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21 aprile 2026 - Aggiornato alle 08:26
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la guerra

Iran, Trump punta sull'intesa. E minaccia: «Accordo subito o pioveranno bombe»

Il tycoon annuncia il secondo vertice e sposta la fine della tregua a domani. «Il mio patto sarà migliore di quello di Barack Obama». In Pakistan atteso Vance

21 Aprile 2026, 07:41

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Iran, Trump punta sull'intesa. E minaccia: «Accordo subito o pioveranno bombe»

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Da 48 ore senza appuntamenti pubblici e con in agenda solo brevi interviste telefoniche e i consueti messaggi su Truth, Donald Trump è rintanato alla Casa Bianca, al 1600 di Pennsylvania Avenue, sempre più isolato e privo di una chiara via d’uscita dalla guerra in Iran mentre si avvicina la scadenza del cessate il fuoco.

La tregua di due settimane, ha puntualizzato il presidente, termina «mercoledì nella serata di Washington», rettificando — come rileva la Cnn — quanti l’avevano indicata per la sera di martedì.

In un frangente così delicato, 24 ore in più possono risultare decisive, soprattutto per l’inquilino della Casa Bianca.

Dopo aver ordinato il blocco dello Stretto di Hormuz, il comandante in capo appare con le spalle al muro. La mossa si sta rivelando un boomerang: pur con la leadership colpita, Teheran mantiene la leva su quel passaggio strategico, indebolendo la posizione statunitense e alimentando la frustrazione di Trump.

Una rabbia che traspare da giorni dai suoi post incendiari e che comincia a irritare anche i collaboratori più vicini. Lo stile aggressivo e impulsivo del presidente mal si concilia con la conduzione di un conflitto e, secondo il Wall Street Journal, si scontra con le «paure» dello stesso Trump per i militari in prima linea e per le possibili ricadute politiche.

Un mix pericoloso che avrebbe indotto l’entourage a tenerlo ai margini di alcune scelte operative recenti, come il rischioso recupero di piloti americani in territorio iraniano.

Contenere Trump, però, non è semplice. Tra interviste lampo e messaggi contraddittori, il capo della Casa Bianca aggiunge confusione a un quadro già complesso, costringendo lo staff a frequenti rettifiche.

È accaduto domenica, quando ha dichiarato che JD Vance non sarebbe andato a Islamabad per il secondo round di colloqui. La Casa Bianca ha poi chiarito che la delegazione statunitense sarebbe stata guidata dal vicepresidente. A chi chiedeva spiegazioni, i funzionari si sono limitati a osservare: «Le cose cambiano».

Lunedì mattina, un altro scarto di linea: i «nostri» negoziatori sono «in rotta per Islamabad, atterreranno fra qualche ora», ha detto al New York Post. Pochi minuti dopo Vance è stato visto alla Casa Bianca e lo staff presidenziale ha precisato che la partenza ci sarebbe stata, ma con tempi non ancora definiti, forse martedì mattina. Nel giro di poche ore, lo stesso Trump ha ammesso a PBS di non sapere se gli iraniani si sarebbero presentati a Islamabad, per poi indicare a Bloomberg che le trattative in Pakistan si sarebbero tenute «martedì o mercoledì mattina». «Mi piacerebbe partecipare di persona, ma non penso sia necessario», ha aggiunto, dicendosi disponibile a incontrare la leadership di Teheran.

Pur ostentando ottimismo su un’intesa, il presidente ha respinto l’idea di avere fretta di chiuderla, accusando i democratici «traditori» di alimentare tali voci. «Il mio accordo sarà migliore di quello di Barack Obama», ha tagliato corto.

Secondo molti osservatori, questi segnali restituiscono l’immagine di un Trump frustrato dalla capacità di resistenza iraniana e ansioso di strappare un accordo, ritenuto essenziale per archiviare un conflitto che ora intende chiudere soprattutto per ragioni interne. Siamo al 52° giorno di guerra e la normativa prevede che, superati i 60 giorni, il presidente debba chiedere l’autorizzazione al Congresso. Una richiesta metterebbe in luce le crepe nel fronte repubblicano, incluse quelle nell’universo Maga. Numerosi ex fedelissimi lo hanno attaccato e criticato per la conduzione del conflitto; alcuni sono arrivati a invocare il 25° emendamento per rimuoverlo, altri hanno dato credito alla teoria cospirazionista sul suo presunto «finto» attentato di Butler, in Pennsylvania, che lo avrebbe proiettato alla Casa Bianca.

Nelle prossime 24-48 ore, tra la fine della tregua e l’incerto dossier di Islamabad, si giocherà gran parte della possibile via d’uscita dalla crisi.

Intanto i senatori democratici si apprestano a compiere domani il loro quinto tentativo di approvare una risoluzione sui poteri di guerra, volta a limitare l'operazione militare di Donald Trump in Iran.

Guidata dalla senatrice Tammy Baldwin, questa nuova iniziativa arriva il giorno prima della scadenza del cessate il fuoco. Vale la pena ricordare che le ultime quattro risoluzioni sui poteri di guerra sono state respinte dalla Camera Alta di Capitol Hill. Tuttavia, i democratici hanno promesso di continuare a sottoporle al voto dell’aula ogni settimana in cui il conflitto in Iran dovesse protrarsi, con l’obiettivo di costringere i repubblicani a prendere una posizione ufficiale.