economia
Procedura d’infrazione europea: come funziona e cosa rischia l’Italia per aver superato la soglia del 3% del rapporto deficit-Pil
Dalla soglia del 3% mancata per un soffio al nodo superbonus, ecco perché la partita con Bruxelles conta molto più di una polemica politica di giornata
Bastano 0,1 punti di Pil per cambiare il tono di un governo, la traiettoria di una legge di bilancio e perfino il lessico dello scontro politico. L’Italia, secondo i dati notificati da Istat il 22 aprile 2026, ha chiuso il 2025 con un rapporto deficit/Pil al 3,1%: un valore molto lontano dall’8,1% del 2022, ma ancora appena sopra quella soglia del 3% che in Europa non è un dettaglio tecnico. È il confine che separa un Paese sorvegliato speciale da uno che può provare a uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo. E infatti, nelle stesse ore, la premier Giorgia Meloni ha affidato ai social tutta la sua amarezza: ha attribuito al peso residuo del superbonus il mancato rientro sotto il tetto europeo e ha criticato anche Istat, sostenendo che il Pil venga spesso inizialmente sottostimato e poi rivisto al rialzo.
Per capire davvero cosa rischia l’Italia, bisogna uscire dalla cronaca del tweet e guardare dentro la macchina europea: articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, nuove regole fiscali entrate in vigore il 30 aprile 2024, valutazioni della Commissione europea, decisioni del Consiglio UE, monitoraggio semestrale e, in ultima istanza, possibili sanzioni per i Paesi dell’euro che non correggono il disavanzo. È qui che si gioca la sostanza.
Che cos’è davvero la procedura d’infrazione sui conti pubblici
Nel linguaggio comune si parla spesso di “procedura d’infrazione”, ma il nome corretto, in questo caso, è procedura per i disavanzi eccessivi. È il braccio correttivo del Patto di stabilità e crescita e serve a intervenire quando uno Stato membro supera i parametri di riferimento sui conti pubblici. I due numeri chiave sono noti: disavanzo oltre il 3% del Pil e debito oltre il 60% del Pil se non si riduce in modo soddisfacente. Non basta, dunque, guardare solo al deficit annuale: per un Paese molto indebitato come l’Italia, conta anche la traiettoria del debito.
Con la riforma della governance economica europea, operativa dal 30 aprile 2024, il sistema è cambiato rispetto agli anni passati. Il cuore del controllo non è più soltanto il saldo nominale, ma anche il percorso della spesa netta, cioè una misura della spesa pubblica depurata da alcune componenti come gli interessi. In pratica, Bruxelles non guarda solo dove sei arrivato, ma soprattutto se stai seguendo il sentiero di aggiustamento che hai concordato.
I passaggi: come scatta e come si chiude
Il percorso è formalizzato e scandito. Prima, la Commissione europea redige una relazione tecnica ai sensi dell’articolo 126, paragrafo 3 del Trattato. Se ritiene che esistano le condizioni, informa il Consiglio e propone di accertare l’esistenza di un disavanzo eccessivo. Poi interviene il Consiglio UE, che adotta la decisione formale e, in un secondo momento, una raccomandazione che stabilisce entro quando e come il Paese deve correggere i conti. Lo Stato interessato deve quindi adottare misure efficaci entro il termine fissato, normalmente entro sei mesi. Se non lo fa, la procedura può aggravarsi.
Per l’Italia il calendario è preciso. La relazione della Commissione è del 19 giugno 2024. La proposta di accertamento del disavanzo eccessivo è dell’8 luglio 2024. Il 26 luglio 2024 il Consiglio ha deciso formalmente che per l’Italia esisteva una situazione di disavanzo eccessivo. Poi, il 21 gennaio 2025, è arrivata la raccomandazione correttiva: l’Italia deve chiudere la procedura entro il 2026. Il termine fissato per dimostrare “azione effettiva” era il 30 aprile 2025, con report successivi almeno ogni sei mesi fino alla correzione del deficit.
Perché l’Italia è entrata nella procedura
La riattivazione della sorveglianza europea dopo la lunga sospensione dovuta alla pandemia ha colpito diversi Paesi. Il 9 luglio 2024 la Commissione europea ha proposto l’apertura della procedura per sette Stati membri: Belgio, Francia, Italia, Ungheria, Malta, Polonia e Slovacchia. Per l’Italia il nodo era soprattutto il disavanzo, nonostante un quadro più ampio segnato anche dall’enorme peso del debito pubblico.
A rendere peculiare il caso italiano è stato il lascito contabile dei crediti edilizi, in particolare quelli legati al superbonus. Nelle valutazioni europee successive, la Commissione ha continuato a segnalare che gli aggiustamenti di finanza pubblica italiani sono stati condizionati anche da forti effetti di stock-flow adjustment e dai crediti fiscali per la ristrutturazione edilizia che hanno pesato sul deficit degli anni precedenti. È un punto essenziale perché spiega perché, anche con un miglioramento rapido del saldo annuale, il rientro sia rimasto fragile.
Il punto politico: il tweet di Meloni e la polemica con Istat
È dentro questo quadro che va letto lo sfogo di Giorgia Meloni di ieri. La premier ha scritto che “fa arrabbiare” il fatto che l’Italia sarebbe rimasta sotto il 3% se nel 2025 i conti pubblici non avessero ancora sopportato l’esborso di miliardi per il superbonus. Ha aggiunto che, per centrare l’obiettivo dell’uscita anticipata dalla procedura, sarebbero bastati 20 miliardi di Pil in più rispetto ai 2.258 miliardi stimati da Istat per il 2025, sostenendo anche che i primi dati dell’istituto statistico tendono da anni a sottostimare il Pil effettivo. La Repubblica ha ricostruito la stessa linea politica sottolineando l’amarezza della presidente del Consiglio e il bersaglio doppio scelto dal governo: superbonus e Istat.
I numeri ufficiali oggi disponibili dicono questo: secondo la notifica Istat, nel 2025 il deficit si è fermato al 3,1% del Pil, con indebitamento netto della pubblica amministrazione pari a 69,381 miliardi di euro; il Pil nominale è stato di 2.258,049 miliardi; il debito pubblico è salito al 137,1% del Pil. Lo stesso documento segnala anche un saldo primario tornato positivo allo 0,8% del Pil. Sono dati che mostrano un miglioramento significativo, ma non sufficiente per l’uscita immediata dalla procedura.
La soglia del 3%: perché un decimale pesa così tanto
Dal punto di vista politico, mancare il 3% di un solo decimale può sembrare quasi una beffa. Dal punto di vista regolatorio, invece, fa tutta la differenza del mondo. La raccomandazione del Consiglio del 21 gennaio 2025 è molto chiara: una decisione di chiusura della procedura può essere presa solo quando il deficit è stato riportato sotto la soglia di riferimento e, soprattutto, quando la Commissione prevede che resterà sotto quel livello anche nell’anno in corso e in quello successivo. Non basta dunque un dato a posteriori favorevole; serve una traiettoria credibile e durevole.
È proprio questo il punto: anche se nel dibattito pubblico si è parlato di “uscita mancata per poco”, la chiusura non dipende mai da un automatismo istantaneo. Dipende da una verifica complessiva: andamento del deficit, profilo del debito, rispetto del percorso di spesa netta, attendibilità delle misure di bilancio e previsioni della Commissione europea.
I paletti imposti a Roma
Per l’Italia, il Consiglio UE ha fissato dei limiti precisi alla crescita nominale della spesa netta: 1,3% nel 2025 e 1,6% nel 2026. Sono i due numeri-cardine della sorveglianza attuale. Nella stessa raccomandazione, il Consiglio afferma che, seguendo quel sentiero, il deficit italiano dovrebbe scendere al 2,9% del Pil nel 2026, tornando quindi sotto la soglia europea. Ma aggiunge anche che il debito resterebbe molto elevato, attorno al 140% nel 2026 nelle proiezioni allora disponibili.
Questo vuol dire che il governo italiano non è soltanto chiamato a “fare meno deficit”: deve mantenere una disciplina di spesa compatibile con gli impegni presi, mentre affronta al tempo stesso pressioni politiche fortissime su sanità, pensioni, difesa, rinnovi contrattuali e investimenti. La procedura, in altre parole, non è un timbro burocratico: è una cornice che restringe concretamente lo spazio della manovra.
Cosa rischia davvero l’Italia se non rispetta il percorso
Il primo rischio è politico-finanziario, prima ancora che sanzionatorio. Restare dentro la procedura significa avere i conti sotto osservazione rafforzata e affrontare ogni decisione di finanza pubblica con un margine più stretto. Il governo deve spiegare le proprie misure, trasmettere aggiornamenti periodici e dimostrare che il sentiero concordato viene rispettato. Questo può incidere sulla costruzione della legge di bilancio, sulla credibilità internazionale e, indirettamente, sulla percezione dei mercati.
Il secondo rischio è formale. Se il Consiglio ritiene che non sia stato dato seguito effettivo alla raccomandazione o che il Paese non si conformi agli obblighi, può intensificare la procedura. Per gli Stati dell’area euro sono previste anche sanzioni pecuniarie: il Consilium ricorda che l’ammenda può arrivare fino allo 0,05% del Pil dell’anno precedente, da versare ogni sei mesi finché non venga riconosciuta un’azione effettiva. È una possibilità estrema, che nella pratica europea è stata usata con grande cautela, ma esiste.
Il terzo rischio riguarda il messaggio di fondo sui conti italiani. Nel 2024, secondo Eurostat, l’Italia aveva registrato un deficit del 3,4% e un debito del 135,3% del Pil; nella notifica Istat del 22 aprile 2026, il dato sul debito 2024 è stato rivisto al 134,7%, mentre il deficit è rimasto al 3,4%. Le revisioni statistiche sono fisiologiche nel sistema europeo dei conti, ma diventano materiale politico esplosivo quando il Paese resta appeso a pochi decimali. E spiegano perché l’attacco a Istat abbia avuto una risonanza così ampia.