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la storia

A Bamenda il Papa sfida i signori della guerra: “Il mondo è in mano a pochi dominatori, ma resta in piedi grazie ai solidali”

Nella città ferita del Camerun anglofono, Leone XIV sceglie il luogo più scomodo per lanciare il suo messaggio e condanna l’uso politico della religione

17 Aprile 2026, 07:14

07:20

A Bamenda il Papa sfida i signori della guerra: “Il mondo è in mano a pochi dominatori, ma resta in piedi grazie ai solidali”

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Sette colombe liberate davanti alla Cattedrale di San Giuseppe di Bamenda, mentre attorno restano le cicatrici di una guerra a bassa intensità che da anni svuota case, spezza famiglie, chiude scuole e normalizza la paura. Non è stata una scenografia simbolica qualsiasi. Nel cuore del nord-ovest anglofono del Camerun, Papa Leone XIV ha deciso di collocare lì uno dei passaggi più politici e più netti del suo viaggio africano: la denuncia di chi “piega le religioni e il nome stesso di Dio” a fini militari, economici e politici

Il Papa è arrivato dopo essere partito da Yaoundé. Poco dopo si è trasferito nella cattedrale per l’“Incontro per la pace con la Comunità di Bamenda”, accolto dall’arcivescovo Andrew Nkea Fuanya. Al termine, sul sagrato, ha voluto un gesto essenziale ma eloquente: le colombe come segno di pace in una regione in cui la pace, per molti, non è un concetto ma un bene materiale perduto da troppo tempo.

Un discorso radicato nella ferita del Camerun anglofono

Bamenda è una delle città-simbolo della crisi nelle regioni anglofone del Nord-Ovest e del Sud-Ovest, dove dal 2016 si è aggravato il conflitto tra forze governative e gruppi separatisti. È una crisi che ha causato migliaia di morti, sfollamenti di massa, violenze contro civili e un logoramento sociale che gli organismi internazionali descrivono da tempo come gravissimo e sotto-raccontato. Associated Press la definisce una delle crisi più trascurate del pianeta; UNHCR e agenzie delle Nazioni Unite segnalano che nel Paese il numero complessivo delle persone costrette alla fuga ha superato i 2,1 milioni a metà 2025, tra sfollati interni, rientrati, rifugiati e richiedenti asilo, mentre i bisogni umanitari restano acuti proprio nelle aree di conflitto.

Il Papa ha parlato di una “regione così martoriata”, di una “terra insanguinata, ma feconda”, di una comunità passata attraverso il dolore senza smarrire del tutto il senso del bene comune. In queste parole c’è già una scelta precisa: non ridurre il Camerun anglofono a teatro di scontro, ma riconoscerlo come laboratorio fragile di resistenza civile e religiosa.

La religione come argine, non come arma

Il passaggio più forte del discorso è arrivato quando Leone XIV ha contrapposto gli “operatori di pace” a chi usa il sacro come copertura del potere. La formula è quasi tagliente: guai a chi strumentalizza le religioni e il nome di Dio per i propri interessi. In tempi in cui il riferimento religioso viene spesso reclutato per giustificare guerre, nazionalismi, espansioni di influenza o semplicemente il mantenimento di élite predatorie.

Non è un inciso teologico. È un messaggio che si inserisce nella traiettoria dell’intero viaggio africano e, più in generale, del profilo pubblico che Leone XIV sta costruendo in queste settimane. Già il 15 aprile, incontrando a Yaoundé le autorità, la società civile e il corpo diplomatico, il Pontefice aveva chiesto di spezzare le “catene della corruzione”, richiamando la responsabilità di chi governa e insistendo sul nesso tra pace, giustizia, riconciliazione e qualità delle istituzioni. A Bamenda, però, la riflessione si è fatta più drammatica: il problema non è solo la cattiva politica, ma la profanazione del sacro piegato a convenienza.

Il punto forse più originale: il Papa elogia il dialogo islamo-cristiano nato dentro la crisi

Nel suo intervento, Leone XIV ha sottolineato un elemento che merita attenzione ben oltre la cronaca vaticana: la crisi ha avvicinato più che mai comunità cristiane e musulmane, al punto che i loro leader hanno dato vita a un Movimento per la Pace impegnato nella mediazione tra le parti. Il Papa non lo ha citato come dettaglio di colore locale, ma come possibile modello internazionale: “in quanti luoghi del mondo vorrei che avvenisse così”, ha detto in sostanza.

È un passaggio importante perché ribalta uno schema ricorrente, spesso semplicistico, con cui i conflitti africani vengono raccontati dall’esterno: qui la religione non emerge come fattore di polarizzazione inevitabile, ma come infrastruttura sociale capace di contenere la frattura. Vatican News ha riferito che, il giorno successivo, diversi leader musulmani camerunesi hanno espresso apprezzamento proprio per le parole del Papa sul dialogo e sulla pace pronunciate a Bamenda. È il segno che quel messaggio non è rimasto confinato all’evento liturgico, ma ha trovato un’eco immediata nel tessuto religioso del Paese.

“Pochi dominatori” contro una moltitudine silenziosa

La frase destinata a restare è forse un’altra: il mondo, ha detto Leone XIV, viene distrutto da “pochi dominatori” ma tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali. È una formula insieme spirituale e politica, perché individua un doppio movimento. Da una parte c’è la concentrazione del potere distruttivo: pochi attori armati, pochi predatori economici, pochi decisori capaci di devastare territori interi. Dall’altra, c’è la dispersione del bene: una folla anonima di donne, religiose, operatori, insegnanti, mediatori, famiglie, volontari che reggono la vita quotidiana senza fare rumore.

Non a caso il Papa ha ringraziato in modo esplicito chi si prende cura dei traumatizzati dalla violenza, “in particolare le donne, laiche e religiose”. Ha definito il loro un lavoro immenso, invisibile, quotidiano e pericoloso. In un conflitto lungo e frammentato come quello camerunese, dove i riflettori internazionali si accendono di rado, l’insistenza sull’invisibilità è decisiva: significa riconoscere che la sopravvivenza morale di una società dipende spesso da figure marginali nella gerarchia del potere, ma centrali nella pratica della ricostruzione.

I “miliardi per uccidere” e l’economia della devastazione

Nel suo discorso Leone XIV ha introdotto anche un lessico economico molto preciso. Ha osservato che si trovano miliardi di dollari per uccidere e devastare, mentre non si trovano risorse adeguate per curare, educare e rialzare le comunità ferite. E ha aggiunto che chi depreda le risorse della terra investe spesso una parte dei profitti in armi, alimentando una spirale senza fine di destabilizzazione e morte.

Qui il Papa allarga il raggio ben oltre il caso camerunese. Il riferimento è anche alla dimensione globale delle guerre contemporanee: non solo rivalità identitarie o fratture politiche interne, ma catene di profitto, traffici, appropriazione di risorse, corruzione e mercati della violenza. In Camerun, questa chiave di lettura si innesta in un quadro già segnato da forti tensioni politiche interne. Paul Biya, al potere dal 1982, è stato rieletto per un ottavo mandato nel 2025 secondo i risultati ufficiali, in un contesto che osservatori e opposizioni hanno contestato. Il giorno precedente alla visita di Bamenda, il Papa aveva già insistito davanti alle autorità camerunesi sulla responsabilità morale del governo e sulla necessità di istituzioni al servizio del bene comune.