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20 aprile 2026 - Aggiornato alle 00:16
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esteri

Iran, il negoziato si incrina: Teheran ha annunciato che non si presenterà al secondo round di colloqui con gli Usa

Pesano la sfiducia reciproca, il nodo nucleare, la pressione militare e un corridoio energetico da cui passa una quota decisiva del petrolio mondiale

19 Aprile 2026, 22:03

23:11

The Assembly of Experts focuses on Mojtaba Khamenei, the regional crisis nears escalation

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Mentre a Washington il presidente Donald Trump annuncia che i negoziatori americani partiranno per il Pakistan già lunedì, a Teheran prende forma la scelta opposta, quella di non sedersi affatto a un secondo tavolo. Nel mezzo non c’è soltanto un fallimento diplomatico, ma un corto circuito strategico che riguarda il cessate il fuoco, il programma nucleare iraniano, la pressione militare americana e, soprattutto, il controllo dello Stretto di Hormuz.

Secondo quanto riferito dall’agenzia statale iraniana Irna, e rilanciato da più fonti internazionali, l’Iran ha respinto l’ipotesi di un secondo round di colloqui con gli Stati Uniti. La motivazione ufficiale indicata da Teheran è netta: Washington avrebbe avanzato richieste considerate “eccessive”, accompagnate da aspettative ritenute irrealistiche, da continui cambi di posizione e da dichiarazioni contraddittorie. A pesare, nella lettura iraniana, è anche la prosecuzione di quello che viene definito un blocco navale americano, interpretato come una violazione dello spirito, se non della lettera, della tregua in vigore.

A questo proposito, stasera Trump ha annunciato che gli Stati Uniti hanno colpito una nave da cargo battente bandiera iraniana, intercettata nel Golfo dell'Oman, e ha assunto il pieno controllo dell'imbarcazione. 

Il punto politico centrale è proprio questo: per Teheran non si può chiedere una ripresa credibile della diplomazia mentre sul terreno — o meglio, sul mare — permane una misura coercitiva che gli iraniani considerano incompatibile con una vera de-escalation. Il rifiuto del secondo round, dunque, non appare come un gesto isolato o puramente tattico, ma come il tentativo di rialzare il prezzo politico del negoziato e di segnalare che, senza un cambio di postura americana, il dialogo rischia di ridursi a una cornice formale priva di sostanza. È una linea che nelle ultime ore è stata confermata anche da dichiarazioni iraniane riprese dall’Associated Press, nelle quali si insiste sul carattere “massimalista” delle richieste statunitensi e sulla necessità di affrontare il tema delle sanzioni.

Il precedente di Islamabad e le ragioni del gelo

Per capire il significato di questo stop bisogna tornare al primo incontro, quello svoltosi a Islamabad tra l’11 e il 12 aprile 2026. Era stato presentato come un passaggio storico: un confronto diretto, ad altissimo livello, tra delegazioni guidate dal vicepresidente americano JD Vance e dallo speaker del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Qalibaf. Quel round si è protratto per 21 ore, ma si è chiuso senza accordo. Il risultato non è stato un’intesa provvisoria, bensì una sospensione carica di ambiguità, con il cessate il fuoco rimasto in piedi ma senza un meccanismo politico robusto capace di sostenerlo nel tempo.

Da allora, il divario fra le parti non si è ristretto. Anzi, secondo le ricostruzioni disponibili, i nodi si sono addensati attorno a tre dossier: il futuro del programma nucleare iraniano, il sistema delle sanzioni economiche e il controllo strategico dello Stretto di Hormuz. L’amministrazione americana continua a indicare come obiettivo prioritario impedire all’Iran di acquisire un’arma nucleare; Teheran, dal canto suo, sostiene che il proprio programma abbia finalità pacifiche, ma respinge limiti percepiti come unilaterali o imposti sotto minaccia. In altre parole, i colloqui non si sono fermati solo per divergenze tecniche: si sono inceppati perché ciascuna parte ritiene che l’altra stia cercando di trasformare il tavolo in uno strumento di pressione, non di compromesso.

Il nodo del blocco navale e la leva di Hormuz

Il riferimento iraniano al blocco navale non è un dettaglio retorico. È il cuore dello scontro. La crisi sullo Stretto di Hormuz è infatti ben più di un contenzioso regionale: da quel passaggio transita in media circa 20 milioni di barili al giorno, pari a circa il 25% del commercio mondiale marittimo di petrolio, con effetti rilevanti anche sul gas naturale liquefatto. L’Agenzia Internazionale dell’Energia sottolinea che nel 2025 lo Stretto ha movimentato volumi tali da renderlo uno dei punti più critici dell’intero sistema energetico globale; eventuali interruzioni, anche brevi, possono avere conseguenze immediate sui mercati e sulla sicurezza energetica, soprattutto in Asia.

Per questo la disputa attorno a Hormuz ha un peso che supera il pur delicatissimo dossier bilaterale tra Washington e Teheran. Quando l’Iran collega la ripresa dei colloqui alla fine delle misure navali americane, non sta solo difendendo una questione di prestigio nazionale: sta cercando di usare la centralità dello Stretto come leva negoziale. Dall’altra parte, gli Stati Uniti sembrano considerare la pressione marittima parte integrante della loro architettura di deterrenza. Il risultato è un paradosso pericoloso: il luogo che dovrebbe essere messo in sicurezza per favorire la diplomazia diventa l’oggetto stesso del braccio di ferro che blocca la diplomazia.

La diffidenza iraniana verso Washington

Nella narrativa ufficiale iraniana, il no al secondo round è anche una risposta a quella che viene descritta come una linea americana oscillante e contraddittoria. Irna parla di cambiamenti ripetuti di posizione; fonti riprese dall’AP usano la formula delle richieste “massimaliste”; altri resoconti citano l’insoddisfazione iraniana per l’assenza di risposte credibili sul dossier delle sanzioni. Tutti questi elementi, messi insieme, restituiscono la percezione di una trattativa in cui Teheran teme di concedere senza ottenere garanzie equivalenti.

È qui che emerge un aspetto spesso sottovalutato: per la leadership iraniana la forma del negoziato conta quasi quanto il merito. Accettare un secondo round mentre permane il blocco navale e mentre il presidente americano annuncia pubblicamente l’invio della delegazione prima di un consenso iraniano verificabile significherebbe, agli occhi di Teheran, entrare in una trattativa in posizione di debolezza simbolica oltre che materiale. In un sistema politico fortemente sensibile al tema della sovranità, il rischio interno è evidente: apparire disponibili al dialogo ma incapaci di far rispettare le proprie linee rosse.

Il dossier nucleare resta il vero baricentro

Anche se nelle ultime ore l’attenzione pubblica si è concentrata soprattutto sullo Stretto di Hormuz, il baricentro strategico resta il programma nucleare iraniano. A ricordarlo è stato il direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, Rafael Grossi, secondo cui qualsiasi intesa tra Stati Uniti e Iran rischia di essere solo “un’illusione” senza un meccanismo di verifica molto dettagliato e senza il coinvolgimento pieno dell’agenzia. È un messaggio che vale come monito tecnico ma anche politico: senza controlli credibili, nessun accordo sarebbe realmente sostenibile.

Le cifre spiegano il perché. Secondo quanto riportato dall’AP sulla base di informazioni dell’AIEA, l’Iran dispone di uno stock di 440,9 chilogrammi di uranio arricchito fino al 60%, un livello molto vicino, sul piano tecnico, alla soglia del materiale di qualità militare fissata al 90%. Grossi ha inoltre sottolineato che, in assenza di accesso pieno ai siti colpiti durante il conflitto, l’agenzia non può verificare in modo completo né l’interruzione delle attività di arricchimento né la consistenza effettiva delle scorte. In questo quadro, è comprensibile che Washington mantenga una linea dura; ma è altrettanto comprensibile che Teheran legga quella durezza come una pretesa di resa negoziale.