English Version Translated by Ai
23 aprile 2026 - Aggiornato alle 20:47
×

Indagini

Pamela Genini, un capello biondo in una botola in casa di Francesco Dolci riapre il mistero sulla profanazione

Il capello, che non si sa a chi appartenga, è stato scoperto da un inviato di "Chi l'ha visto" che ha chiamato subito i carabinieri

23 Aprile 2026, 19:09

19:10

Pamela Genini, il capello nella botola e il mistero che non smette di allargarsi

A Sant’Omobono, dentro una casa già finita al centro dell’attenzione investigativa, un dettaglio minuscolo riapre domande enormi: non basta a cambiare il caso, ma costringe ancora una volta a guardare dove nessuno vorrebbe più tornare.

Seguici su

Potrebbe non significare nulla, o forse il contrario, quel capello biondo notato dall'inviato di Chi l'ha visto, Giuseppe Pizzo, all'ingresso di una botola nella casa di Francesco Dolci, ex fidanzato di Pamela Genini, nell’area di Sant’Omobono, in Valle Imagna. Non si sa a chi appartenga quel capello e al momento non si sa ancora se mai potrà essere "identificato", sta di fatto che i carabinieri, chiamati da Pizzo, stamane sono andati a fare un sopralluogo nel comprensorio di villette in cui abita la famiglia Dolci, attenzionando proprio quella botola e ovviamente quel capello.

Per gli inquirenti, allo stato, non sarebbe un elemento capace da solo di spostare l’asse dell’indagine. Ma il fatto che sia stato comunque acquisito dice molto: in un caso come questo, nessun dettaglio può essere archiviato in fretta.

Il punto, però, non è soltanto il ritrovamento. Il punto è il contesto. Quel capello compare dentro una casa già entrata nel radar mediatico e investigativo per il legame con Pamela Genini, la 29enne originaria del Bergamasco uccisa con numerose coltellate a Milano il 14 ottobre dello scorso anno, dall’ex compagno Gianluca Soncin, attualmente in carcere, e poi di nuovo riportata al centro della cronaca quando, il 23 marzo scorso, durante il trasferimento del feretro nel cimitero di Strozza, il suo corpo è stato scoperto profanato e decapitato. Da quel momento, attorno alla morte di Pamela si è aperto un secondo fronte investigativo, diverso dal femminicidio ma altrettanto agghiacciante: capire chi abbia violato la bara, asportato la testa e richiuso tutto con una precisione tale da ritardare la scoperta.

Il ritrovamento nella botola

Corriere Bergamo riferisce che quella botola conduce agli impianti della piscina di casa e che la grata sarebbe stata cambiata circa dieci giorni prima dal padre dell’uomo. Lo stesso Francesco Dolci ha spiegato ai microfoni di Chi l'ha visto che la presenza di un capello femminile in quell’ambiente non avrebbe nulla di sorprendente: “Pamela viveva in questa casa”, è in sostanza la linea difensiva già espressa, ribadendo che la giovane frequentava abitualmente quell’abitazione. In altre parole, anche qualora quel reperto dovesse risultare riferibile a Pamela, la sua sola presenza non basterebbe automaticamente a costruire un significato investigativo univoco.

Ed è qui che la prudenza diventa obbligatoria. Un capello trovato in una casa dove una persona ha realmente vissuto o soggiornato può essere, in termini probatori, un elemento del tutto neutro. Lo sanno gli investigatori e lo sanno i consulenti forensi: un reperto biologico ha valore soprattutto se collocato dentro una sequenza logica, dentro una catena di contatti, dentro un quadro coerente di tempi e luoghi. Fuori da quel quadro, resta un indizio minimo, forse perfino ovvio. Ma il sopralluogo disposto dai carabinieri segnala comunque che nessuna anomalia, in questa fase, viene considerata troppo piccola per essere ignorata.

Perché quel dettaglio conta comunque

Conta per almeno tre ragioni. La prima: arriva in giorni in cui l’indagine sulla profanazione della tomba sta cercando disperatamente un punto fermo. La seconda: cade dentro una casa che ruota attorno a una figura, Francesco Dolci, ascoltata più volte come persona informata sui fatti. La terza: riaccende l’attenzione pubblica in un caso già saturo di tensioni, accuse indirette, smentite e paure dichiarate. Il rischio, in simili passaggi, è duplice: sopravvalutare un elemento debole oppure liquidarlo troppo in fretta. Gli investigatori, almeno formalmente, sembrano aver scelto una terza via: verificare tutto, senza attribuirgli per ora un peso che non ha ancora.

Dalla morte di Pamela al secondo orrore

Per capire perché anche un dettaglio infinitesimale possa diventare notizia, bisogna tornare al punto da cui tutto è iniziato. Pamela Genini era una giovane donna di 29 anni, con un passato nella moda, un’attività imprenditoriale e una vita che, dalle testimonianze pubbliche raccolte nei mesi successivi alla sua uccisione, appariva piena di progetti, viaggi, lavoro e relazioni. ANSA la descrive come modella e imprenditrice, socia di un brand di beachwear, appassionata di viaggi e molto legata alla sua cagnolina. Il 14 ottobre 2025, però, quella traiettoria si interrompe brutalmente a Milano, dove viene uccisa dall’ex compagno Gianluca Soncin, che secondo le ricostruzioni investigative non accettava la fine della relazione.

Sul delitto di Milano il quadro accusatorio, per quanto di competenza di un altro filone, è stato ricostruito con una certa nettezza: Soncin avrebbe teso un agguato entrando nell’appartamento di via Iglesias con una copia delle chiavi fatta in precedenza; a suo carico sono state contestate aggravanti come la premeditazione, la crudeltà, i futili motivi, il vincolo affettivo e lo stalking. Poco prima di morire, Pamela aveva chiesto aiuto a Francesco Dolci, di cui avrebbe continuato ad essere amica anche dopo la fine della loro relazione: l'uomo era al telefono con lei e avrebbe allertato le forze dell’ordine. Sono elementi che spiegano perché il nome di Dolci sia rimasto così presente nel racconto pubblico del caso, ben oltre la sola dimensione privata del rapporto avuto con la vittima.

Poi il seguito agghiacciante di questo ennesimo femminicidio in Italia: durante la traslazione della bara dal loculo provvisorio alla tomba di famiglia nel cimitero di Strozza, alcuni addetti si sono accorti che qualcosa non tornava: viti fuori posto, silicone sui bordi, una chiusura anomala del loculo. Aperto il feretro, la scoperta: il corpo di Pamela era stato violato e la testa mancava. La Procura di Bergamo ha aperto un fascicolo per vilipendio di cadavere e furto della testa, con un’indagine che ha rapidamente assunto contorni da incubo non solo per la famiglia, ma per un’intera comunità.

Una bara riaperta con metodo

Uno degli aspetti più inquietanti emersi finora è la modalità dell’azione. Secondo quanto riportato da ANSA, la bara sarebbe stata aperta in maniera “precisa e certosina”; netto e accurato sarebbe stato anche il taglio del rivestimento interno. Gli investigatori ritengono verosimile che abbiano agito più persone, anche perché il feretro era stato richiuso con tale attenzione da rendere la profanazione invisibile fino alla riapertura programmata della tomba. Lo stesso dato è compatibile con altre ricostruzioni giornalistiche che parlano di un peso complessivo tale da rendere improbabile l’azione di un singolo. È un passaggio decisivo: il profilo dell’autore, o degli autori, si lega non solo alla volontà di colpire, ma anche alla capacità materiale di farlo in silenzio e senza lasciare subito tracce evidenti.

A rendere tutto ancora più opaco è il problema dei tempi. I residenti della zona attorno al camposanto, riferisce ANSA, non avrebbero udito nulla di sospetto. E le telecamere, almeno quelle installate nei pressi del cimitero, registrerebbero a ciclo continuo ma con una conservazione limitata, tanto che dopo circa sette giorni i filmati vengono sovrascritti. Questo significa che la finestra utile per recuperare immagini decisive potrebbe essere stata strettissima. Nonostante ciò, proprio dai dispositivi presenti a Strozza sarebbe emersa la figura di un uomo ripreso di notte nei pressi del cimitero, elemento oggi considerato uno spunto investigativo, non ancora una svolta.

Il video, i sospetti e i limiti delle ipotesi

Sul filmato, però, è necessario restare rigorosi. Ad oggi si parla di un uomo non identificato immortalato nei pressi del cimitero in orario notturno; non c’è alcuna attribuzione pubblica definitiva, e ogni accostamento personale resta, allo stato, privo di conferma ufficiale. È un dettaglio importante perché nei casi mediatici il confine tra spunto investigativo e sospetto conclamato viene spesso consumato troppo in fretta. Qui invece le fonti più caute parlano di immagini al vaglio, di verifiche in corso, di un possibile tassello, non di una soluzione.

Il ruolo di Francesco Dolci nel nuovo fronte dell’inchiesta

In questo scenario, Francesco Dolci e i suoi genitori sono stati ascoltati dai carabinieri per ore a metà aprile, come persone informate sui fatti, nell’ambito del filone relativo alla profanazione. Dolci ha sostenuto di non sentirsi un sospettato, ha negato di essere entrato nel cimitero di notte e ha raccontato di vivere da mesi in un clima di minacce, intrusioni e aggressioni che, a suo dire, sarebbero iniziate dopo l’omicidio di Pamela. L'uomo ha anche lasciato più volte intendere, nelle varie interviste rilasciate, di poter anche immaginare chi possa essere stato. E quest'ultima allusione ha anche inasprito i rapporti con la madre di Pamela Genini che ha più volte chiesto a Dolci, sempre attraverso la ribalta mediatica, di pronunciarsi apertamente su questi sospetti in modo da poter nuovamente piangere la salma ricomposta della propria figlia.

C’è un altro particolare che merita attenzione: ANSA riferisce che sugli accertamenti compiuti in queste settimane rientra anche una copia forense delle fotografie della lapide di Pamela scattate da Dolci e inviate, a suo dire, ad alcune amiche della ragazza. Lo stesso Dolci ha detto di essere stato sentito da un pool in cui era presente anche un carabiniere psicologo

In questo quadro, il capello trovato nella botola non può essere letto né come prova risolutiva né come pura curiosità televisiva. Diventa piuttosto un frammento inserito dentro un mosaico già estremamente complesso: la casa di un uomo che ha avuto un rapporto stretto con la vittima; un’indagine sulla profanazione ancora senza autore; un cimitero da cui è scomparsa una testa; un territorio piccolo, Strozza, di circa 1.100 abitanti, dove nessuno finora avrebbe visto o sentito abbastanza da rompere davvero il caso.

Oggi Francesco Dolci sarà ospite da Milo Infante a Ore 14 Sera.