Indagini
Perquisizioni a Roma sulla presunta "Squadra Fiore": fari accesi su dossieraggio e mercato dei dati sensibili, accessi abusivi e ipotesi di peculato
I controlli coinvolgono anche Giuseppe Del Deo, ex ufficiale dell’esercito, per anni nei servizi e poi nominato nell’agosto 2024 vicedirettore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza
C’è un punto, in tutte le inchieste che sfiorano l’intelligence, in cui la cronaca smette di assomigliare a un fascicolo giudiziario e comincia a somigliare a una radiografia del potere. Non perché emerga già una verità processuale — quella, eventualmente, arriverà molto più avanti — ma perché affiorano i meccanismi: chi sapeva, chi poteva entrare nei sistemi, chi aveva relazioni, chi cercava informazioni su persone e imprese, e soprattutto per conto di chi. È qui che si colloca l’indagine della Procura di Roma sulla presunta “Squadra Fiore”, un nome che, al di là dell’etichetta investigativa, descrive un’ipotesi pesante: l’esistenza di una struttura clandestina dedita al dossieraggio, con ramificazioni che toccano ex appartenenti alle forze dell’ordine, figure provenienti dall’intelligence, ambienti imprenditoriali e persino il Vaticano.
Nelle intercettazioni dell’inchiesta compaiono infatti riferimenti a presunti rapporti tra apparati di sicurezza e Vaticano. È quanto emerge dal decreto di perquisizione in cui viene riportato un dialogo tra un dipendente della presidenza del Consiglio, in servizio in un reparto dei Servizi, e Rosario Bonomo, ex finanziere assegnato alla stessa presidenza dal 2011 al 2015 e indagato nel procedimento.
In base a quanto emerge dagli atti, nelle conversazioni i due mostrerebbero di conoscere «episodi criminosi connessi ad attività parallele di componenti dei servizi di sicurezza che vengono menzionate con linguaggio prudente ed allusivo - si legge nel decreto di perquisizione -. Ad esempio il 23 dicembre 2024 i due parlano dei rapporti che i Servizi di Informazione e Sicurezza avrebbero con il Vaticano e al riguardo» il teste "riferisce di essere a conoscenza che persone chiamate i neri di Del Deo avrebbero fatto casini dal Vaticano".
Nell’atto la Procura di Roma aggiunge che il testimone ha dichiarato di conoscere Bonomo in quanto suo ex collega e «di aver mantenuto con lui rapporti di amicizia. Il teste ha precisato che Bonomo aveva lavorato alle dipendenze del generale Luigi De Lisi, ex generale della Guardia di Finanza, ed aveva fatto parte dell’ufficio di staff del capo reparto». Il testimone ha riferito di aver «appreso dallo stesso Bonomo che questi aveva comprato un’apparecchiatura del valore di 6 mila euro che serviva per effettuare "bonifiche" e svolgeva l'attività di investigatore privato. Inoltre, Bonomo millantava di avere ampia disponibilità economica e di voler aprire un ufficio a Dubai».
Il passaggio più delicato, e insieme più esplosivo sul piano pubblico, riguarda Giuseppe Del Deo, ex ufficiale dell’esercito, per anni nei servizi e poi nominato nell’agosto 2024 vicedirettore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, il Dis, cioè l’organo che coordina Aise e Aisi. Oggi il suo nome compare tra gli indagati in un filone dell’inchiesta romana per peculato e accesso abusivo a sistema informatico o telematico. Le accuse, va ribadito con nettezza, sono allo stato delle contestazioni investigative e dovranno essere vagliate nel contraddittorio tra accusa e difesa. Ma basta questo per capire la portata del caso: qui non si parla soltanto di un presunto circuito di spioni privati, bensì della possibilità che pezzi dell’apparato pubblico siano stati usati, secondo l’ipotesi dei pm, per fini estranei a quelli istituzionali.
Le perquisizioni e la mappa dell’indagine
Stamane il Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri ha eseguito, su delega della Procura della Repubblica di Roma e con il coordinamento della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, una serie di perquisizioni locali, personali e informatiche, accompagnate dal sequestro di dispositivi e corrispondenza digitale. Il comunicato ufficiale dell’Arma indica che l’inchiesta nasce da due direttrici: da un lato gli elementi emersi nel procedimento milanese su Equalize; dall’altro gli sviluppi investigativi autonomi della procura capitolina, orientati a verificare la reale operatività della struttura chiamata fiduciariamente “squadra Fiore”.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, la struttura sarebbe stata attiva almeno dal novembre 2024. I suoi componenti — in parte ex appartenenti alle forze di polizia e in parte ex legati all’Aisi — sarebbero indagati per associazione per delinquere finalizzata alle interferenze illecite nella vita privata, per accessi abusivi a sistemi informatici e per condotte legate all’intercettazione, all’impedimento o all’interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche. Nella sintesi degli inquirenti, avrebbero acquisito e commercializzato informazioni riservate estrapolate da banche dati protette, realizzando dossier su persone fisiche e giuridiche, anche su commissione di imprenditori, professionisti e intermediari finanziari.
Il dato che più colpisce non è soltanto l’ampiezza delle ipotesi di reato, ma la natura del presunto servizio offerto: non una raccolta informativa grigia, non una semplice investigazione spinta al limite, bensì — se l’impianto accusatorio reggerà — un mercato parallelo delle informazioni sensibili. Un’economia del dato riservato, con tariffazione “mensile” o “a singolo contratto”, come scrivono i carabinieri. Ed è proprio in questo snodo che il nome di Del Deo torna centrale.
Chi è Giuseppe Del Deo e perché il suo nome pesa così tanto
Giuseppe Del Deo non è una figura marginale. La sua carriera, secondo le ricostruzioni concordanti delle fonti disponibili, si sviluppa lungo oltre trent’anni nelle istituzioni e per circa vent’anni nel comparto dell’intelligence. Nell’agosto 2024 era stato indicato dal governo come numero due del Dis, incarico lasciato poi nell’aprile 2025, pochi mesi dopo. Diverse fonti giornalistiche hanno registrato quell’uscita come un passaggio anticipato rispetto alla naturale scadenza professionale, mentre oggi il sito di Cerved lo indica nel ruolo di Presidente del gruppo.
Il peso del suo nome, in questa indagine, dipende dal ruolo ricoperto e dal livello di accesso che un dirigente di quel profilo può aver avuto a sistemi, archivi e flussi informativi sensibili. Per questo la contestazione di accesso abusivo assume un valore che va oltre il reato in sé: gli investigatori ipotizzano che un ex dirigente “in posizione apicale” del sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica abbia utilizzato, per fini non istituzionali, gli schedari informativi creati per trattare notizie utili agli scopi del comparto. È una formula asciutta, ma nella sostanza significa una cosa precisa: l’eventuale impiego di strumenti pubblici ultra-sensibili fuori dal loro perimetro legittimo.
Il filone Del Deo: peculato, accessi abusivi e i 5 milioni contestati
Nel filone che lo riguarda, Del Deo è indagato per peculato e accesso abusivo. Il punto economico più rilevante riguarda una contestazione che, secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano e coerentemente sintetizzato anche dalla nota del Ros, si concentra su fondi dell’Aisi destinati nel 2023 a saldare un contratto di fornitura ritenuto, in ipotesi, mai eseguito. L’ordine di grandezza indicato è di alcuni milioni di euro; il quotidiano parla di circa 5 milioni di euro e collega l’episodio a contratti verso una società operante nel settore dei sistemi di riconoscimento facciale e biometrici, la Sind, all’epoca gestita da Enrico Fincati, anch’egli indagato.
Su questo aspetto è necessaria la massima cautela lessicale. Le carte note al pubblico descrivono un’ipotesi accusatoria: imprenditori e l’ex dirigente dell’intelligence si sarebbero appropriati, secondo i pm, di fondi pubblici indirizzati a una fornitura rimasta sulla carta. La responsabilità penale individuale, naturalmente, è tutta da accertare. Ma il punto giornalisticamente decisivo è un altro: se confermata, la vicenda mostrerebbe non un abuso episodico, bensì un possibile uso distorto della spesa riservata o comunque di risorse pubbliche collocate in un settore in cui la trasparenza è strutturalmente più ridotta rispetto ad altri comparti dello Stato.
Il legame con il caso Equalize
L’indagine romana non nasce nel vuoto. Una parte del materiale che la alimenta arriva infatti dal procedimento milanese su Equalize, l’agenzia investigativa finita al centro di una vasta inchiesta su presunti dossieraggi e accessi abusivi a banche dati. Il 9 aprile 2026, la Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per Enrico Pazzali, ex presidente di Fondazione Fiera Milano ed ex titolare di Equalize, e ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini in un secondo maxi-filone a carico di 81 persone.
Da Milano a Roma il filo è meno lineare di quanto sembri, ma c’è. Le fonti parlano di dichiarazioni e intercettazioni in cui emergerebbero riferimenti alla Squadra Fiore e ai suoi rapporti con ambienti diversi da quelli già noti nell’inchiesta lombarda. In precedenti ricostruzioni giornalistiche, sempre da trattare con prudenza, la presunta struttura romana viene descritta come un gruppo capace di muoversi tra pedinamenti, dossier reputazionali, acquisizione di fotografie compromettenti e accessi informativi illeciti, anche attorno al nome dell’imprenditore Leonardo Maria Del Vecchio. Questo non equivale a dire che l’intero impianto sia già dimostrato: significa, però, che l’autorità giudiziaria sta cercando di capire se esistesse un circuito parallelo e concorrente rispetto a quello milanese, con un proprio radicamento nella Capitale.
Gli altri nomi: Carmine Saladino, la truffa aggravata e il danno a Cdp
L’altro fronte dell’inchiesta, per come è stato illustrato dagli investigatori, riguarda una presunta truffa aggravata in un’operazione societaria nel settore delle reti digitali infrastrutturali e delle soluzioni di intelligence per l’innovazione. In questo contesto compare il nome di Carmine Saladino, indicato da Il Fatto Quotidiano come ex fondatore di Maticmind e indagato per truffa. La contestazione, nella sintesi contenuta nella nota del Ros, è tecnica ma molto chiara: attraverso artifici contabili, sarebbero stati esposti nel bilancio 2023 valori fittizi di fatturato, tali da incrementare falsamente per oltre 40 milioni di euro l’Ebitda della società, parametro rilevante per la maturazione di una clausola di earn-out.
Secondo gli investigatori, questa operazione avrebbe generato un profitto indebito di circa 8 milioni di euro, con un danno che avrebbe toccato anche Cassa Depositi e Prestiti, presente nella compagine della società acquirente tramite CDP Equity S.p.A.. È un passaggio importante perché mostra come, attorno alla presunta rete di dossieraggio, la procura stia guardando anche a operazioni economiche e societarie più ampie. In altre parole: non solo spionaggio informativo, ma anche possibili riflessi patrimoniali, industriali e finanziari.
“I neri”, le attività para-investigative e la zona grigia
Tra i dettagli più significativi emersi nelle ricostruzioni giornalistiche c’è il riferimento a una squadra di collaboratori che, quando Del Deo era dirigente del reparto economico-finanziario dell’Aisi, sarebbe stata “denominata convenzionalmente i neri”. Secondo l’ipotesi dei magistrati riportata da Il Fatto Quotidiano, a questi soggetti sarebbero state date disposizioni per “attività clandestine di tipo para-investigativo”. È un’espressione che pesa, perché definisce una zona grigia: non un’unità formalmente riconosciuta, non un incarico istituzionale trasparente, ma un ambito operativo intermedio, opaco, informale. Anche qui, naturalmente, il lessico deve restare prudente: siamo dentro una ricostruzione accusatoria, non in una verità accertata. Ma il quadro che emerge è quello di un sistema in cui professionalità provenienti dagli apparati avrebbero continuato a muoversi, secondo l’accusa, al confine tra pubblico e privato, tra mandato e deviazione.