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L'Iran blocca di nuovo Hormuz: Trump in Situation Room, il mondo col fiato sospeso
Tregua in scadenza tra sole 72 ore e negoziati nel caos. Teheran fa dietrofront e blinda lo Stretto a colpi d'arma da fuoco. L'incubo di un conflitto globale e la paralisi del petrolio
La tensione internazionale torna a concentrarsi sullo Stretto di Hormuz, il più cruciale “collo di bottiglia” energetico del pianeta, da cui transita circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare.
Nelle prime ore di oggi il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha convocato un vertice d’emergenza nella Situation Room della Casa Bianca: un segnale inequivocabile che la gestione ordinaria del dossier è stata superata e che la crisi è entrata in una fase operativa critica.
Il conflitto, giunto all’ottava settimana, si trova a un bivio: la fragile tregua in vigore scade tra 72 ore, mercoledì 22 aprile, mentre i negoziati con l’Iran appaiono gravemente inceppati.
Il fine settimana ha segnato una sequenza convulsa di sviluppi. Ieri, dopo dieci giorni di cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah in Libano, Teheran aveva annunciato la riapertura del passaggio, offrendo un effimero sollievo ai mercati. Già il giorno successivo, però, è arrivato un brusco dietrofront: il transito è stato nuovamente posto sotto il controllo stringente delle forze armate iraniane, in risposta al perdurare del blocco navale statunitense contro i porti del Paese.
La situazione marittima è rapidamente degenerata in una minaccia concreta alla libertà di navigazione: unità americane hanno respinto 23 navi in entrata o in uscita dall’Iran, mentre le motovedette dei Guardiani della Rivoluzione hanno aperto il fuoco su una petroliera e colpito una portacontainer. Gli attacchi hanno provocato la dura reazione dell’India, che ha convocato l’ambasciatore iraniano per il coinvolgimento di due propri mercantili.
Sul piano diplomatico, regna lo stallo. I colloqui diretti in Pakistan non hanno prodotto esiti. Il vice ministro degli Esteri iraniano, Saeed Khatibzadeh, ha accusato Washington di posizioni “massimaliste”, escludendo per ora la consegna di 440 chilogrammi di uranio arricchito, un punto considerato esistenziale da Teheran. Il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, sta tentando di organizzare un secondo round di negoziati all’inizio della prossima settimana, ma i tempi della diplomazia non sembrano allinearsi con le dinamiche della crisi nel corridoio marittimo.
Le ripercussioni economiche della chiusura sono pesantissime. I flussi di greggio attraverso Hormuz sono precipitati a meno del 10% dei livelli precedenti al conflitto. Già in marzo l’Agenzia Internazionale dell’Energia aveva autorizzato il più imponente rilascio di riserve della sua storia: 400 milioni di barili. I vertici di IEA, FMI e Banca Mondiale avvertono che l’impatto della guerra è “sostanziale, globale e altamente asimmetrico”, con gravi minacce all’occupazione e alla sicurezza alimentare.
L’allarme ha spinto l’Europa ad attivarsi per evitare che il destino del commercio mondiale resti ostaggio del braccio di ferro tra Stati Uniti e Iran. A Parigi, Emmanuel Macron e Keir Starmer hanno riunito 50 Paesi e organizzazioni internazionali per preparare una missione difensiva multilaterale in grado di ripristinare la sicurezza della navigazione.
Per Donald Trump, le pressioni si moltiplicano in un delicato equilibrio tra calcoli strategici ed esigenze elettorali. Il presidente è stretto tra la necessità di mantenere la linea dura del blocco e il rischio di un’escalation capace di travolgere i mercati. Le prossime 72 ore saranno decisive: senza una svolta che offra a entrambe le parti una via d’uscita onorevole, l’ombra di una guerra aperta minaccia di investire il Golfo Persico e, con esso, l’economia globale.
