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22 aprile 2026 - Aggiornato alle 19:56
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lo scenario

Ma davvero l'Iran è vicino a costruire una bomba atomica? Cosa sappiamo sulle scorte d'uranio e sul livello di "arricchimento"

Teheran difende il suo programma mascherandolo da energia civile, ma gli Stati Uniti smontano l'alibi: per i reattori commerciali non serve superare il 5% (e la Repubblica islamica è al 60%)

22 Aprile 2026, 17:29

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Ma davvero l'Iran è vicino a costruire una bomba atomica? Cosa sappiamo sulle scorte d'uranio e sul livello di "arricchimento"

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Nelle crisi nucleari, i segnali più allarmanti non arrivano con un boato, ma con fredde percentuali. Oggi il braccio di ferro tra Washington e Teheran si consuma sui numeri dell’arricchimento dell’uranio, in una contesa che intreccia sovranità nazionale, rischio di proliferazione e i fragili equilibri del Medio Oriente.

Per cogliere l’urgenza, occorre tornare alla fisica. L’uranio naturale contiene soltanto lo 0,7% dell’isotopo 235. Per l’impiego nei reattori civili la quota viene normalmente portata tra il 3% e il 5%, mentre attorno al 90% si ottiene materiale di “qualità militare”, idoneo alla costruzione di un ordigno atomico.

L’incremento del tenore di U-235 avviene tramite sofisticate cascate di centrifughe che fanno ruotare a velocità estreme il gas esafluoruro di uranio: un processo di separazione isotopica non lineare, in cui raggiungere il 5% richiede uno sforzo enorme, mentre il passaggio dal 60% al 90% può essere estremamente rapido.

È qui che scatta l’allarme. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), a giugno 2025 l’Iran disponeva di oltre 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60% su un totale di quasi 10.000 chili di scorte. Teheran è oggi l’unico Stato privo di armi nucleari, tra i firmatari del Trattato di non proliferazione, ad aver accumulato materiale a un livello tanto sensibile.

Sul piano diplomatico, il confronto si è irrigidito con la nuova linea degli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump promette un accordo “molto migliore” rispetto al JCPOA del 2015. Se quell’intesa consentiva alla Repubblica islamica di mantenere un programma civile limitato — con tetto all’arricchimento al 3,67% e uno stock massimo di 300 chilogrammi — l’attuale amministrazione americana punta allo “stop totale” di ogni forma di arricchimento sul territorio iraniano.

Per Teheran, la richiesta è “inaccettabile”: rinunciare all’intera filiera nucleare nazionale è percepito come una violazione della sovranità e del prestigio strategico, non come un semplice vincolo tecnico. Resta tuttavia il punto, sottolineato dal Dipartimento dell’Energia Usa, che un livello del 60% è del tutto inutile per un normale impiego civile e risulta giustificabile quasi esclusivamente per finalità militari.

A complicare il quadro è la crescente perdita di trasparenza. L’AIEA denuncia da tempo di aver smarrito la “continuity of knowledge” su segmenti cruciali del programma iraniano, anche per la mancata applicazione del Protocollo aggiuntivo e la conseguente assenza di ispezioni intrusive. In altre parole, il mondo “sa molto, ma non sa tutto”.

Quanto è vicina, dunque, la bomba? Avere uranio al 60% non equivale a disporre di un’arma pronta: servono ulteriori passaggi complessi, dalla metallurgia allo sviluppo di un idoneo sistema di lancio. Eppure gli esperti stimano che il cosiddetto “breakout time” — il tempo necessario per ottenere materiale fissile sufficiente per un singolo ordigno — si sia drasticamente ridotto a giorni o poche settimane, qualora venissero impiegate centrifughe avanzate.

Il margine per un’intesa è ormai sottilissimo. Tra la richiesta statunitense di “arricchimento zero” e l’intransigenza iraniana sull’uso civile, si cerca una difficile zona grigia fatta di limiti molto più severi e controlli invasivi. L’incognita principale non è soltanto la velocità con cui Teheran potrebbe arrivare alla bomba, ma se la diplomazia internazionale sia ancora in grado di costruire un “meccanismo di fiducia credibile” per impedirlo.