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19 aprile 2026 - Aggiornato alle 17:34
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Dichiarazioni

Teheran sfida Washington, Pezeshkian: "Trump non ha il diritto di negarci i benefici del nucleare"

Si riaccende il confronto sul nucleare: arricchimento al 60%, perdita di fiducia e il naufragio del JCPOA rendono ogni negoziato più difficile

19 Aprile 2026, 15:05

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Iran, la sfida di Pezeshkian a Trump sul nucleare: “Con quale colpa ci volete negare un diritto?”

Dietro la frase del presidente iraniano c’è molto più di una polemica: c’è il nodo irrisolto di un confronto che riguarda trattati internazionali, deterrenza, sanzioni e il fragile equilibrio del Medio Oriente.

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A Teheran, il lessico del potere pesa quanto le centrifughe. Basta una frase per spostare il baricentro diplomatico: non solo perché riguarda il programma nucleare iraniano, ma perché tocca il cuore della contesa con gli Stati Uniti — chi stabilisce il confine tra un diritto sovrano e una minaccia globale? Quando Masoud Pezeshkian ha replicato a Donald Trump sostenendo che nessuno può privare l’Iran dei suoi diritti nucleari e chiedendo, in sostanza, “per quale reato” il Paese dovrebbe esserne privato, non ha soltanto risposto a Washington: ha rilanciato la linea iraniana nel momento in cui il dossier atomico resta uno dei più esplosivi del pianeta.

Il punto, per il presidente iraniano, è politico e giuridico insieme. Secondo quanto riportato da Reuters sulla base di dichiarazioni diffuse dalla Iranian Student News Agency (ISNA), Pezeshkian ha contestato l’idea che Trump possa decidere unilateralmente se l’Iran debba o meno esercitare i suoi cosiddetti diritti nucleari, insistendo sul fatto che Teheran non riconosce a Washington il potere di trasformare una disputa strategica in una condanna preventiva. È una formula che parla al pubblico interno, ma è pensata anche per i negoziatori stranieri: l’Iran vuole presentarsi come uno Stato che rivendica il diritto all’uso pacifico dell’energia nucleare, non come un attore disposto ad accettare una rinuncia imposta sotto minaccia.

Il diritto rivendicato da Teheran, e il limite che l’Occidente richiama

La base dell’argomento iraniano è l’Articolo IV del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP/NPT), che riconosce agli Stati parte un “diritto inalienabile” a sviluppare ricerca, produzione e uso dell’energia nucleare per fini pacifici, senza discriminazioni, ma in conformità con gli obblighi di non proliferazione. È esattamente su questo equilibrio — diritto all’uso civile da un lato, obbligo di non deviare verso l’arma dall’altro — che si gioca da anni il confronto. Teheran insiste sulla prima metà della formula; gli Stati Uniti, l’Europa e gran parte delle cancellerie occidentali insistono sulla seconda.

Qui sta il nodo essenziale: il TNP non vieta in astratto ogni attività di arricchimento, ma la comunità internazionale guarda con crescente sospetto un programma che ha ormai raggiunto livelli tecnici difficilmente conciliabili con una narrativa puramente civile. In un rapporto declassificato l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA/IAEA) ha stimato che, al 17 maggio 2025, l’Iran disponeva di una scorta totale di uranio arricchito pari a 9.247,6 chilogrammi, di cui 408,6 chilogrammi arricchiti fino al 60%. La stessa AIEA ha definito di “seria preoccupazione” il fatto che l’Iran sia l’unico Stato non dotato ufficialmente di armi nucleari a produrre e accumulare materiale di questo tipo.

Perché il 60% cambia tutto

Nella diplomazia nucleare, i numeri non sono mai neutri. L’arricchimento al 60% non equivale alla fabbricazione di una bomba, e l’Iran continua formalmente a negare di voler costruire un’arma atomica. Ma quel livello viene considerato da osservatori e governi occidentali molto più vicino alla soglia militare rispetto a ciò che serve per un programma civile tradizionale. La differenza tra il discorso politico di Teheran e le preoccupazioni internazionali è tutta qui: per l’Iran, il possesso della tecnologia è un simbolo di sovranità, prestigio e autonomia scientifica; per i suoi avversari, è una capacità di soglia che può trasformarsi rapidamente in leva militare.

Da questo punto di vista, la replica di Pezeshkian a Trump non è un incidente verbale, ma la prosecuzione di una linea coerente. Già nei mesi scorsi il presidente iraniano aveva affermato che il suo Paese non avrebbe rinunciato a quelli che definisce i propri “diritti umani e diritti certi” nel campo militare, scientifico e nucleare, pur sostenendo di non cercare la guerra. È il lessico dell’orgoglio nazionale, ma anche il tentativo di sottrarre il dossier atomico al solo registro securitario occidentale.

La memoria lunga del 2015 e la frattura del 2018

Per capire la durezza di questa fase bisogna tornare al 2015, quando l’Iran firmò con le principali potenze mondiali il JCPOA — l’accordo sul nucleare che imponeva limiti stringenti alle attività iraniane in cambio di alleggerimento delle sanzioni. Quel compromesso, già fragile all’origine, è stato travolto nel 2018, quando Donald Trump, nel suo primo mandato, ritirò unilateralmente gli Stati Uniti dall’intesa e reintrodusse pesanti sanzioni. Da allora, la fiducia reciproca si è ulteriormente corrosa: Teheran ha progressivamente ampliato il proprio programma, mentre Washington è tornata alla logica della pressione massima.

La conseguenza è che ogni nuova trattativa parte da un deficit di credibilità. Per gli iraniani, il precedente del 2018 dimostra che un’intesa con Washington può essere cancellata per decisione politica interna americana. Per gli Stati Uniti, al contrario, l’accumulo di uranio arricchito e la riduzione della trasparenza verso l’AIEA dimostrano che l’Iran usa il negoziato per guadagnare tempo e consolidare capacità. Quando Pezeshkian chiede con quale colpa il suo Paese verrebbe privato dei diritti nucleari, parla dunque anche di questo: della convinzione, radicata a Teheran, che il contenzioso sia meno tecnico e più politico, meno giuridico e più strategico.

Il punto di vista americano: non basta dire “uso pacifico”

Da Washington, però, la lettura è opposta. Le posizioni dell’amministrazione Trump restano ancorate a un principio semplice: l’Iran non deve poter arrivare alla bomba. In dichiarazioni ufficiali, esponenti statunitensi hanno ribadito che il presidente vuole una soluzione diplomatica, ma che il problema non è solo la retorica iraniana: conta ciò che l’Iran fa concretamente, soprattutto quando insiste sull’arricchimento dell’uranio, anche in siti protetti e sotterranei. Il segretario di Stato Marco Rubio ha sostenuto che, se un Paese desidera davvero soltanto un programma civile, può anche importare il combustibile anziché produrlo internamente in condizioni giudicate sensibili.

È questa la vera linea di collisione: per gli Stati Uniti, la questione non è il diritto astratto al nucleare civile, ma la combinazione tra capacità di arricchimento, livelli raggiunti, infrastrutture protette e precedente storico di opacità. Per Teheran, invece, chiedere la rinuncia all’arricchimento equivale a svuotare proprio quel diritto che il TNP riconosce. Non si tratta, in altre parole, di una divergenza facilmente componibile con una formula lessicale: si tratta di due definizioni incompatibili di ciò che sia un programma “pacifico” ma strategicamente tollerabile.

I negoziati, i segnali di apertura e il muro della sfiducia

Eppure, nonostante la durezza dei toni, i canali diplomatici non si sono del tutto chiusi. Nel 2025, con la mediazione dell’Oman, Iran e Stati Uniti avevano ripreso contatti indiretti e, in almeno un passaggio, si era registrato anche un faccia a faccia tra l’inviato americano Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Un secondo round a Roma, il 19 aprile 2025, era stato descritto da entrambe le parti come utile o comunque capace di produrre progressi procedurali verso ulteriori confronti.

Quel dato merita attenzione: persino nei momenti di massima tensione, nessuna delle due parti sembra voler rinunciare del tutto al tavolo. L’Iran ha bisogno di alleggerire l’impatto delle sanzioni e di stabilizzare un’economia sotto pressione; gli Stati Uniti sanno che l’alternativa a un’intesa credibile rischia di essere una nuova escalation regionale. Ma la distanza resta ampia proprio sul punto evocato da Pezeshkian: Teheran chiede il riconoscimento del proprio spazio tecnologico e del proprio status; Washington pretende garanzie così stringenti da ridurre quasi a zero il margine di ambiguità iraniano.

La funzione interna delle parole di Pezeshkian

C’è poi la dimensione domestica, che spesso in Occidente viene sottovalutata. Quando Pezeshkian usa il linguaggio dei diritti negati, non parla solo ai diplomatici stranieri: parla all’apparato, ai conservatori, ai tecnici del settore, all’opinione pubblica che considera il nucleare un emblema di indipendenza nazionale. In Iran, il dossier atomico è da anni molto più di una pratica energetica: è un simbolo di resistenza all’isolamento, un argomento identitario e un moltiplicatore di consenso per chi rifiuta l’idea di cedere sotto pressione esterna. Anche un presidente percepito come relativamente pragmatico deve muoversi dentro questo perimetro.

Per questo la domanda “con quale reato?” è politicamente efficace. Trasforma l’accusa internazionale in una presunta ingiustizia subita. Sposta il fuoco dalla sostanza tecnica del programma alla legittimità del trattamento riservato all’Iran. E prova a ricollocare Teheran non nella posizione dell’imputato, ma in quella del Paese discriminato, a cui si chiede ciò che non viene chiesto ad altri: rinunciare a una capacità che il trattato, almeno sul piano formale, non cancella in partenza.

Il problema, per Teheran, è la credibilità; per l’Occidente, è il tempo

Il problema è che la linea iraniana, pur giuridicamente costruita, si scontra con un dato di realtà: la fiducia internazionale è minima. L’AIEA ha ripetutamente segnalato la perdita di continuità conoscitiva su parti del programma iraniano e ha avvertito che la capacità di verifica è stata seriamente danneggiata dalla riduzione degli impegni assunti da Teheran e dalla rimozione di strumenti di monitoraggio. In un dossier tanto sensibile, il semplice richiamo al diritto non basta più, se non è accompagnato da trasparenza, accesso e verifiche robuste.

Dal lato occidentale, invece, cresce la convinzione che il fattore decisivo sia il tempo. Più l’Iran accumula materiale, esperienza tecnica e capacità industriale, più ogni futuro accordo rischia di arrivare tardi o di risultare meno efficace. È per questo che le dichiarazioni americane si sono fatte negli ultimi mesi più nette sulla necessità di impedire non solo l’arma, ma anche le condizioni che potrebbero renderla rapidamente raggiungibile.

Una frase che rivela il vero stallo

In fondo, la risposta di Pezeshkian a Trump condensa in poche parole lo stallo di questi anni. L’Iran non vuole negoziare da sconfitto e considera irrinunciabile il riconoscimento del proprio diritto a un programma nucleare civile con capacità interne. Gli Stati Uniti non ritengono più credibile una formula che lasci a Teheran margini tecnici troppo ampi. In mezzo c’è la diplomazia, che continua a cercare formule intermedie, e c’è il diritto internazionale, che offre principi ma non elimina la sfiducia strategica.

Per i lettori europei, e italiani in particolare, il punto da non perdere è questo: la vicenda non riguarda soltanto l’ennesimo scambio polemico tra Teheran e Washington. Riguarda il futuro di un’intera architettura di non proliferazione, la credibilità delle istituzioni di controllo come l’AIEA, la tenuta del TNP e la possibilità di evitare che il Medio Oriente torni a misurarsi con una crisi atomica fuori controllo. La domanda lanciata da Pezeshkian — chi decide quali diritti spettano all’Iran, e in nome di quale colpa? — è destinata a restare al centro del confronto. Ma la risposta, per ora, non arriva né dal diritto né dalla forza: arriva soltanto da una trattativa ancora sospesa, fragile, incompleta.