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20 aprile 2026 - Aggiornato alle 19:58
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Lavoro e tecnologia

Meta prepara un primo round di licenziamenti fino al 10% del personale: così l'era dell'IA ridisegna le piante organiche

Più investimenti in IA e infrastrutture, meno ruoli tradizionali

20 Aprile 2026, 17:11

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Meta prepara un nuovo taglio: fino a 8.000 posti a rischio mentre l’IA ridisegna il gigante di Zuckerberg

Dietro i numeri dei licenziamenti non c’è soltanto un piano di riduzione dei costi: c’è la trasformazione di Meta in una macchina sempre più concentrata su intelligenza artificiale, infrastrutture e produttività.

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C’è un paradosso che racconta meglio di qualsiasi slogan la stagione che sta vivendo la Silicon Valley: più una grande piattaforma cresce, investe e promette innovazione, più può decidere di diventare piccola — almeno nel numero delle persone che impiega. È dentro questo paradosso che si colloca l’ultima indiscrezione su Meta, il gruppo che controlla Facebook, Instagram, WhatsApp e Threads. Secondo Reuters, che cita tre fonti a conoscenza del piano, la società avrebbe fissato al 20 maggio 2026 la prima ondata di una nuova tornata di licenziamenti su vasta scala. L’impatto iniziale, stando a una delle fonti, potrebbe arrivare a circa il 10% della forza lavoro globale, vale a dire quasi 8.000 dipendenti. E non finirebbe lì: un’ulteriore tranche di tagli sarebbe prevista nella seconda metà del 2026, anche se su tempi e dimensioni non sono stati diffusi dettagli ufficiali.

Il dato colpisce ancora di più se letto accanto ai numeri ufficiali della stessa azienda. Meta ha chiuso il 2025 con 78.865 dipendenti, in aumento del 6% rispetto all’anno precedente. Nello stesso documento finanziario, il gruppo ha indicato per il 2026 investimenti in conto capitale compresi tra 115 e 135 miliardi di dollari, con una crescita trainata soprattutto dall’espansione dell’infrastruttura necessaria ai progetti di IA e al rafforzamento del core business. In altre parole: più server, più data center, più capacità di calcolo — ma non necessariamente più personale.

È questo il vero cuore della vicenda. Ridurre il piano occupazionale mentre si aumenta la spesa tecnologica non è una contraddizione, ma una precisa scelta industriale. Le indiscrezioni raccolte da Reuters descrivono infatti una società impegnata a compensare il costo crescente delle scommesse sull’intelligenza artificiale e, al tempo stesso, a prepararsi a un’organizzazione in cui una quota maggiore di lavoro viene automatizzata o resa più efficiente da strumenti software. Non è un dettaglio semantico: in aziende come Meta, il lessico dell’“efficienza” è ormai diventato il nome elegante di una ristrutturazione permanente.

Dalla “Year of Efficiency” a una nuova fase di austerità selettiva

Per capire perché questa notizia pesa così tanto bisogna tornare indietro di qualche anno. Nel novembre 2022, Meta annunciò il taglio di circa 11.000 posti di lavoro, pari a circa il 13% della forza lavoro dell’epoca. Pochi mesi dopo, il 14 marzo 2023, Mark Zuckerberg presentò pubblicamente l’aggiornamento della sua “Year of Efficiency”, spiegando che il gruppo prevedeva di ridurre l’organico di altre 10.000 persone e di chiudere circa 5.000 posizioni aperte non ancora coperte. In quel messaggio, Zuckerberg parlava di una struttura più piatta, meno livelli manageriali, meno progetti considerati non prioritari e una macchina aziendale più snella.

Quei tagli non erano stati presentati come una semplice correzione congiunturale. Erano, già allora, l’avvio di un cambio di modello. Dopo anni di assunzioni accelerate durante la pandemia e dopo la costosissima scommessa sul metaverso, Meta ha iniziato a spostare il baricentro dal concetto di espansione continua a quello di rendimento per dipendente, produttività per team e ritorno degli investimenti. Non a caso, Axios ha osservato di recente che l’efficienza del gruppo è cresciuta in modo netto: la combinazione tra crescita dei ricavi, strumenti di IA e personale ridotto ha aumentato sensibilmente i ricavi medi per addetto negli ultimi tre anni.

I tagli del 2026 non arrivano dal nulla

Il possibile ridimensionamento di maggio, peraltro, non rappresenterebbe il primo intervento del 2026. Già a gennaio diverse fonti hanno riferito di un taglio di circa il 10% nella divisione Reality Labs, l’unità che presidia visori, realtà virtuale, realtà aumentata e parte dell’eredità strategica del metaverso. A marzo, inoltre, Bloomberg ha riferito di alcune centinaia di esuberi in team legati a sales, recruiting e ancora Reality Labs. Non si tratterebbe quindi di una decisione isolata, ma di una sequenza di aggiustamenti che va componendo un disegno più ampio.

Anche nel 2024 la società aveva già mostrato di non considerare chiusa la stagione delle uscite. Associated Press riportò in ottobre licenziamenti che coinvolgevano personale di WhatsApp, Instagram e Reality Labs, motivati da un riallineamento alle “priorità strategiche” e alla “location strategy” del gruppo. Il numero dei dipendenti coinvolti non fu reso noto, ma il segnale era chiaro: dopo i maxi-tagli del 2022-2023, Meta non è mai davvero tornata a una fase di stabilità occupazionale.

Nel 2025 è arrivato un altro tassello. Secondo quanto riportato da AP sulla base di notizie diffuse da Bloomberg, Meta aveva pianificato l’uscita di circa il 5% del personale, concentrandosi sui lavoratori giudicati meno performanti. All’epoca si parlava di circa 3.600 persone, su una base di poco superiore ai 72.000 dipendenti indicati nei filing più recenti allora disponibili. Quella mossa aveva già mostrato una linea manageriale più aggressiva: non più soltanto tagli trasversali per contenere i costi, ma una selezione continua della forza lavoro in nome della performance.

Perché ora: l’IA costa moltissimo e cambia il perimetro del lavoro

La domanda vera non è se Meta possa permettersi questi licenziamenti. I conti dicono che, sul piano finanziario, il gruppo resta fortissimo. La domanda è un’altra: perché una società che investe così tanto e che continua a generare ricavi e cassa sceglie di comprimere ancora il personale? La risposta più credibile sta nell’enorme fabbisogno di capitale richiesto dalla corsa all’IA. Nei risultati del quarto trimestre e dell’intero 2025, Meta ha segnalato spese in conto capitale per 72,22 miliardi di dollari nell’anno appena chiuso e ha indicato per il 2026 una forchetta di 115-135 miliardi, spiegando che l’aumento sarà spinto dagli investimenti nelle sue iniziative di superintelligenza e nel business principale.

Tradotto: la partita si gioca sempre meno sul numero di dipendenti e sempre più sulla disponibilità di infrastrutture, chip, energia, rete e capacità computazionale. I grandi gruppi tecnologici stanno entrando in una fase in cui il capitale fisso — data center, server, fibra, hardware — torna centrale come nelle industrie pesanti, ma con tempi e costi da economia digitale. A gennaio Meta ha anche annunciato un accordo pluriennale fino a 6 miliardi di dollari con Corning per la fornitura di cavi in fibra ottica destinati ai suoi data center, un ulteriore segnale della scala raggiunta dagli investimenti infrastrutturali.

In questo contesto, il lavoro umano non scompare, ma cambia gerarchia. Il gruppo ha chiarito nei suoi documenti finanziari che continua ad assumere nei settori considerati prioritari, in particolare l’IA. La compressione dell’organico, quindi, non implica necessariamente un blocco totale delle assunzioni: più probabilmente indica una riallocazione brutale, con meno ruoli in funzioni ritenute ridondanti o meno strategiche e più spazio a profili tecnici ad alta specializzazione. È una dinamica che può lasciare intatta, o perfino aumentare, la spesa per personale qualificato, mentre cala il numero complessivo delle persone impiegate.

Il messaggio al mercato: meno persone, più rendimento

C’è poi un’altra dimensione, meno dichiarata ma decisiva: quella del rapporto con gli investitori. Negli ultimi anni Wall Street ha spesso premiato le big tech quando hanno dimostrato disciplina sui costi, soprattutto se accompagnata da crescita dei ricavi e promesse convincenti sull’IA. Axios ha notato che il titolo Meta ha beneficiato, nelle settimane successive alle indiscrezioni di marzo, dell’idea che la società fosse pronta a una nuova stretta sull’organico per sostenere la redditività nonostante il boom degli investimenti. È la nuova grammatica dei mercati: tagliare il personale non viene più letto soltanto come un sintomo di debolezza, ma come prova di controllo manageriale.

Il precedente del 2023 pesa molto anche sotto questo profilo. La “Year of Efficiency” di Zuckerberg fu accolta positivamente da una parte del mercato proprio perché segnava la fine della fase più dispendiosa e visionaria del metaverso come narrazione dominante. Da allora il gruppo ha continuato a investire in Reality Labs, ma il racconto aziendale si è progressivamente spostato verso l’IA generativa, gli assistenti, gli strumenti pubblicitari automatizzati e l’infrastruttura necessaria per sostenerli. Il metaverso non è scomparso; semplicemente, ha smesso di essere il centro simbolico della strategia.

Chi rischia di più e che cosa manca ancora per capire la portata reale dei tagli

Al momento, però, bisogna distinguere con precisione tra ciò che è noto e ciò che resta incerto. Noto è il quadro delineato da Reuters: una prima ondata dal 20 maggio 2026, circa il 10% della forza lavoro nella fase iniziale, e una seconda tornata nella seconda parte dell’anno. Non noti, almeno finora, sono la distribuzione geografica dei tagli, le aree funzionali più esposte, i criteri di selezione e l’eventuale differenza tra esuberi secchi, riorganizzazioni interne e ruoli eliminati con possibilità di ricollocazione. Né Meta ha reso pubblico un calendario ufficiale dettagliato di queste nuove misure. Per questo, ogni valutazione sulla mappa precisa dell’impatto va fatta con prudenza.

Detto questo, la traiettoria degli ultimi mesi offre alcuni indizi. I tagli precedenti hanno toccato Reality Labs, i team di recruiting, parti delle funzioni commerciali e alcuni segmenti legati ai prodotti social. Se il criterio resterà quello del riallineamento strategico, è plausibile che a essere più vulnerabili siano i ruoli considerati duplicabili, intermedi o meno vicini alle nuove priorità infrastrutturali e di IA. Ma, appunto, si tratta di una lettura deduttiva, non di un’informazione confermata dall’azienda.