ora, scricchiola vistosamente. E il fatto che la premier abbia scelto di non difenderlo a parole ma di compensarlo con una mossa di politica estera concreta dice molto sulla consapevolezza del momento. Quando un rapporto personale diventa instabile, si torna agli atti, agli interessi, alle alleanze. È esattamente ciò che Meloni ha provato a fare ricevendo Zelensky a Roma.

Se la strategia funzionerà, dipenderà dai prossimi passaggi: dalle mosse della Casa Bianca, dall’evoluzione della guerra, dalla tenuta del fronte europeo e dalla capacità dell’Italia di tradurre le dichiarazioni in iniziative credibili. Ma una cosa, già ora, appare chiara. Nel pieno dello scontro con Trump, Meloni ha scelto di non rispondere con un’altra frase. Ha risposto con una scena: lei e Zelensky, a Palazzo Chigi, mentre riaffermano che l’Italia resta al fianco dell’Ucraina. In politica estera, a volte, è il gesto più delle parole a fissare la gerarchia delle priorità.