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gli scenari

Azerbaigian, la trama che sfiora l’Italia: il complotto attribuito all’Iran contro Baku, Israele e il corridoio del petrolio verso il Mediterraneo

Non era soltanto un piano contro obiettivi ebraici in Azerbaigian: nel mirino c’era anche una delle arterie energetiche che collegano il Caspio all’Europa

22 Aprile 2026, 07:24

07:30

Petroliera

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Una condotta d’acciaio lunga quasi 1.770 chilometri, interrata fra montagne e steppe. Se quella linea cede, non vibra soltanto il Caucaso: s’innervosiscono i mercati, si irrigidiscono le diplomazie, riaffiora la paura lungo le rotte energetiche verso l’Europa. Per questo la notizia giunta da Baku non può essere liquidata come l’ennesimo episodio della guerra ombra tra Iran e Israele. Secondo le autorità azere, una cellula riconducibile ai Guardiani della Rivoluzione iraniani avrebbe pianificato attentati contro l’ambasciata israeliana, la sinagoga ashkenazita della capitale e, soprattutto, contro l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), il corridoio che convoglia il greggio del Caspio fino al Mediterraneo turco.

La vicenda è stata resa pubblica dal Servizio di Sicurezza di Stato dell’Azerbaigian. Nella ricostruzione diffusa a Baku, le operazioni di controspionaggio hanno sventato un piano di terrorismo e sabotaggio mirato insieme a simboli e infrastrutture critiche, con il duplice obiettivo di seminare panico interno e intaccare l’immagine internazionale del Paese. Tra i particolari più significativi figura il sequestro di 7 chili e 730 grammi di esplosivo C-4, materiale che — secondo la versione ufficiale — sarebbe stato destinato a demolire anche strutture in cemento armato.

Tre bersagli, un solo messaggio

L’ambasciata di Israele e la sinagoga di Baku rimandano immediatamente alla dimensione politico-identitaria: colpire la presenza israeliana e la comunità ebraica in uno dei rari Stati a maggioranza musulmana che intrattengono relazioni strette e visibili con Gerusalemme. L’oleodotto BTC opera su un altro piano: quello economico-strategico. Prendere di mira una simile infrastruttura non significa soltanto provocare danni materiali; equivale a inviare un segnale, a dimostrare che nessun corridoio energetico è davvero al riparo nell’attuale instabilità regionale. Il piano sarebbe stato attribuito all’IRGC, il corpo delle Guardie rivoluzionarie iraniane, e avrebbe incluso proprio il BTC, l’ambasciata israeliana e la sinagoga ashkenazita della capitale.

Uno scenario già deteriorato

L’episodio si innesta in un contesto fortemente teso. Il presidente Ilham Aliyev ha convocato il Consiglio di Sicurezza dopo che Baku aveva accusato l’Iran di un attacco con droni contro il territorio del Nakhchivan. Teheran ha negato ogni coinvolgimento, ma l’incidente ha aggravato una relazione bilaterale da anni segnata da sospetti, competizione regionale e accuse incrociate. Perché l’Azerbaigian è un fronte sensibile: confina con l’Iran, coopera sul piano militare e d’intelligence con Israele, è legato alla Turchia da un rapporto politico quasi organico e, sul versante energetico, è divenuto per l’Europa un fornitore alternativo sempre più prezioso. Non sorprende, dunque, che la capitale caucasica venga percepita a Teheran come un vicino scomodo, soprattutto quando la sua funzione di piattaforma logistica ed energetica si combina con la prossimità strategica a Israele. La centralità di Baku non riguarda soltanto il gas — che viaggia verso l’Europa, fino all’Italia, tramite il Corridoio Meridionale e il TAP — ma anche e soprattutto, in questo caso, il petrolio e il suo transito terrestre verso il porto turco di Ceyhan, da cui poi salpa per i mercati internazionali. È qui che il BTC assume un valore che travalica il Caucaso.

Il BTC, molto più di un’infrastruttura

Il Baku-Tbilisi-Ceyhan è una delle grandi opere energetiche dell’era post-sovietica. Secondo BP, che ne è l’operatore, si estende per 1.768 chilometri, collega il terminale di Sangachal, alle porte di Baku, alla costa mediterranea turca di Ceyhan, attraversa Azerbaigian, Georgia e Turchia e ha una capacità attuale di 1,2 milioni di barili al giorno. Il sistema comprende otto stazioni di pompaggio, oltre cento valvole di blocco, supera più di 1.500 corsi d’acqua e attraversa 13 faglie sismiche: una macchina complessa, costosa, non rimpiazzabile nel breve periodo. Storicamente concepito per convogliare il greggio caspico verso i mercati occidentali senza passare per la Russia e aggirando strozzature marittime sensibili, oggi il BTC ha un significato ancor più ampio. In un’epoca in cui ogni crisi mediorientale fa temere scossoni alle forniture, una rotta terrestre che sfocia direttamente nel Mediterraneo orientale è un asset strategico di prim’ordine. Per questo il solo fatto che la condotta compaia tra i bersagli di una cellula terroristica ha un effetto politico superiore ai danni materiali che un eventuale attacco avrebbe potuto causare.

L’Italia è in partita

L’aspetto forse più sottovalutato per il pubblico italiano è proprio questo: il BTC non è un tubo remoto confinato nelle cronache caucasiche, ma una componente concreta della nostra sicurezza energetica. L’appendice statistica UNEM 2025, elaborata su dati del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, indica che nel 2024 l’Italia ha importato dall’Azerbaigian circa 9,28 milioni di tonnellate di greggio, in prevalenza Azeri Light e Azeri Blend: volumi che collocano stabilmente Baku tra i principali fornitori del Paese. A conferma del peso crescente del legame, il Ministero dell’Energia azero — citato da Interfax nel gennaio 2026 — ha stimato per il 2025 consegne verso l’Italia nell’ordine di 10 milioni di tonnellate di petrolio e 9,5 miliardi di metri cubi di gas, definendo il nostro Paese il principale sbocco europeo per l’energia azera. Tradotto: se il BTC è minacciato, per Roma non è un problema altrui. Il greggio azero arriva a Ceyhan, viene caricato su petroliere e raggiunge il Mediterraneo centrale, alimentando una catena logistica che coinvolge anche porti e raffinerie italiane. In un sistema che vive di diversificazione, affidabilità delle rotte e riduzione dei rischi geopolitici, la stabilità di quel corridoio conta eccome.

Un colpo al BTC avrebbe riguardato anche Israele

C’è un ulteriore tassello: ricostruzioni internazionali ricordano che il greggio veicolato dal BTC è rilevante anche per Israele, che utilizza Ceyhan come uno dei punti di approvvigionamento. Un sabotaggio alla condotta avrebbe dunque prodotto un impatto simultaneo su più fronti: l’Azerbaigian, privato di un’infrastruttura cardine; Israele, bersaglio politico diretto e potenziale vittima di una perturbazione energetica; l’Europa mediterranea, Italia inclusa, esposta a nuove turbolenze in mercati già sensibili. Ed è qui che il caso si fa più grave della somma dei suoi obiettivi: non una minaccia isolata contro una sede diplomatica o un luogo di culto — già di per sé allarmante — ma un disegno capace di saldare terrorismo, sabotaggio infrastrutturale e pressione geopolitica. La formula tipica dei conflitti ibridi del nostro tempo.