IL COLLOQUIO
Iran-Usa, i negoziati di Islamabad e il conto alla rovescia: l'uranio sepolto che può far saltare la pace
La capitale pakistana blindata, cessate il fuoco in scadenza, 440 chilogrammi al 60% che nessuno vuole cedere
C'è un paradosso che dice quasi tutto su questi negoziati: mentre a Islamabad si blindano strade, hotel e corridoi diplomatici per un possibile secondo round tra Stati Uniti e Iran, la questione che può decidere il successo o il fallimento del tavolo potrebbe essere sepolta sottoterra. Letteralmente.
Al centro del braccio di ferro c'è lo stock iraniano di uranio altamente arricchito: 440,9 chilogrammi portati al 60%, cifra certificata dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica alla data del 13 giugno 2025. Un livello tecnicamente inferiore al grado militare, ma abbastanza vicino da trasformare ogni dettaglio del suo controllo in una questione strategica di prima grandezza.
È qui che la diplomazia si inceppa. Trump ha sostenuto nei giorni scorsi che Teheran avrebbe accettato di consegnare agli americani quello che lui ha definito "nuclear dust", l'uranio nei siti colpiti l'anno scorso. La replica iraniana è stata netta, quasi sprezzante: nessun trasferimento agli Stati Uniti, richiesta considerata da Teheran un punto "irricevibile".
Islamabad, di nuovo al centro della partita
Il Pakistan si è ritagliato un ruolo di mediatore chiave nell'arco di poche settimane. Aveva già ospitato tra l'11 e il 12 aprile il primo incontro diretto tra delegazioni americane e iraniane dall'epoca della Rivoluzione islamica: un confronto che non ha prodotto un'intesa, ma ha tenuto aperto il canale. Risultato non banale, considerata la profondità della diffidenza reciproca.
Le autorità di Islamabad hanno rafforzato in modo evidente le misure di sicurezza nella capitale, con migliaia di uomini dispiegati e controlli più rigidi rispetto al primo round. Per alcuni analisti locali, questo livello di preparazione lascia intendere che il governo stia tenendo aperta anche l'ipotesi di una partecipazione di profili ancora più alti, qualora i colloqui dovessero avanzare fino a una bozza di intesa. Il vicepresidente Usa JD Vance dovrebbe partire per Islamabad entro martedì mattina ora americana (nel pomeriggio italiano). Nessuna delegazione del governo iraniano ha ancora lasciato il Paese per recarsi in Pakistan.
Dietro le quinte, il lavoro di mediazione pakistano è stato alimentato sia dal governo di Shehbaz Sharif sia dai vertici militari. Il capo dell'esercito Asim Munir ha mantenuto contatti riservati con interlocutori americani e iraniani, e la sua visita a Teheran a metà aprile va letta in questa chiave: non un gesto simbolico, ma la conferma che il negoziato, pur accidentato, è ancora considerato recuperabile.
Chi controlla l'uranio, e dove resta
Il cuore tecnico della trattativa è la sorte dello stock arricchito. Le posizioni sono lontane. Washington vuole impedire che Teheran possa conservare o riattivare rapidamente il materiale più sensibile. L'Iran considera la rinuncia fisica allo stock una linea rossa, sia per ragioni di sovranità sia perché quel materiale viene presentato internamente come il prodotto di un diritto nazionale non negoziabile.
I numeri aiutano a capire perché il dossier sia tanto esplosivo. Nel rapporto pubblicato nel settembre 2025, la AIEA stimava l'intera scorta iraniana di uranio arricchito a 9.874,9 chilogrammi complessivi; dentro questo totale, la quota critica - quella al 60% - ammontava a 440,9 kg, con 432,9 kg effettivamente verificati dall'Agenzia. È questa la riserva che preoccupa Washington e i partner occidentali.
L'AIEA ha inoltre sottolineato che, dopo gli attacchi ai siti nucleari iraniani e la successiva limitazione dell'accesso, non è più in grado di verificare pienamente né la sospensione delle attività di arricchimento né l'esatta consistenza attuale dello stock. Il problema, in altre parole, non riguarda solo l'esistenza dell'uranio: riguarda la possibilità di accertarne quantità, stato e localizzazione. Nessun accordo può reggersi senza una base minima di verificabilità tecnica. Il direttore generale Rafael Mariano Grossi è stato esplicito: qualunque intesa credibile dovrà prevedere meccanismi «molto dettagliati», con ispezioni a cadenza mensile.
Trump rivendica, Teheran smentisce
L'intervento di Trump ha complicato ulteriormente la scena. Il presidente ha dichiarato che l'Iran avrebbe accettato di restituire agli Stati Uniti il materiale nucleare sepolto nei siti bombardati, suggerendo che un'intesa di principio fosse già stata raggiunta. La smentita iraniana è arrivata immediata e circostanziata. Il vice ministro degli Esteri Saeed Khatibzadeh ha dichiarato che il suo Paese non è pronto a un nuovo round di colloqui finché Washington non abbandonerà le posizioni «massimaliste», e ha fissato un paletto inequivocabile: «nessun materiale arricchito» sarà spedito negli Stati Uniti. La stessa linea è stata ribadita dal portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei.
È possibile che le due parti stiano parlando di cose parzialmente diverse: da un lato una richiesta americana di rimozione fisica dello stock, dall'altro una disponibilità iraniana — al massimo — a discutere formule di gestione interna, come la diluzione del materiale sotto controllo internazionale. Ma allo stato delle informazioni disponibili non emerge alcuna conferma verificata di un assenso iraniano al trasferimento. Al contrario.
Il fattore tempo
A rendere tutto più urgente è il calendario. Il cessate il fuoco di due settimane è entrato in vigore l'8 aprile 2026 e scade alla mezzanotte di mercoledì 22 aprile. Il secondo round - se si terrà davvero nelle prossime ore - avrà un compito doppio: evitare una ripresa del confronto militare e costruire almeno un'intesa minima su pochi punti essenziali.
Sullo sfondo pesa anche la sicurezza dello Stretto di Hormuz: attraverso quel passaggio transita circa il 20% del petrolio e del gas naturale mondiale, e gli ultimi giorni hanno visto episodi di tensione e attacchi a navi nell'area. Se il negoziato sul nucleare fallisse del tutto, la crisi potrebbe riaccendersi ben oltre il dossier atomico.
Il risultato più realistico non sembra essere il «grande accordo», ma una formula intermedia: un'estensione del cessate il fuoco, un impegno iraniano a non aumentare ulteriormente il livello di arricchimento, un ritorno graduale degli ispettori dell'AIEA e una discussione separata — e più lunga — sulla sorte dello stock esistente. Sarebbe poco rispetto alle ambizioni annunciate, ma molto rispetto al rischio di un nuovo precipizio.
Il semplice fatto che il canale non sia stato chiuso dopo il fallimento del primo round indica che sia Washington sia Teheran vedono ancora un'utilità nel negoziato. Il problema è che la distanza tra una trattativa utile e una trattativa efficace coincide quasi perfettamente con il destino di quei 440,9 kg di uranio al 60%. Finché non si chiarirà chi li controllerà, dove resteranno e con quali garanzie internazionali, ogni annuncio di svolta rischierà di restare propaganda.
Islamabad non ospita solo un secondo round di colloqui. Ospita un test sulla credibilità della diplomazia nel momento in cui la guerra ha già mostrato i propri limiti.