le indagini
Gli omicidi della Uno Bianca, le armi ritrovate e i fascicoli riemersi: i familiari delle vittime chiedono che nulla venga lasciato nell’ombra
Tra un arsenale sequestrato a Bologna, documenti recuperati a Rimini e vecchie piste mai davvero chiarite, la nuova inchiesta potrebbe svelare i nomi di chi ha coperto il sistema
C'è un altro giallo giudiziario che deve essere riscritto alla luce dei nuovi ritrovamenti. E sono le indagini relative alla banda della Uno Bianca. In una casa di Bologna, dietro i Giardini Margherita, la polizia ha sequestrato un arsenale di circa 300 pezzi, tra pistole, fucili, munizioni, granate e perfino esplosivo. E quel ritrovamento, oggi, viene letto dentro una cornice investigativa molto più ampia, che tocca ancora una volta una delle stagioni criminali più feroci e opache della storia italiana recente.
I familiari delle vittime salutano con favore questo nuovo passaggio per la necessità di avere verità. Perché nella loro lettura – sostenuta dagli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser – le nuove attività delegate a Ros e Digos cercano di rimettere ordine in una mole di elementi già emersi nel tempo e mai chiariti fino in fondo: armi, impronte, tracce biologiche, verbali, identikit, appunti interni, testimonianze, depistaggi, documenti finiti negli archivi e poi riemersi.
Il punto di svolta: l’arsenale di Corrado Pizzoli
Uno dei passaggi più delicati di questa nuova fase riguarda Corrado Pizzoli, 85 anni, ex dipendente e poi acquirente dell’armeria di via Volturno, il luogo dove il 2 maggio 1991 vennero uccisi Licia Ansaloni e Pietro Capolungo. A febbraio, nella sua abitazione bolognese, gli agenti del commissariato Bolognina-Pontevecchio hanno trovato un quantitativo impressionante di armi e materiale bellico: gli investigatori si aspettavano di trovare 59 armi regolarmente detenute, ma la perquisizione ha fatto emergere una disponibilità enormemente più ampia, tale da richiedere anche l’intervento degli artificieri.
È questo il punto fondamentale di un'indagine che la Procura di Bologna sta coordinando: ricostruire la storia di ciascuna arma, verificarne la provenienza, capire se vi siano collegamenti diretti o indiretti con la filiera che ruota attorno alla Uno Bianca o con ambienti già sfiorati in passato dalle indagini.
Pizzoli non è una figura qualsiasi nel racconto giudiziario di quegli anni: era legato professionalmente all’armeria di via Volturno, ne rilevò l’attività dopo il duplice omicidio, ed è stato testimone nel processo ai fratelli Savi. Sarebbe inoltre emerso un suo rapporto di conoscenza con il proprietario della villa di San Lazzaro dove esisteva un poligono abusivo utilizzato dai Savi per esercitarsi.
Per i familiari le armi non sono un capitolo accessorio
Per chi ha perso un padre, un fratello, un figlio, il tema delle armi è il cuore stesso della vicenda. Alberto Capolungo, oggi presidente dell’Associazione Vittime della Uno Bianca e figlio di Pietro Capolungo, ha accolto positivamente gli approfondimenti sugli armamenti trovati a casa di Pizzoli, definendoli un passaggio necessario per avvicinarsi alla verità. Nelle sue dichiarazioni ricorre un concetto semplice e potentissimo: “Le armi sono centrali”. Come fondamentale nelle mancate ricostruzioni del passato sono gli accertamenti non effettuati su alcuni fucili M40 detenuti dai Savi, che secondo i familiari avrebbero meritato analisi più rigorose già allora.
L’esposto degli avvocati e i nodi rimasti aperti
Il lavoro che sta alimentando questa nuova stagione investigativa nasce da un esposto costruito dagli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser per conto di alcuni familiari delle vittime. Il senso dell’iniziativa è molto concreto: chiedere che vengano approfonditi elementi già presenti negli atti, ma rimasti senza una risposta adeguata. Tutto ciò attraverso una rilettura critica di ciò che esisteva già.
Nel 2023, l’esposto depositato in Procura – circa 250 pagine, secondo – chiedeva di riaprire il quadro delle responsabilità, delle eventuali complicità e delle possibili coperture, anche interne ad apparati dello Stato. La tesi dei legali era che ridurre la Uno Bianca a una semplice banda di rapinatori annidata nella Questura di Bologna significasse violare la memoria delle vittime e trascurare il peso dei depistaggi e delle anomalie emerse lungo gli anni delle indagini.
Le nuove indagini cercano di verificare se, dentro quel sistema di omissioni e piste lasciate cadere, vi siano condotte penalmente rilevanti oppure soltanto errori, sottovalutazioni, rivalità tra corpi, incapacità investigative. È una differenza decisiva. Ed è la ragione per cui Ros e Digos stanno lavorando insieme, con un metodo che punta a mettere in relazione documenti, reperti e testimonianze.
Il capitolo Rimini: carte ritrovate, reperti recuperati, archivi riaperti
L’altro fronte che oggi interessa molto i familiari riguarda Rimini. Negli ultimi giorni gli investigatori hanno recuperato documenti e reperti relativi alle vecchie indagini sulla banda negli anni Novanta, cercandoli materialmente nell’archivio del tribunale e negli uffici di Questura e Carabinieri del capoluogo romagnolo. In un momento storico in cui il rischio maggiore è spesso la dispersione della memoria documentale, la sola riemersione di questo materiale ha un peso concreto.
Già nel 2023 la Regione Emilia-Romagna aveva annunciato la conclusione della digitalizzazione dei fascicoli processuali relativi alla Uno Bianca, un passaggio considerato essenziale dai familiari e dagli studiosi per consentire una rilettura ordinata delle carte. E nel giugno 2025 il Ris di Parma stava svolgendo accertamenti genetici e perizie grafologiche su alcuni corpi di reato, tra cui Dna, tracce ematiche, vestiti e bossoli, nell’ambito di due filoni di indagine distinti, uno dei quali avviato nel 2024.
In altre parole: non si sta ripartendo da zero. Si sta tornando sulle tracce con strumenti migliori, maggiore accessibilità agli atti e una diversa disponibilità a collegare tra loro episodi che per molto tempo sono stati letti in modo segmentato. È un cambio di metodo, prima ancora che di tesi.
La rapina di Santa Maria delle Fabbrecce e l’identikit che continua a pesare
Tra gli episodi richiamati con maggiore insistenza dai legali e dai familiari c’è la rapina all’ufficio postale di Santa Maria delle Fabbrecce, nel Pesarese, avvenuta il 28 agosto 1991. Per quel colpo furono condannati Roberto e Fabio Savi. Ma oggi torna al centro della scena un identikit, elaborato all’epoca dalle testimonianze, nel quale sarebbe stato riconosciuto Alberto Savi, il terzo fratello, allora in servizio a Rimini. I carabinieri avrebbero identificato con sicurezza Alberto Savi già nel 1991. Eppure quella pista non sarebbe stata sviluppata fino in fondo. A rafforzare il sospetto, sempre secondo la documentazione giornalistica emersa in questi mesi, ci sarebbe anche un appunto del 18 settembre 1991 del funzionario della Criminalpol Gaetano Chiusolo, nel quale si chiedevano chiarimenti all’allora procuratore di Pesaro Gaetano Savoldelli su accertamenti compiuti dai carabinieri a carico di un “non meglio identificato poliziotto riminese”. Il procuratore avrebbe parlato in modo minimizzante di un’attività nata quasi da semplice “ficcanasare”, mentre il nome dell’agente oscillava tra “Salvi o Savi”. Se confermati e riletti nel loro contesto, sono passaggi che mostrano almeno una cosa: già nel 1991, dentro segmenti dell’apparato investigativo, il nome Savi era affiorato.