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22 aprile 2026 - Aggiornato alle 19:56
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Attacchi verbali

Solovyov non si scusa e rilancia: accusa Meloni di simpatizzare con l'Ucraina "nazista"

Dopo insulti volgari alla premier, il giornalista russo continua sulla stessa linea, spingendo la Farnesina a convocare l’ambasciatore

22 Aprile 2026, 17:18

18:15

Solovyov rilancia, nessuna scusa a Meloni: dagli insulti in tv allo scontro politico-diplomatico tra Roma e Mosca

da sinistra Vladimir Solovyov, Giorgia Meloni

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Non solo non si scusa ma addirittura rilancia. Il giornalista russo Vladimir Solovyov, il giorno dopo la bufera per le affermazioni shock su Giorgia Meloni esorta ulteriormente la premier italiana a rispondere del suo sostegno alle idee di Mussolini e della sua simpatia per Kiev, che Mosca ritiene «nazista».

"Condividendo le idee di Mussolini, aderisce ai crimini dell’Italia fascista. Dimostra simpatia per questi crimini appoggiando lo Stato nazista ucraino, che compie attacchi terroristici in Russia e non ha fatto mistero dei suoi complotti per assassinare alcuni, incluso me, ha dichiarato Solovyov, citato dall’emittente Vesti."

Solovyov non è un opinionista qualunque. In Russia è uno dei volti più riconoscibili dell’informazione di Stato allineata al potere, tanto da essere stato inserito già il 23 febbraio 2022 nella lista delle persone colpite dalle sanzioni dell’Unione europea, con congelamento dei beni e divieto d’ingresso nei Paesi membri. Secondo un documento del Parlamento europeo, in Italia gli sono stati sequestrati immobili per circa 8 milioni di euro.

Dalla volgarità all’affondo ideologico

Il primo atto dello scontro è noto: durante una trasmissione russa, Solovyov ha insultato pesantemente la presidente del Consiglio italiana, usando espressioni volgari anche in italiano e definendola, in russo, una traditrice dei suoi elettori e di Donald Trump. La reazione di Roma è stata immediata. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha disposto la convocazione dell’ambasciatore russo presso la Farnesina, parlando di dichiarazioni “gravissime e offensive”. Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto arrivare a Meloni un messaggio di solidarietà, esprimendo indignazione per quanto accaduto.

Ma il secondo atto è, se possibile, ancora più significativo del primo. Oggi, invece di smorzare i toni, Solovyov ha rincarato la dose. Non è solo una provocazione: è la riproposizione quasi scolastica di una delle formule centrali della propaganda russa dall’inizio dell’invasione su larga scala del 2022, cioè l’identificazione dell’Ucraina con il nazismo per delegittimare Kiev e, di riflesso, chi la sostiene in Europa.

Qui si apre un nodo politico e comunicativo cruciale. L’attacco non mira soltanto a colpire la persona di Meloni. Mira anche a riscrivere il posizionamento dell’Italia nel conflitto. Da quando è a Palazzo Chigi, la leader di Fratelli d’Italia ha mantenuto la linea di sostegno a Kiev sul piano politico, civile e militare, in continuità con l’impegno euro-atlantico assunto dall’Italia dopo l’invasione russa. È un fatto che lo stesso sistema istituzionale italiano e la Farnesina hanno ribadito in più occasioni, anche attraverso iniziative concrete di aiuto, cooperazione e ricostruzione. Nei mesi recenti, ad esempio, il ministero degli Esteri ha ricordato nuovi contributi italiani a favore della resilienza ucraina, inclusi interventi nel settore digitale e nella sicurezza informatica.

La risposta italiana e il messaggio alla Russia

La convocazione dell’ambasciatore russo non è un gesto simbolico di routine. In diplomazia, soprattutto tra Paesi che mantengono relazioni formali ma attraversano tensioni profonde, la chiamata al ministero degli Esteri serve a trasformare un episodio verbale in un atto politico registrato. Nel caso specifico, la Farnesina ha espresso “profonda indignazione” per le offese rivolte alla presidente del Consiglio. L’ambasciatore Aleksey Paramonov, secondo quanto riferito, ha detto di essersi dissociato dalle parole di Solovyov già la sera precedente e di averlo ribadito più volte durante l’incontro.

Questo dettaglio merita attenzione. Da un lato, segnala la volontà dell’ambasciata russa di evitare che il caso degeneri ulteriormente sul piano bilaterale. Dall’altro, non cancella il dato sostanziale: le accuse rilanciate da Solovyov restano pienamente dentro il lessico politico-mediatico che da anni accompagna l’offensiva del Cremlino. Il dissenso formale dell’ambasciatore, insomma, non equivale a una smentita della narrativa di fondo. E infatti il conduttore, il giorno dopo, ha potuto continuare sullo stesso registro senza che dal sistema mediatico russo arrivasse una vera presa di distanza pubblica.

La risposta di Meloni, affidata nelle ore precedenti a dichiarazioni riprese dalle agenzie, aveva già messo il caso nel quadro corretto: non un attacco personale isolato, ma l’uscita di un “propagandista di regime”. È una definizione politicamente precisa. Perché il punto non è soltanto il tono, già di per sé inaudito nei confronti del capo del governo di un Paese del G7 e dell’Unione europea. Il punto è il ruolo strutturale che figure come Solovyov svolgono nell’ecosistema dell’informazione russa: trasformare il conflitto geopolitico in mobilitazione emotiva permanente, polarizzando, semplificando, demonizzando.

Perché il riferimento a Mussolini non è casuale

L’accusa a Meloni di condividere le idee di Mussolini può apparire, a prima vista, come un semplice insulto politico. In realtà è un dispositivo retorico calcolato. La propaganda russa, soprattutto dal 2022 in poi, ha costruito gran parte della propria giustificazione pubblica della guerra sull’idea di una lotta contro il “nazismo” ucraino. In questo schema, associare i leader europei che sostengono Kiev al fascismo serve a due obiettivi: delegittimarli agli occhi del pubblico russo e incrinare, all’esterno, la loro credibilità morale.

Nel caso italiano il richiamo è ancora più sensibile, proprio per il peso che il fascismo ha nella storia nazionale e per il lungo dibattito, interno e internazionale, sulle radici culturali della destra italiana contemporanea. Solovyov prova a entrare in quella faglia e a usarla come arma polemica. Ma il paradosso politico è evidente: la stessa narrazione arriva da un apparato mediatico che l’Unione europea considera parte del sistema di propaganda e disinformazione connesso all’aggressione contro l’Ucraina. Le misure europee contro media e personalità ritenuti responsabili di manipolazione informativa si inseriscono proprio in questo quadro.

Ciò non significa cancellare la complessità del dibattito storico italiano, che resta aperto e legittimo in una democrazia. Significa però distinguere tra il confronto politico interno e l’uso strumentale di quelle categorie da parte di chi le adopera come clava comunicativa in pieno conflitto internazionale. Solovyov non sta facendo un’analisi del rapporto tra destra italiana e memoria del fascismo. Sta usando Mussolini come etichetta tossica per colpire una leader occidentale schierata con Kiev.

L’Ucraina al centro del bersaglio

Per comprendere fino in fondo il senso dell’affondo, bisogna guardare al vero obiettivo polemico: il sostegno italiano all’Ucraina. Nelle parole attribuite a Solovyov, Meloni dimostrerebbe simpatia per i “crimini” che lui ascrive a Kiev, accusata persino di attacchi terroristici in Russia e di presunti complotti omicidi. È una costruzione narrativa che riprende gli argomenti più duri della comunicazione ufficiale russa sul conflitto, spesso formulati senza prove pubbliche verificabili nelle modalità con cui vengono presentati al grande pubblico.

Sul versante opposto, la posizione italiana resta collocata dentro il perimetro euro-atlantico. Le istituzioni italiane hanno ribadito in più occasioni il sostegno all’indipendenza, alla sicurezza e alla ricostruzione dell’Ucraina. Non si tratta solo di aiuti militari, che pure hanno segnato il dibattito politico interno, ma anche di sostegno economico, civile, energetico, sociale e tecnologico. La stessa Farnesina ha documentato contributi italiani a favore della resilienza ucraina e iniziative legate alla ricostruzione del Paese.

In questo senso, l’attacco di Solovyov è anche un messaggio indirizzato non soltanto a Meloni, ma all’intero campo occidentale: chi sta con Kiev verrà associato, nel racconto propagandistico russo, al fascismo, al tradimento, alla corruzione morale. È un lessico noto, ma continua a essere operativo perché ha una funzione precisa: rendere impossibile qualsiasi legittimazione dell’avversario.

Un caso che parla anche all’Italia

C’è poi un livello interno italiano che non va sottovalutato. Il caso esplode in un Paese dove il tema della penetrazione della propaganda russa nello spazio mediatico è stato discusso a lungo, tra talk show, ospitate controverse e polemiche sulla rappresentazione del conflitto. Non a caso, un’interrogazione al Parlamento europeo del 2025 richiamava la presenza di Solovyov nel dibattito televisivo italiano, ricordando che una sua prevista partecipazione a una trasmissione Rai era stata cancellata. Anche questo elemento aiuta a spiegare perché l’episodio abbia prodotto un effetto così forte: Solovyov non è percepito soltanto come una voce esterna ostile, ma come un simbolo di un confronto più ampio sul rapporto tra informazione, propaganda e libertà di parola in tempo di guerra.

La vicenda, per l'Italia, pone almeno tre domande. La prima: fino a che punto un linguaggio apertamente offensivo e manipolatorio può essere trattato come una semplice opinione nel mercato televisivo delle idee? La seconda: quanto pesa, nella formazione dell’opinione pubblica, l’abitudine a mettere sullo stesso piano informazione verificata e propaganda di guerra? La terza: quale vulnerabilità specifica ha l’Italia, storicamente esposta a narrazioni filorusse più di altri Paesi europei, nel momento in cui la guerra entra stabilmente nel discorso mediatico quotidiano?

Oltre l’incidente, il segnale strategico

Liquidare l’episodio come l’ennesima intemperanza verbale di un personaggio sopra le righe sarebbe comodo ma riduttivo. Le parole di Solovyov arrivano in un momento in cui la pressione russa sul terreno militare si accompagna a una pressione continua sul terreno narrativo. L’obiettivo non è necessariamente convincere tutti; spesso basta dividere, esasperare, spostare il dibattito. Se un leader occidentale viene trascinato nel fango di accuse storiche e morali, il risultato utile per la propaganda è già ottenuto: costringerlo a reagire, saturare lo spazio pubblico, seminare rumore. È una tecnica di logoramento, non di persuasione lineare.

Per questo la sequenza delle ultime ore conta più delle singole espressioni: insulto, protesta italiana, solidarietà istituzionale, convocazione dell’ambasciatore, mancata retromarcia, nuovo attacco ideologico. Una progressione che mostra come la macchina propagandistica non lavori per correggersi, ma per rilanciare. E che conferma quanto il conflitto russo-ucraino continui a produrre onde d’urto ben oltre il fronte, investendo linguaggio, diplomazia, memoria storica e percezione dell’avversario.