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25 aprile 2026 - Aggiornato alle 06:00
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La crisi in medio oriente

Trump apre a Teheran: l’Iran prepara un’offerta agli Usa, ma il negoziato resta appeso a un filo

Trump parla di un'offerta iraniana: il tavolo negoziale c'è, ma i contenuti restano vaghi tra lo Stretto di Hormuz, il dossier nucleare e le divisioni interne a Teheran.

24 Aprile 2026, 23:06

25 Aprile 2026, 00:43

Trump apre a Teheran: l’Iran prepara un’offerta agli Usa, ma il negoziato resta appeso al filo delle richieste massimaliste

Dietro la frase più ambigua del presidente americano si muove una trattativa fragile, opaca e decisiva: tra ceasefire prolungato, dossier nucleare e lotta per il controllo dello Stretto di Hormuz, il confronto tra Washington e Teheran entra in una fase nuova.

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Il dato che conta non è soltanto la frase pronunciata da Donald Trump, ma il vuoto che la circonda. A Washington, mentre la Casa Bianca ostenta fiducia e il linguaggio pubblico continua a oscillare fra minaccia e apertura, il presidente degli Stati Uniti ha detto che l’Iran starebbe preparando “un’offerta” per soddisfare le richieste americane. Non sa, ha aggiunto, che cosa conterrà davvero. E già questo, in diplomazia, è un segnale: se il capo della Casa Bianca sceglie di parlare prima dei dettagli, significa che il messaggio politico viene prima del testo. Il negoziato, insomma, esiste; la sua sostanza, molto meno.

Secondo quanto riferito da Ansa e attribuito al Guardian, Trump ha spiegato che Teheran “sta formulando un’offerta” e che “vedremo”, precisando di non conoscerne i contenuti. Alla domanda su chi siano gli interlocutori americani, ha risposto in modo ancora più significativo: gli Stati Uniti stanno trattando con “le persone che detengono ora il potere”. È una formula volutamente opaca, ma politicamente eloquente: Washington evita di legarsi a una sola figura o a una sola corrente e riconosce, almeno implicitamente, che nell’attuale assetto iraniano la catena decisionale appare frammentata, mobile, contesa.

Ma in serata arrivano anche affermazioni della Casa Bianca, poi smentite dall'Iran. «L'Iran ci vuole parlare di persona», ha detto la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt dopo aver annunciato la partenza degli inviati di Donald Trump per il Pakistan. Secondo quanto riportato da Fox News  sarebbe stato l’Iran a chiedere un incontro con i rappresentanti Usa. Ma arriva la secca smentita. L’Iran non ha avanzato alcuna richiesta di colloqui con gli americani e finora ha respinto categoricamente le richieste statunitensi di negoziare a causa delle loro pretese eccessive. Lo ha riferito l’agenzia di stampa statale iraniana Tasnim News, smentendo le precedenti dichiarazioni della portavoce della Casa Bianca in merito alla richiesta di colloqui da parte di Teheran. Questa la versione de il Guardian.

La tregua non tregua

La tregua tra Stati Uniti e Iran, annunciata l’8 aprile 2026 e successivamente prorogata, non ha prodotto una vera distensione: ha soltanto congelato un’escalation. La Casa Bianca ha parlato di negoziato verso un accordo più ampio, mentre sul terreno restano aperti i nodi più esplosivi: il futuro del programma nucleare iraniano, il controllo dello Stretto di Hormuz, la pressione economica legata al blocco navale statunitense e la definizione stessa delle garanzie richieste da entrambe le parti.

Che il negoziato sia reale lo confermano anche altri segnali. Axios ha riferito che emissari americani, fra cui Steve Witkoff e Jared Kushner, erano attesi per nuovi colloqui in Pakistan, mentre la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha indicato la disponibilità del presidente a “dare una chance alla diplomazia”. Sul versante iraniano, però, i segnali sono stati contraddittori: l’agenzia statale Irna ha negato che fosse già stato fissato un incontro, confermando il clima di diffidenza che accompagna ogni passo di questa trattativa.

Che cosa vogliono davvero gli Stati Uniti

Dietro la formula sulle “richieste Usa” c’è un’agenda assai più pesante di quanto lasci intendere la prudenza verbale di Trump. Le informazioni emerse nelle ultime settimane indicano che Washington punta su due obiettivi centrali: la piena riapertura e messa in sicurezza del traffico commerciale nello Stretto di Hormuz e limiti severi, se non un blocco di lunga durata, alle attività iraniane di arricchimento dell’uranio. In alcuni resoconti sui colloqui di Islamabad, la parte americana avrebbe persino avanzato l’ipotesi di un divieto totale di arricchimento per almeno 20 anni; Teheran, invece, avrebbe proposto un orizzonte molto più breve.

È questo il punto che spiega l’estrema cautela con cui va letta l’uscita di Trump. Un’offerta iraniana “per soddisfare le richieste Usa” non significa affatto che l’Iran sia disposto ad accettare integralmente la linea americana. Significa, più realisticamente, che Teheran sta cercando di costruire una proposta negoziale abbastanza credibile da evitare una nuova impennata militare, ma sufficientemente elastica da non apparire, sul piano interno, come una capitolazione. È una differenza decisiva. E spiega perché il presidente americano possa permettersi di mostrarsi ottimista, mentre i diplomatici restano prudenti.

Teheran frena: “Richieste massimaliste”

Se Washington insiste nel presentare il tavolo come una finestra di opportunità, da Teheran arrivano valutazioni molto meno concilianti. In un’intervista all’Associated Press, il vice ministro degli Esteri iraniano Saeed Khatibzadeh ha detto chiaramente che l’Iran non è ancora pronto per un nuovo round di colloqui faccia a faccia con gli Stati Uniti, accusando gli americani di non avere abbandonato una posizione “massimalista” sui dossier chiave. Nella stessa intervista ha inoltre escluso che il materiale arricchito venga trasferito negli Stati Uniti, definendo questa ipotesi un “non-starter”, qualcosa cioè che non può nemmeno costituire base di discussione.

Questa presa di posizione aiuta a contestualizzare le parole di Trump. La trattativa esiste, ma procede su un terreno dissestato: da un lato la Casa Bianca vuole mostrare che la pressione sta funzionando; dall’altro l’Iran deve far capire di non negoziare da sconfitto. È per questo che il linguaggio pubblico dei due governi appare quasi speculare: Trump parla di offerte imminenti e di forza negoziale americana, mentre Teheran insiste sulla sproporzione delle richieste occidentali e sulla necessità di riequilibrare il tavolo.

Chi parla con chi, davvero

La frase forse più interessante del presidente americano è quella sugli interlocutori: “Stiamo trattando con le persone che detengono ora il potere”. In apparenza è una non-risposta. In realtà contiene almeno due messaggi. Il primo è che gli Stati Uniti considerano la struttura di comando iraniana tutt’altro che lineare. Il secondo è che Washington preferisce non esporre pubblicamente i nomi per non bruciare canali che possono essere ancora informali, indiretti o politicamente sensibili.

Negli ultimi giorni più fonti hanno descritto un quadro di forte tensione interna nel sistema di potere iraniano. Axios ha parlato apertamente di una leadership “fratturata”, impegnata in un duro confronto sulla linea da tenere verso l’amministrazione Trump. Se questa lettura è corretta, la prudenza lessicale del presidente americano non serve solo a proteggere la riservatezza dei negoziati, ma anche a non prendere posizione in un equilibrio interno iraniano che Washington osserva da vicino senza volerlo irrigidire troppo presto.

Il petrolio, Hormuz e la pressione del tempo

Non si capisce il valore strategico di questa fase senza guardare alla geografia. Lo Stretto di Hormuz resta la leva negoziale più immediata dell’Iran e la vulnerabilità più evidente per i mercati globali. Secondo dati richiamati da NPR, attraverso questo passaggio transita abitualmente circa il 20% del greggio e del gas naturale mondiale. Dopo l’avvio degli attacchi del 28 febbraio 2026, l’Iran ha ristretto pesantemente il traffico commerciale, bloccando o limitando i transiti e imponendo costi elevati ad alcune navi; da qui la scelta americana del blocco navale come strumento di pressione ulteriore.

Le conseguenze non sono teoriche. Le tensioni sullo stretto hanno agitato i mercati energetici e contribuito, negli Stati Uniti, a spingere il prezzo medio della benzina oltre i 4 dollari al gallone, secondo i dati citati nello stesso report di NPR/KPBS. Per la Casa Bianca questo significa una cosa molto semplice: il dossier iraniano non è solo sicurezza internazionale, ma anche politica interna americana. Ogni giorno di incertezza su Hormuz pesa sulle forniture, sui prezzi e, in ultima analisi, sul capitale politico del presidente.

Il dossier nucleare: la parte più difficile

Se Hormuz è la leva immediata, il nucleare è il cuore del contenzioso. E qui le incertezze sono ancora più profonde. L’IAEA, l’agenzia atomica dell’Onu, ha riferito a fine febbraio 2026 di non poter verificare se l’Iran abbia davvero sospeso tutte le attività di arricchimento, né di poter stabilire con precisione dimensione, composizione e ubicazione attuale delle scorte di uranio arricchito presenti nei siti colpiti. In altre parole: la comunità internazionale sa che il problema esiste, ma non dispone di piena visibilità tecnica sul suo stato attuale.

Questo elemento è cruciale per capire perché i margini del compromesso restino così stretti. Per Washington, una dichiarazione politica senza verifiche intrusive difficilmente sarebbe sufficiente. Per Teheran, accettare controlli troppo ampi o una rinuncia prolungata all’arricchimento rischierebbe di apparire come una resa strategica. Nelle ricostruzioni dei colloqui emerse su ABC News, l’Iran avrebbe ventilato l’ipotesi del downblending, cioè il declassamento del materiale ad alto arricchimento a livelli non utilizzabili per fini militari, una soluzione tecnicamente nota e in passato considerata accettabile da parte americana. Ma anche qui la distanza resta notevole, perché il nodo non è solo il materiale accumulato: è il diritto stesso dell’Iran a mantenere capacità di arricchimento sul proprio territorio.

Il nucleare

Qualunque sviluppo futuro verrà letto anche alla luce del precedente più ingombrante: il JCPOA, l’accordo sul nucleare del 2015, da cui Trump ritirò gli Stati Uniti durante il suo primo mandato. Per questo la diffidenza reciproca è strutturale, non contingente. Un eventuale nuovo accordo sarebbe il primo vero riassetto negoziale fra Washington e Teheran dopo anni di rotture, rilanci e crisi. Ma proprio la memoria del passato rende più difficile trasformare i segnali politici in intese stabili.

La Casa Bianca, del resto, continua a insistere sul fatto che l’Iran può ottenere benefici concreti se accetta un’intesa. In un’intervista rilanciata dal sito ufficiale della White House il 21 aprile 2026, Trump ha sostenuto che Teheran potrebbe rimettersi “su basi molto buone” se decidesse di fare un accordo. Il linguaggio è tipicamente trumpiano, mescola promessa e intimidazione, ma rivela un punto politico netto: la strategia americana combina la minaccia credibile della forza con l’offerta di una via d’uscita negoziata.

Perché l’offerta iraniana conta

È possibile che l’“offerta” evocata da Trump sia, nella sostanza, una proposta interlocutoria: abbastanza significativa da rimettere in moto i colloqui, ma non ancora tale da chiudere i principali capitoli aperti. Sarebbe coerente con la fase attuale. L’Iran ha interesse a evitare nuove operazioni militari, a ottenere un alleggerimento della pressione economica e a sottrarre il confronto alla sola logica coercitiva. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno interesse a mostrare che la combinazione di blocco, deterrenza e diplomazia sta producendo risultati.

Il problema è che, al momento, l’architettura dell’intesa resta sfocata. Non è chiaro se si stia lavorando a un accordo limitato e temporaneo o a un quadro più ampio destinato a ridisegnare sicurezza, traffici energetici e controlli sul nucleare. Non è chiaro neppure quale sia il grado di coordinamento con gli alleati regionali degli Stati Uniti, né fino a che punto Israele consideri praticabile un compromesso che non implichi la neutralizzazione quasi totale della capacità nucleare iraniana. Sono zone grigie che impediscono di trasformare una dichiarazione presidenziale in una svolta già compiuta.

Una trattativa che può ancora rompersi

La novità, oggi, non è che Stati Uniti e Iran parlino: è che continuino a parlare dopo settimane in cui la logica dello scontro sembrava dominante. Ma la distanza tra contatto diplomatico e accordo resta vasta. Le richieste americane sul nucleare e su Hormuz sembrano ancora molto pesanti; l’Iran continua a denunciare condizioni inaccettabili; l’IAEA non dispone della piena capacità di verifica che sarebbe necessaria per certificare una svolta; la tregua resta esposta a incidenti, forzature, calcoli politici.

Per questo le parole di Trump vanno prese sul serio, ma non alla lettera. Dicono che qualcosa si muove. Non dicono ancora che il negoziato abbia trovato la sua formula. Nel linguaggio essenziale della diplomazia di crisi, l’“offerta” iraniana di cui parla il presidente americano non è la soluzione: è il test. Dirà se Teheran intende davvero entrare in una fase di compromesso oppure se sta soltanto cercando tempo, respiro e margine interno. E dirà anche se Washington sia pronta a scambiare la retorica della pressione totale con un realismo più negoziale. Finché il contenuto di quell’offerta non sarà noto, la vera notizia resta questa: il tavolo c’è, ma il pavimento sotto continua a tremare.