Islamabad, la scommessa di Trump sull’Iran: «I colloqui si faranno». JD Vance arriva in Pakistan. Ma la trattativa resta appesa al filo
Tra mosse diplomatiche, diffidenze reciproche e il peso della mediazione pakistana, la nuova missione americana riapre un negoziato che può ancora cambiare gli equilibri del Medio Oriente
Una delegazione americana di primissimo piano iè n viaggio verso il Pakistan per cercare di riaprire il dossier più esplosivo del momento, quello con l’Iran. A dare il tono è stato Donald Trump, che nelle ultime ore ha assicurato che i colloqui “dovrebbero aver luogo” e che, a suo giudizio, “nessuno sta facendo giochetti”. Un linguaggio asciutto, da trattativa immobiliare trasportata in geopolitica, ma che segnala un punto preciso: la Casa Bianca vuole mostrare fiducia, o almeno evitare che il tavolo salti prima ancora di riaprirsi.
La novità più rilevante è la composizione della missione statunitense. Secondo fonti concordanti, verso Islamabad sono diretti il vicepresidente JD Vance, l’inviato speciale Steve Witkoff e Jared Kushner, genero e consigliere politico di lunga data del presidente. È la conferma che Trump continua a concentrare il negoziato in un perimetro strettissimo, affidandosi a figure di massima fiducia politica più che all’architettura diplomatica tradizionale.
«Sono in viaggio in questo momento, saranno lì questa notte, ora di Islamabad», ha detto Donald Trump, in un’intervista telefonica con il New York Post. Il presidente degli Stati Uniti in un'altra intervista alla giornalista di Fox News, Maria Bartiromo, ha detto addirittura di aspettarsi che «domani sera in Pakistan» sarà firmato l'accordo con l’Iran. Ma è un ottimismo appeso a un filo: se il cessate il fuoco dovesse scadere martedì - ha infatti aggiunto Trump rispondendo chi gli chiedeva cosa succederà se scadrà il cessate il fuoco - «allora inizieranno a esplodere molte bombe».
Un negoziato che riapre dopo un primo fallimento
Per capire il peso di queste ore bisogna tornare indietro di pochi giorni. Il primo round di colloqui a Islamabad, tenutosi tra l’11 e il 12 aprile 2026, si era chiuso dopo circa 21 ore senza un’intesa conclusiva. Le parti avevano parlato, si erano misurate su richieste e linee rosse, ma il tentativo di trasformare la tregua in un accordo più strutturato si era infranto sulle questioni più sensibili: il programma nucleare iraniano, le garanzie di sicurezza, il perimetro della de-escalation regionale e il grado di verifica internazionale richiesto da Washington.
L’assenza di un accordo, tuttavia, non ha segnato la fine del processo. Al contrario, il fatto stesso che il dialogo sia proseguito attraverso canali indiretti e che si sia lavorato a un secondo round dimostra che entrambe le parti, pur diffidando l’una dell’altra, ritengono ancora preferibile negoziare piuttosto che tornare a una piena escalation. È su questo crinale che si colloca il messaggio di Trump: dire che “nessuno sta facendo giochetti” significa provare a neutralizzare, almeno sul piano pubblico, il sospetto che Teheran stia usando il tempo come leva tattica o che gli Stati Uniti stiano alzando la posta senza una reale disponibilità al compromesso.
Il ruolo del Pakistan, da attore laterale a mediatore centrale
Se c’è un vincitore diplomatico provvisorio di questa fase, è il Pakistan. Islamabad è passata nel giro di pochi giorni da capitale osservatrice a piattaforma di mediazione riconosciuta. Il governo del primo ministro Shehbaz Sharif ha rivendicato apertamente il proprio ruolo nell’apertura del cessate il fuoco e nell’organizzazione degli incontri successivi, presentandosi come interlocutore capace di parlare con Washington, con Teheran e con altri attori regionali coinvolti negli sforzi di de-escalation. Le autorità pakistane hanno inoltre predisposto misure straordinarie di sicurezza e facilitazioni logistiche, compreso un regime speciale per delegati e giornalisti dei Paesi partecipanti.
Non si tratta soltanto di prestigio. Per Islamabad, ospitare e tenere in piedi il tavolo significa accreditarsi come potenza diplomatica in una regione allargata in cui i vecchi canali di mediazione sono logorati o politicamente troppo esposti. La leadership pakistana ha insistito nelle comunicazioni ufficiali sul nesso tra stabilità regionale, sicurezza globale ed effetti economici internazionali della crisi. Una formula che va letta anche in chiave interna: presentarsi come Paese ponte, e non come semplice periferia strategica, rafforza il profilo politico del governo e dell’apparato di sicurezza pakistano.
Perché Trump insiste sui colloqui
L’ottimismo del presidente americano non nasce nel vuoto. Negli ultimi giorni Trump aveva già lasciato intendere che un nuovo round fosse possibile in tempi rapidi, evocando un ritorno al tavolo “entro un paio di giorni” e sostenendo che un’intesa entro la fine del mese fosse ancora immaginabile. La ripartenza del negoziato è dunque coerente con una linea che la Casa Bianca cerca di mantenere da settimane: pressione elevata, messaggi pubblici muscolari, ma sempre accompagnati dall’idea di una via d’uscita negoziale. In termini politici, Trump vuole conservare insieme entrambe le immagini: quella del leader che non arretra e quella del negoziatore che ottiene risultati.
C’è anche un altro elemento. La dottrina pubblicamente ribadita dalla presidenza americana resta molto netta: l’Iran non deve ottenere l’arma nucleare. Su questo punto la Casa Bianca ha costruito la propria giustificazione politica e strategica dell’intera campagna di pressione. Ogni riapertura diplomatica, quindi, viene letta da Washington dentro una cornice rigida: nessuna soluzione potrà essere presentata come successo se non conterrà limiti sostanziali e verificabili alle capacità nucleari iraniane. È qui che si colloca uno dei nodi più difficili del negoziato.
«Sbarazzatevi delle armi nucleari. E' molto semplice», ha insistito Donald Trump con il New York Post. L'Iran ha un grande potenziale per prosperare, «potrebbe essere davvero un paese meraviglioso».
Il nodo vero: che cosa chiede Washington, che cosa può accettare Teheran
Secondo indiscrezioni raccolte da fonti giornalistiche statunitensi, durante i colloqui precedenti gli Stati Uniti avrebbero proposto all’Iran una moratoria di 20 anni sull’arricchimento dell’uranio. È una richiesta di peso enorme, perché tocca il cuore della rivendicazione iraniana di sovranità tecnologica e strategica. Anche senza entrare nel dettaglio di ogni formula tecnica, il punto politico è chiaro: per Washington una semplice tregua militare non basta; serve un assetto che riduca in modo durevole la capacità iraniana di avvicinarsi alla soglia nucleare. Per Teheran, al contrario, accettare una limitazione così lunga e simbolicamente così pesante equivarrebbe a riconoscere una sconfitta strategica difficilmente spendibile sul piano interno.
È per questo che la trattativa continua a sembrare possibile e al tempo stesso fragilissima. Possibile, perché entrambe le parti hanno interesse a evitare una riaccensione incontrollata del confronto. Fragilissima, perché il compromesso dovrebbe nascere proprio sul terreno che ciascuno considera identitario: la sicurezza per gli Stati Uniti, la dignità strategica e nazionale per l’Iran.