l'america di oggi
Lo Scacco matto a Trump in Virginia: i Dem ridisegnano la mappa e puntano alla Camera
Quattro seggi strategici nel mirino dopo la vittoria al referendum (51,6%). Obama esulta: "Democrazia difesa". Rabbia GOP: "Sfacciato furto di potere". E il presidente parla di brogli
La contesa politica statunitense si accende in vista del cruciale voto di Midterm, e il nuovo scossone arriva dalla Virginia. In una mossa destinata a incidere sugli equilibri di novembre, i Democratici hanno fatto approvare un referendum per il ridisegno a proprio vantaggio dei collegi elettorali dello Stato. L’iniziativa è passata di stretta misura, con il 51,6% di «Sì» contro il 48,4% di «No», scatenando l’ira immediata del presidente Donald Trump e prefigurando nuove, imminenti battaglie giudiziarie sulle consultazioni autunnali.
La posta in gioco è altissima, come attestano i numeri alla Camera dei Rappresentanti: al momento i Repubblicani detengono 218 seggi contro i 213 dei Democratici. La nuova mappatura in Virginia, che secondo le proiezioni citate dallo stesso Trump capovolge un precedente equilibrio distrettuale da sei a cinque in un clamoroso dieci a uno per i Dem, offrirebbe all’opposizione la possibilità di strappare fino a quattro seggi aggiuntivi, un bottino potenzialmente decisivo per l’attuale maggioranza.

La reazione di Trump non si è fatta attendere. Con un messaggio dai toni accesi su Truth, il presidente ha riesumato la retorica del 2020, definendo la consultazione un «elezione truccata» e puntando il dito contro il voto per corrispondenza, ritenuto responsabile di aver ribaltato l’esito a danno dei conservatori. Ha inoltre attaccato la scheda, giudicandone la formulazione «volutamente incomprensibile e ingannevole». Con il suo stile inconfondibile, ha affermato che, pur essendo una persona «straordinariamente brillante», nemmeno lui avrebbe compreso il quesito, invocando infine un intervento deciso dei tribunali per porre rimedio a quella che ha definito una «farsa».
Lo scontro in Virginia è l’ultimo episodio di una più ampia e aspra «guerra del gerrymandering» su scala nazionale. La manipolazione dei confini dei collegi a vantaggio dei propri candidati ha preso slancio la scorsa estate, sospinta da un Texas saldamente guidato dai Repubblicani. A quell’offensiva ha replicato la California democratica, seguita a ruota dalle contromosse del Missouri e della Carolina del Nord per sottrarre altri seggi ai Dem. In questo clima ad alta tensione, il fronte progressista oggi esulta. L’ex presidente Barack Obama ha elogiato l’esito, ringraziando gli elettori per aver mostrato «cosa significa difendere la nostra democrazia e reagire». Sulla stessa linea la governatrice democratica della Virginia, Abigail Spanberger (eletta lo scorso anno con un plebiscito del 70%), che ha ricordato come il percorso sia nato in risposta alle pretese di Trump e alle forzature varate in Texas senza coinvolgere la cittadinanza.
Dall’altro lato, i vertici repubblicani affilano le armi per la battaglia legale. Richard Hudson, deputato alla guida dell’organismo per le campagne del GOP, ha bollato il referendum come una «sfacciata appropriazione di potere», sottolineando che il margine esiguo — appena 100 mila voti — conferma l’anima «viola» e contesa della Virginia, uno Stato che non meriterebbe «un gerrymandering così spinto».
Per Trump, la marcia verso il Midterm per mantenere il controllo del Grand Old Party al Senato e alla Camera si fa sempre più in salita, appesantita non solo dal nuovo assetto dei collegi in Virginia, ma anche da un gradimento personale ai minimi, compresso dall’attuale guerra all’Iran. Saranno con ogni probabilità i giudici ad avere l’ultima parola, ma la spietata guerra dei confini per il Congresso è ufficialmente entrata nel vivo.