Guerra
Verso colloqui tra Stati Uniti e Iran entro venerdì ma la guida Khamenei avverte: «Nuove amare sconfitte per il nemico»
La notizia sui negoziati da fonti pakistane che parlano anche di evacuazioni e rafforzamento della sicurezza a Islamabad. La guida iraniana evoca la marina e la minaccia nello Stretto di Hormuz
Da una parte ci sono fonti della sicurezza pakistana che affermano ad Al Jazeera che i negoziati tra Stati Uniti e Iran si terranno probabilmente entro venerdì, dall'altra parte c'è un messaggio della guida iraniana Mojtaba Khamenei tutt'altro che pacifico.
Riguardo ai prossimi negoziati le notizie disponibili parlando di «Due aerei da trasporto pesante statunitensi, C-17 Globemaster, che sono atterrati alla base aerea di Noor Khan a Rawalpindi», vicino alla capitale pakistana Islamabad. Le fonti hanno aggiunto che «le strade dall’aeroporto alla Zona Rossa di Islamabad sono state temporaneamente chiuse, a indicare un rafforzamento delle misure di sicurezza».
Infine, le fonti hanno affermato che «gli hotel Serena e Marriott di Islamabad sono stati evacuati e non sono consentite nuove prenotazioni fino a venerdì». L’hotel Serena è stato la sede del primo round di negoziati tra Stati Uniti e Iran l’11 aprile.
Da Teheran però arriva il nuovo messaggio di Mojtaba Khamenei, letto dalla televisione di Stato: un testo breve nei passaggi più citati, ma politicamente densissimo. Agli Stati Uniti e a Israele ha fatto recapitare una formula che in Iran ha il peso della dottrina oltre che della propaganda: il nemico, ha lasciato intendere, dovrà prepararsi a “nuove amare sconfitte”.
L’espressione non è stata pronunciata in un vuoto politico. Il messaggio è stato diffuso ieri, in occasione della Giornata dell’Esercito iraniano, mentre la tensione regionale restava altissima dopo settimane di guerra, tregue fragili e negoziati incompiuti. Secondo il testo riportato dai media ufficiali iraniani, Khamenei ha esaltato il ruolo dell’esercito regolare e, in particolare, della marina, sostenendo che le forze iraniane sono pronte a far assaggiare ai nemici “l’amarezza di nuove sconfitte”. La formula è stata rilanciata da media regionali e internazionali, che ne hanno sottolineato il destinatario: il binomio Washington-Tel Aviv.
Un messaggio che parla alla base interna, ma guarda soprattutto fuori
Nel lessico della Repubblica islamica, una frase del genere non è solo un atto retorico. È un segnale rivolto contemporaneamente a tre pubblici diversi. Il primo è interno: l’apparato militare, l’opinione pubblica mobilitata dalla guerra e il sistema politico che, dopo la morte di Ali Khamenei nei raid congiunti di fine febbraio e la successiva ascesa del figlio Mojtaba, ha bisogno di mostrare continuità, controllo e capacità di deterrenza. Il secondo pubblico è regionale: gli alleati, i rivali arabi del Golfo, gli attori che osservano il comportamento iraniano nello Stretto di Hormuz. Il terzo, naturalmente, è composto dagli avversari diretti: Stati Uniti e Israele, chiamati a misurare quanto Teheran sia disposta a trasformare la minaccia in pressione operativa.
Che il messaggio sia stato affidato alla tv di Stato iraniana non è un dettaglio secondario. Nella struttura del potere iraniano, la comunicazione del leader attraverso i canali ufficiali serve a certificare la linea, a compattare il fronte interno e a dare ai comandanti una cornice politica dentro cui collocare ogni mossa successiva. In questo caso, il passaggio più sensibile del testo insisteva proprio sulla capacità della marina iraniana di colpire ancora, evocando in modo esplicito il confronto con “gli americani e i criminali sionisti”.
Il contesto: dopo la successione, una leadership che deve mostrarsi forte
Per capire il peso di queste parole bisogna partire da ciò che è accaduto nelle ultime settimane. Il 1° marzo 2026 l’Associated Press ha riferito della morte di Ali Khamenei, guida suprema dal 1989, in seguito ai raid congiunti lanciati da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Pochi giorni più tardi, il 9 marzo 2026, sempre secondo l’AP, Mojtaba Khamenei è stato indicato come successore, un passaggio che ha segnato una svolta storica e insieme una prova di forza del blocco più duro del regime.
Da allora, la nuova leadership ha costruito la propria legittimazione su un doppio asse: continuità ideologica e resistenza militare. Il messaggio per la Giornata dell’Esercito si inserisce perfettamente in questo schema. Mojtaba Khamenei ha presentato l’esercito come un’istituzione “del popolo”, capace di difendere “terra, mare e bandiera”, e ha descritto lo scontro in corso come un confronto diretto con i due eserciti più avanzati del campo avversario. È un linguaggio pensato per dire due cose insieme: l’Iran è stato colpito duramente, ma non è stato piegato; e la nuova guida non intende abbassare il tono del confronto.
Perché proprio la marina
C’è poi un elemento che merita attenzione: il riferimento specifico alle forze navali. Non è casuale. Nelle stesse ore in cui il messaggio veniva diffuso, la crisi nello Stretto di Hormuz tornava a salire di temperatura. L’AP ha riferito il 18 e il 19 aprile 2026 di nuovi incidenti e del ripristino di severe restrizioni iraniane sul traffico nello stretto, dopo una fase di apparente allentamento. In uno degli episodi più delicati, unità iraniane hanno aperto il fuoco contro una nave cisterna in transito, secondo quanto comunicato dal centro britannico United Kingdom Maritime Trade Operations.
Qui le parole del leader e i fatti sul mare finiscono per illuminarsi a vicenda. Lo Stretto di Hormuz non è un teatro periferico: è uno dei punti di strozzatura energetica più sensibili del pianeta. Secondo l’AP, attraverso quel passaggio transita circa un quinto del petrolio mondiale. Per l’Iran, evocare la forza della marina in questo momento significa ricordare a Washington, a Israele e ai mercati che Teheran conserva una leva asimmetrica enorme: non necessariamente vincere una guerra convenzionale, ma alzare in modo drammatico il costo politico, economico e logistico del confronto.
La tregua fragile e i negoziati che non decollano
Il messaggio di Khamenei arriva anche mentre la diplomazia arranca. Il 12 aprile 2026 l’AP ha raccontato il fallimento di colloqui ad alto livello tra Iran e Stati Uniti in Pakistan, dopo 21 ore di negoziato, sottolineando che l’esito negativo getta nuove ombre su un cessate il fuoco già fragile, con scadenza fissata al 22 aprile. Pochi giorni dopo, la stessa agenzia riferiva che un nuovo giro di contatti veniva considerato possibile, ma ancora pieno di ostacoli, mentre da parte iraniana si parlava di richieste americane “massimaliste”.
In parallelo, sul fronte libanese è entrata in vigore una tregua separata di 10 giorni tra Israele e Hezbollah, un altro tassello che mostra quanto il conflitto sia ormai regionale e multilivello. In questo quadro, il linguaggio della minaccia ha anche una funzione negoziale: serve a dire che Teheran non si presenterà al tavolo da parte debole e che ogni pressione militare ulteriore può ripercuotersi non solo sul territorio iraniano, ma sull’intera architettura di sicurezza del Golfo e del Levante.
Il significato politico della formula “nuove amare sconfitte”
La frase scelta da Khamenei merita di essere letta oltre l’enfasi. Non promette apertamente un attacco imminente, ma costruisce una cornice di deterrenza. La formula suggerisce che, agli occhi di Teheran, alcune “sconfitte” sarebbero già state inflitte o quantomeno rese possibili nel ciclo di ostilità degli ultimi mesi, e che altre possono seguire. È un linguaggio studiato per non specificare mezzi, tempi e obiettivi, lasciando così all’avversario il compito di temere scenari diversi: attacchi navali, azioni indirette, pressioni sui traffici energetici, escalation attraverso alleati regionali o nuovi raid missilistici.
È anche un lessico che tiene insieme orgoglio nazionale, martirio e resilienza, tre pilastri della narrazione ufficiale iraniana dopo la morte di Ali Khamenei. Nel testo del 18 aprile, la nuova guida collega il presente militare alla memoria della rivoluzione del 1979, alla guerra imposta del passato e ai comandanti caduti. In altre parole, il messaggio non presenta l’attuale crisi come un incidente temporaneo, ma come l’ennesimo capitolo di una lunga lotta contro avversari esterni. È il modo con cui il potere iraniano trasforma la vulnerabilità in racconto di mobilitazione permanente.
L’Iran prova a mostrarsi compatto, ma resta sotto pressione
Questo non significa che la Repubblica islamica parli da una posizione comoda. Al contrario. Le stesse fonti internazionali che registrano il tono assertivo di Teheran descrivono un Paese che esce da settimane devastanti: bombardamenti, isolamento, tensioni economiche, fragilità della tregua e un futuro negoziale ancora nebuloso. L’AP ha raccontato una popolazione insieme delusa e combattiva dopo il fallimento dei colloqui, segno di una società che sente tutto il peso dell’incertezza.
Per questo il messaggio letto in tv deve essere interpretato anche come un’operazione di governo dell’emergenza. Mojtaba Khamenei ha bisogno di accreditarsi come leader in controllo degli apparati armati, capace di tenere uniti esercito regolare, Guardiani della Rivoluzione e istituzioni politiche. In un sistema dove l’autorità si misura anche nella capacità di incarnare la sfida agli avversari, la scelta di parlare attraverso la celebrazione dell’Army Day e di insistere sulla marina è un modo per mostrarsi non come figura di transizione, ma come comandante in tempo di guerra.
Washington e Tel Aviv davanti a un dilemma
Sul versante opposto, l’avvertimento iraniano complica ulteriormente i calcoli di Stati Uniti e Israele. Se ignorato, rischia di apparire come l’ennesima soglia che Teheran può alzare impunemente; se preso troppo alla lettera, può alimentare una spirale di risposta preventiva. Il nodo è sempre lo stesso: l’Iran, anche quando appare militarmente sotto pressione, mantiene strumenti sufficienti per destabilizzare il traffico marittimo, influenzare i prezzi energetici e proiettare insicurezza oltre i propri confini.
La questione è tanto più delicata perché lo Stretto di Hormuz non riguarda soltanto i contendenti diretti. Coinvolge le economie asiatiche, i partner del Golfo, gli equilibri dell’energia e, in ultima istanza, i margini di tenuta politica dell’Occidente. È qui che la minaccia di “nuove amare sconfitte” assume un significato più ampio: non solo la promessa di colpire un nemico, ma la capacità di imporre al sistema internazionale il costo della pressione su Teheran.