diplomazia
Islamabad: la partita invisibile tra Iran, Pakistan e Stati Uniti che può ridisegnare il Medio Oriente
Dietro l’arrivo del ministro degli Esteri iraniano non c’è solo una visita diplomatica: c’è il tentativo, fragile ma concreto, di impedire che la tregua finisca
Le strade blindate della Red Zone di Islamabad, i check-point, gli alberghi sorvegliati, i palazzi istituzionali isolati dal resto della città: più che il copione di una normale missione diplomatica, sembrano il set nervoso di una crisi che può ancora precipitare. E in effetti è così. L’arrivo del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi nella capitale pachistana non è una semplice tappa bilaterale. È il segnale che, sotto la superficie di dichiarazioni prudenti e smentite calibrate, qualcosa si sta muovendo nel dossier più delicato di queste settimane: il tentativo di riaprire un canale tra Teheran e Washington dopo il collasso dei colloqui precedenti e nel pieno delle ricadute economiche e strategiche della crisi sullo Stretto di Hormuz.
Secondo le informazioni emerse da Reuters, rilanciate anche da altre testate internazionali, Araghchi è arrivato in Pakistan con una delegazione ridotta per discutere proposte iraniane relative a una possibile ripresa dei negoziati con gli Stati Uniti. La formula, però, è rimasta volutamente ambigua: niente faccia a faccia formalizzato con emissari americani, almeno in questa fase, ma un lavoro di trasmissione messaggi affidato alla mediazione pachistana. Poche ore dopo l’atterraggio del capo della diplomazia iraniana, il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmael Baqaei, ha infatti chiarito che “non è previsto” alcun incontro diretto tra Iran e Usa durante questa visita. Un dettaglio che non smentisce il negoziato, ma ne fotografa la natura attuale: indiretta, cauta, ancora appesa a condizioni politiche e simboliche che nessuna delle due parti vuole sacrificare troppo in fretta.
Islamabad come piattaforma, non come semplice sfondo
Se c’è una novità sostanziale, è il ruolo ormai centrale del Pakistan. Islamabad non è più soltanto una capitale di transito o un teatro secondario della crisi regionale: si è trasformata in una piattaforma diplomatica vera e propria. Il governo di Shehbaz Sharif rivendica apertamente di aver lavorato per la de-escalation e per la costruzione di un percorso negoziale; una linea confermata anche da documenti ufficiali pachistani delle ultime settimane. L’11 aprile, ad esempio, la presidenza del Consiglio pachistano ha reso noto un incontro con la delegazione iraniana nell’ambito degli Islamabad Talks, guidata allora dal presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf con l’assistenza dello stesso Araghchi. In quell’occasione, Islamabad aveva riaffermato la propria disponibilità a “continuare a svolgere il ruolo di mediatore” per consolidare i risultati diplomatici.
Anche il presidente pachistano Asif Ali Zardari, l’8 aprile, aveva parlato del cessate il fuoco come di una finestra preziosa per “respirare, riprendersi e allontanarsi dall’ombra di una guerra più ampia”, elogiando il lavoro svolto da Shehbaz Sharif, dal ministro degli Esteri Ishaq Dar e dal potente capo militare Asim Munir. È un passaggio importante perché chiarisce una dimensione spesso sottovalutata: la mediazione pachistana non è episodica, ma rientra in una strategia con cui il Pakistan prova a ritagliarsi un peso regionale superiore alla sua tradizionale posizione di equilibrio.
La visita di Araghchi e il linguaggio delle cautele
Il ministro iraniano, prima ancora di partire, aveva annunciato un tour che comprendeva Pakistan, Oman e Russia, spiegando di voler coordinare dossier bilaterali e consultarsi sugli sviluppi regionali. La formulazione non era casuale. Da una parte, serviva a presentare il viaggio come una normale missione diplomatica; dall’altra, lasciava intendere che Teheran stava riallineando interlocutori chiave prima di qualunque passo ulteriore verso Washington. Il portavoce del ministero iraniano ha poi precisato ai media statali che le consultazioni avrebbero riguardato anche “gli ultimi sforzi” per “fermare la guerra”. In altre parole, il viaggio ha una funzione duplice: gestione dei rapporti con un vicino strategico e verifica delle condizioni minime per far ripartire un negoziato più ampio.
Qui conta soprattutto ciò che non è stato detto. Nei resoconti su questa missione non compare in posizione centrale Ghalibaf, che nei colloqui precedenti aveva avuto un ruolo di primo piano nella delegazione iraniana. L’assenza o comunque il minor profilo del presidente del Parlamento iraniano può suggerire una fase diversa del processo: meno esposizione politica, più lavoro tecnico-diplomatico, forse maggiore spazio al ministero degli Esteri nel costruire formule presentabili sul piano interno. È un’inferenza, non una conferma ufficiale, ma coerente con il modo in cui Teheran tende a distribuire responsabilità e visibilità quando la posta in gioco è alta.