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Hormuz, il prezzo della dipendenza: perché la vera assicurazione energetica oggi si chiama elettrificazione
Quando una striscia di mare larga poche decine di chilometri fa tremare petrolio, gas e bollette, la domanda non è solo quanto durerà la crisi: è chi, davvero, può permettersi di subirla
All’alba, nelle piazze finanziarie che ormai reagiscono ai conflitti quasi più rapidamente dei governi, basta un sussurro su Hormuz per spostare miliardi. Non occorre scorgere petroliere alla fonda o impianti colpiti: è sufficiente immaginare la chiusura, anche temporanea, di quel collo di bottiglia perché cambi l’umore dell’intero sistema energetico mondiale.
La ragione è semplice e brutale: dallo Stretto di Hormuz passa una quota cruciale dei flussi globali di greggio e di Gnl; qualsiasi interruzione si traduce immediatamente in tensione su quotazioni, logistica, industria e famiglie. Nelle ultime settimane, dopo gli attacchi contro l’Iran e il conseguente blocco del transito, il barile è tornato a gravitare attorno ai 100 dollari, riportando in primo piano una verità che l’Europa conosce ma fatica a convertire in strategia: la dipendenza dalle fonti fossili importate è un rischio economico, oltre che geopolitico.
Il quadro strutturale spiega l’ampiezza dell’impatto. Secondo la International Energy Agency, per Hormuz transitano circa 20 milioni di barili al giorno, pari a circa il 25% del commercio marittimo globale di petrolio; per il gas, quasi il 20% degli scambi mondiali di Gnl dipende dal medesimo snodo. La vulnerabilità è ancora più marcata per alcuni esportatori del Golfo: circa il 93% delle vendite di Gnl del Qatar e il 96% di quelle degli Emirati Arabi Uniti passano di lì, senza alternative rapide realmente comparabili.
Inoltre, quasi il 90% del Gnl che attraversa Hormuz è diretto ai mercati asiatici, ma l’effetto sui prezzi è planetario, poiché il mercato del gas liquefatto è ormai profondamente interconnesso.
Non è solo una questione di petrolio: è la fragilità del modello. Un’analisi del World Resources Institute coglie un punto spesso trascurato nel racconto delle emergenze energetiche: i sistemi più “puliti” non sono soltanto meno emissivi, ma anche più robusti quando si interrompe una rotta commerciale o si accende un focolaio geopolitico.
Il messaggio del think tank di Washington è netto: i vantaggi più immediati di un sistema energetico pulito, oggi, sono la “stabilità dei prezzi” e la “resilienza domestica”. In altri termini, vento, sole, acqua e calore geotermico non possono essere fermati da una marina militare né intrappolati da uno stretto.
La transizione, dunque, non è più solo una politica climatica di lungo periodo, ma una forma di protezione macroeconomica.
Sotto questa lente, la crisi di Hormuz illumina la vulnerabilità europea, e italiana in particolare. L’Italia resta fortemente dipendente dall’energia estera: secondo il profilo nazionale dell’Agenzia europea dell’ambiente, nel 2023 il grado di dipendenza era al 76,1%. L’Ocse rileva che il nostro sistema poggia ancora in misura rilevante su combustibili fossili importati e indica che un aumento deciso delle rinnovabili domestiche potrebbe ridurre sensibilmente tale esposizione entro il 2030.
In sostanza, ogni scossa sui mercati internazionali tende a propagarsi con forza in un’economia come la nostra, dove la sicurezza energetica coincide troppo spesso con la capacità di acquistare oltreconfine più che con quella di produrre in casa.
Perché i sistemi elettrificati assorbono meglio gli shock? Il meccanismo è intuitivo. In un modello fondato su gas o petrolio, il costo dell’energia dipende in larga misura dal prezzo del combustibile, ossia da una materia prima scambiata su mercati globali intrinsecamente volatili. In un assetto basato su rinnovabili, reti, accumuli ed elettrificazione dei consumi, il principale esborso è iniziale, legato agli investimenti; una volta installati gli impianti, il “combustibile” ha costo marginale quasi nullo.
I problemi non scompaiono — restano rete, flessibilità, stoccaggi e materie prime critiche — ma muta la natura del rischio: minore esposizione alla volatilità quotidiana delle commodity e maggiore prevedibilità nel tempo. È questo il “vantaggio strutturale” richiamato dal World Resources Institute.
Anche l’Agenzia internazionale dell’energia sottolinea che un’interruzione prolungata a Hormuz avrebbe effetti immediati sui prezzi, perché renderebbe indisponibile non solo una parte delle esportazioni, ma anche una quota rilevante della capacità produttiva di riserva mondiale, concentrata nel Golfo. Per questo il tema non riguarda soltanto i Paesi asiatici più esposti, ma l’intera formazione del prezzo globale di petrolio e gas.
In un mercato integrato, anche chi non importa da Hormuz può finire per pagare il “prezzo di Hormuz”.
La lezione cinese: elettrificare significa importare meno rischio. Tra i casi citati dal World Resources Institute, la Cina è forse il più istruttivo. Non perché sia divenuta indipendente dai fossili — non lo è — ma perché ha ridotto una parte della propria vulnerabilità investendo con continuità in veicoli elettrici, filiere industriali, rinnovabili e reti.
Secondo la International Energy Agency, nel 2024 quasi una nuova auto su due venduta nel Paese era elettrica; nello stesso anno la Cina ha rappresentato quasi due terzi delle immatricolazioni mondiali di veicoli a batteria.
Più del dato industriale conta l’effetto energetico: a livello globale, il parco di auto elettriche ha già sottratto oltre 1 milione di barili al giorno alla domanda petrolifera nel 2024, con Pechino protagonista di questa dinamica. Ridurre i carburanti nei trasporti significa, nel tempo, importare meno shock petroliferi nell’economia reale.
Non sorprende che, secondo un’analisi di Associated Press, la crisi innescata dal conflitto con l’Iran stia accentuando il vantaggio competitivo cinese nelle tecnologie pulite. Gran parte dei flussi energetici bloccati o rallentati a Hormuz era destinata all’Asia; chi dispone di una base industriale solida nell’elettrificazione parte da una posizione più favorevole.
È un punto decisivo anche per l’Europa: non basta accelerare sulle rinnovabili, occorre presidiare le filiere, rafforzare la capacità manifatturiera e potenziare le infrastrutture.