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19 aprile 2026 - Aggiornato alle 22:03
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Il sud del Libano come Gaza, Israele continua a demolire interi villaggi anche durante il cessate il fuoco

Case rase al suolo, villaggi svuotati, soldati ancora dentro il territorio libanese: perché le distruzioni in corso lungo il confine raccontano molto più di una semplice violazione del cessate il fuoco

19 Aprile 2026, 19:24

19:30

Israele demolisce il sud del Libano mentre la tregua regge a metà

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Il cingolo di un bulldozer, una carica controllata, un muro che si piega su se stesso mentre intorno non ci sono più finestre da rompere né famiglie da far scappare, perché se ne sono già andate. Nel sud del Libano, dove la guerra ha consumato interi paesi e la parola cessate il fuoco dovrebbe significare almeno sospensione della devastazione, le demolizioni non si sono fermate. Anzi, in molti casi sono continuate proprio mentre la diplomazia parlava di tregua, monitoraggio e stabilizzazione. E questo contrasto — negoziati sopra, ruspe sotto — è oggi uno dei nodi più inquietanti della frontiera tra Libano e Israele.

Secondo un’analisi di BBC Verify ripresa da più testate internazionali, dall’inizio della guerra sono stati abbattuti più di 1.400 edifici nel sud del Libano. Parallelamente, reportage sul campo, immagini satellitari e dichiarazioni di osservatori internazionali mostrano che l’esercito israeliano continua a operare e a mantenere posizioni dentro il territorio libanese, in alcuni casi fino a circa 20 chilometri oltre il confine, in un’area che Israele descrive come necessaria alla propria sicurezza e che in Libano viene invece considerata una occupazione di fatto.

Una tregua che non ha fermato le ruspe

La tregua entrata in vigore il 16 aprile, mediata dagli Stati Uniti, avrebbe dovuto congelare almeno temporaneamente i combattimenti tra Israele e Hezbollah. Ma già nei primi giorni successivi, diverse fonti giornalistiche hanno continuato a registrare demolizioni, attività di sbancamento e colpi di artiglieria nel sud del Libano. Associated Press ha raccontato il ritorno di migliaia di sfollati in un paesaggio ancora dominato da distruzione, incertezza e avvertimenti israeliani a non rientrare in alcune aree meridionali. Al Jazeera ha riferito di bulldozer israeliani ancora al lavoro in varie località, mentre Le Monde ha descritto esplosioni udibili in villaggi da cui i soldati israeliani non si erano ancora ritirati del tutto.

La questione, quindi, non è soltanto se la tregua “tenga” sul piano formale. La domanda più concreta, per chi abita la frontiera, è un’altra: cosa significa un cessate il fuoco se le case continuano a essere demolite? È qui che il linguaggio giuridico e quello della vita reale smettono di coincidere. Un villaggio può non essere sotto attacco aereo e allo stesso tempo diventare inabitabile. Può non esserci una battaglia in corso e tuttavia può proseguire una trasformazione radicale del territorio, ottenuta con demolizioni, sbarramenti, terra smossa e interdizioni al ritorno dei civili.

Il precedente: il cessate il fuoco del 2024 e il ritiro mai completato

Per capire cosa succede oggi bisogna tornare al 27 novembre 2024, quando entrò in vigore il cessate il fuoco che aveva posto fine alla fase più intensa della guerra tra Israele e Hezbollah. L’intesa prevedeva il ritiro graduale delle forze israeliane dal sud del Libano entro 60 giorni, il dispiegamento dell’esercito libanese e l’allontanamento dei combattenti di Hezbollah a nord del fiume Litani, in coerenza con la Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il meccanismo di monitoraggio includeva Libano, Israele, Stati Uniti, Francia e UNIFIL, la forza di interposizione delle Nazioni Unite.

Quel calendario, però, non è mai stato rispettato pienamente. Già a gennaio e poi a febbraio 2025, UNIFIL e altri organismi delle Nazioni Unite avevano segnalato che i tempi previsti dall’accordo non erano stati rispettati e che demolizioni e attività militari israeliane continuavano. Associated Press e altri media documentarono allora il mantenimento di almeno cinque posizioni strategiche israeliane all’interno del Libano anche dopo la scadenza del ritiro.

Da quel momento in poi, la tregua ha assunto i contorni di una sospensione incompleta: meno intensità rispetto alla guerra aperta, ma non un vero ritorno alla normalità. Il Washington Post, analizzando dati satellitari e immagini open source, aveva già mostrato a gennaio 2025 che Israele aveva danneggiato o distrutto centinaia di edifici durante la tregua, con una media superiore a 26 edifici al giorno in alcune settimane successive al 5 dicembre 2024. Quella ricostruzione era importante non solo per i numeri, ma per il metodo: le distruzioni non apparivano episodiche, bensì inserite in un’attività sistematica di modifica della fascia di confine.

I numeri della distruzione

Il dato degli oltre 1.400 edifici demoliti attribuito a BBC Verify si inserisce in un quadro di devastazione molto più ampio. La Banca Mondiale, nella propria Rapid Damage and Needs Assessment pubblicata a marzo 2025, ha stimato in circa 11 miliardi di dollari il fabbisogno complessivo per recupero e ricostruzione in Libano dopo il conflitto. Il settore abitativo è risultato il più colpito, con danni valutati in circa 4,6 miliardi di dollari e un impatto su 162.900 unità abitative, pari a circa il 10 per cento dello stock abitativo prebellico del paese.

Questi numeri aiutano a collocare il sud del Libano dentro una crisi che non è solo militare, ma materiale e sociale. Non si distruggono soltanto edifici: si cancellano infrastrutture, reti familiari, piccoli patrimoni, possibilità di rientro. In un paese già prostrato da anni di collasso economico, la distruzione abitativa ha un effetto moltiplicatore. Ogni casa abbattuta pesa non solo sul bilancio della ricostruzione, ma sulla capacità stessa dello Stato libanese di riassorbire gli sfollati e ripristinare una minima continuità territoriale e amministrativa.

La “linea gialla” e la profondità della presenza israeliana

Negli ultimi mesi si è imposta una nuova espressione: “Yellow Line”, o “linea gialla”. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, Israele starebbe consolidando nel sud del Libano una fascia di sicurezza più ampia di quella dei soli avamposti rimasti dopo febbraio 2025. Al Jazeera ha descritto questa zona come una cintura che in alcuni punti arriva fino a 10 chilometri dal confine; altre fonti, tra cui reportage recenti e media che citano dichiarazioni militari israeliane, parlano però di operazioni estese fino alla cosiddetta “terza linea” di villaggi, cioè a circa 20 chilometri all’interno del territorio libanese e a sud del Litani.

È un punto cruciale, perché riguarda non solo la profondità militare ma il senso politico dell’operazione. Se un esercito mantiene presidi, ordina evacuazioni, demolisce strutture e impedisce il ritorno stabile dei civili in una porzione di territorio oltreconfine, il risultato concreto assomiglia sempre meno a una misura temporanea e sempre più a una riconfigurazione coercitiva dello spazio. Israele sostiene che queste azioni servano a prevenire nuovi attacchi di Hezbollah contro le comunità del nord israeliano; dal lato libanese, invece, si denuncia la costruzione di una fascia svuotata che rischia di rendere permanente l’assenza dei residenti.

Cosa dice Israele, cosa contestano ONU e organizzazioni per i diritti umani

La posizione israeliana è nota: il governo di Benjamin Netanyahu e l’esercito sostengono di dover mantenere la libertà d’azione contro minacce considerate imminenti o persistenti, soprattutto dopo gli anni in cui Hezbollah ha consolidato presenza e arsenali nel sud del Libano. Nella nuova tregua di aprile 2026, lo stesso Netanyahu ha detto che le truppe israeliane sarebbero rimaste in una zona di sicurezza allargata nel sud del Libano. L’argomento è che il ritiro completo, senza garanzie di neutralizzazione delle capacità di Hezbollah, esporrebbe nuovamente il nord di Israele.

Ma proprio su questo punto si concentrano le contestazioni più nette. UNIFIL ha più volte ricordato che la presenza militare israeliana in territorio libanese costituisce una violazione della Risoluzione 1701 e dell’integrità territoriale del Libano. In un intervento al Consiglio di Sicurezza del gennaio 2025, funzionari ONU hanno parlato esplicitamente di airstrikes e demolizioni continuate mentre si avvicinava il termine previsto per il ritiro. Anche le dichiarazioni congiunte della missione ONU e della coordinatrice speciale per il Libano hanno insistito sul fatto che le scadenze dell’accordo non sono state rispettate.

Sul piano del diritto umanitario, organizzazioni come Amnesty International hanno sostenuto che in numerosi casi la distruzione di proprietà civili nel sud del Libano, compiuta con bulldozer ed esplosivi anche dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco del novembre 2024, non mostrava un’evidente “necessità militare imperativa”, criterio richiesto dal diritto internazionale per giustificare la demolizione di beni civili fuori dal contesto di un attacco in corso. È un’accusa grave, formulata con prudenza giuridica ma dal peso politico rilevante: se confermata caso per caso, sposterebbe il tema dalle violazioni della tregua a possibili violazioni del diritto internazionale umanitario.

La guerra oltre la guerra

Il sud del Libano è diventato anche un laboratorio di un’altra forma di conflitto: non la sola distruzione per colpire il nemico, ma la distruzione per ridisegnare il dopo. Il paesaggio che emerge dalle immagini satellitari e dai reportage non parla soltanto di scontro armato; parla di una volontà di trasformare la zona di frontiera in una fascia controllabile, leggibile, spopolata, più difficile da usare per infiltrazioni o lanci di razzi. È una logica che Israele considera difensiva e che molti osservatori, invece, leggono come un tentativo di imporre unilateralmente una nuova realtà territoriale.

Per questo il numero degli edifici demoliti conta, ma conta ancora di più il suo significato. Oltre 1.400 edifici non sono solo macerie: sono un indicatore della scala a cui il territorio viene trattato come oggetto di ingegneria militare. E quando la demolizione prosegue durante una tregua, il messaggio implicito è che il cessate il fuoco non coincide più con la fine della coercizione. Semplicemente, la coercizione cambia forma.

Che cosa può succedere adesso

Molto dipenderà da tre fattori. Il primo è la tenuta politica del nuovo cessate il fuoco del 16 aprile 2026, che al momento appare fragile e strettamente legato alla più ampia tensione regionale. Il secondo è la capacità dell’esercito libanese di dispiegarsi davvero nel sud con il sostegno internazionale necessario, cosa finora ostacolata sia dalle condizioni sul terreno sia dalla permanenza delle forze israeliane. Il terzo è il ruolo degli attori esterni — soprattutto Stati Uniti, Francia e Nazioni Unite — nel trasformare il meccanismo di monitoraggio da formula diplomatica a strumento effettivo di verifica e pressione.

Senza questi tre passaggi, il rischio è che il sud del Libano resti intrappolato in una zona grigia: né guerra totale né pace, né occupazione formalizzata né sovranità pienamente ripristinata. È il tipo di instabilità che consuma lentamente i territori e normalizza l’eccezione. Le case non crollano più sotto l’impatto di una bomba in diretta, ma vengono abbattute un po’ più lontano dalle telecamere, un po’ più vicino alla routine. E intanto la frontiera, pezzo dopo pezzo, cambia faccia.