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Dragamine nello Stretto di Hormuz: il Giappone valuta l'invio tra sicurezza energetica e limiti costituzionali
La mossa dopo la richiesta di Trump dello scorso marzo dopo un incontro bilaterale
Tokyo sta valutando l’invio di unità dragamine delle Forze marittime di autodifesa (MSDF) nello Stretto di Hormuz, in risposta alla richiesta del presidente statunitense Donald Trump di contribuire alla sicurezza della navigazione in un passaggio considerato strategico per gli approvvigionamenti petroliferi mondiali.
Takayuki Kobayashi, presidente del Policy Research Council del Partito Liberal Democratico (LDP), ha invitato l’esecutivo a esaminare l’impiego di cacciamine una volta cessate le ostilità tra Stati Uniti e Iran, evidenziando che tale misura costituirebbe “una delle opzioni per tutelare gli interessi nazionali del Giappone nel rispetto dei vincoli normativi”.
Riferendosi alla sollecitazione avanzata da Trump nel corso dell’incontro bilaterale di marzo, la premier Takaichi ha ricordato che l’ordinamento nipponico, alla luce dei limiti sanciti dalla Costituzione pacifista, delimita rigorosamente le attività che il Giappone può svolgere all’estero.
La legge sulle Forze di autodifesa consente, tra l’altro, il dispiegamento di navi specializzate nella bonifica di ordigni residuati da conflitti armati.
Un precedente risale al 1991, quando Tokyo inviò unità dragamine nel Golfo Persico al termine della Guerra del Golfo per un’operazione di sminamento post-bellico.
La possibile missione si inserisce nel più ampio confronto sul ruolo internazionale del Paese e sull’interpretazione dell’articolo 9 della Carta, che ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie.
La valutazione in corso tiene conto sia delle esigenze di sicurezza energetica — il Giappone importa via mare circa il 90% del petrolio — sia dei delicati equilibri diplomatici in Medio Oriente.