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25 aprile 2026 - Aggiornato alle 16:27
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I NEGOZIATI

Islamabad, il tavolo che può cambiare il Medio Oriente: Iran e Stati Uniti tornano a parlarsi, ma solo attraverso il Pakistan

Dietro le porte chiuse della capitale pakistana si gioca una trattativa fragile, opaca e decisiva: non solo per la guerra, ma per il petrolio, i cieli del Golfo e gli equilibri politici di tre capitali sotto pressione

25 Aprile 2026, 16:11

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Islamabad, il tavolo che può cambiare il Medio Oriente: Iran e Stati Uniti tornano a parlarsi, ma solo attraverso il Pakistan

Abbas Araghchi, Ishaq Dar, Kushner e Witkoff

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Gli emissari americani Steve Witkoff e Jared Kushner stanno per arrivare a Islamabad per un secondo round di colloqui con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. La formula, però, non cambia: Teheran continua a escludere un confronto diretto con Washington, e i mediatori pakistani restano l'unico canale attraverso cui i messaggi transitano da una parte all'altra. Il dialogo esiste, ma passa ancora per un corridoio laterale.

Questo secondo appuntamento segue il primo round dell'11 aprile scorso, durato oltre venti ore e conclusosi senza intesa. Da allora la tregua ha tenuto su una linea sottilissima, tra accuse reciproche, mosse navali nello Stretto di Hormuz e tensioni crescenti. Che i colloqui riprendano è già, di per sé, una notizia. Che si svolgano ancora nelle stesse condizioni di ambiguità controllata dice invece che il negoziato è ancora nella fase in cui ciascuno tenta di definire il formato prima ancora del contenuto.

Il Pakistan, mediatore indispensabile

In questa crisi il Pakistan ha visto crescere il proprio peso diplomatico in modo inatteso. Islamabad è oggi il luogo dove passano i messaggi più sensibili tra i due avversari, e il premier Shehbaz Sharif con il ministro degli Esteri Ishaq Dar hanno lavorato per settimane a una mediazione che pochi avrebbero considerato realistica. Il loro valore non dipende solo dalla disponibilità a ospitare i colloqui: dipende dal fatto che nessun altro attore offre insieme prossimità geografica, relazioni con Teheran, accesso a Washington e una cornice abbastanza discreta da permettere a entrambe le parti di salvare la faccia. Araghchi ha incontrato a Islamabad non solo Ishaq Dar, ma anche il capo delle forze armate Asim Munir e lo stesso Sharif, parlando di «linee rosse» negoziali senza renderle pubbliche, ma segnalando che l'Iran intende proseguire la mediazione pakistana «finché non si raggiungerà un risultato».

Un negoziato che si allarga e si complica

La differenza più visibile rispetto al primo round riguarda la composizione della delegazione americana. Al posto del vicepresidente JD Vance ci sono Witkoff e Kushner, figure percepite come più inclini a inserire nel negoziato anche lo stop al sostegno iraniano a Hezbollah, Hamas e agli Houthi in Yemen — una richiesta che Teheran considera irricevibile. Il tavolo, nato intorno a cessate il fuoco e corridoi energetici, rischia così di allargarsi fino a includere l'intero profilo regionale dell'Iran: programmi strategici, sanzioni, rete di alleanze armate, assetto del dopoguerra. Più cresce il numero dei dossier, più cala la probabilità di un'intesa rapida.

C'è poi il problema di una posizione iraniana non percepita come unitaria. Trump stesso ha spiegato di aver esteso la tregua anche perché ritiene difficile, per una leadership divisa tra correnti e centri di potere, presentarsi con una linea coerente. Negoziare con Teheran significa spesso negoziare anche con le sue fratture interne.

Hormuz, il barometro più crudele

A rendere tutto più urgente è lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa il 20% delle forniture globali di petrolio e gas. Il traffico marittimo è rimasto fortemente limitato e lo Stretto è diventato il principale terreno di scontro politico tra Washington e Teheran. Il Washington Post ha riferito del sequestro americano della nave iraniana Touska e dell'abbordaggio della petroliera M/T Tifani: per Teheran si tratta di «pirateria marittima», per Washington di operazioni connesse alle sanzioni. I mercati reagiscono in tempo reale: il 21 aprile il Brent era intorno a 95 dollari al barile, per poi spingersi a 99 dopo l'annuncio di Trump sull'estensione della tregua. Finché Hormuz resterà un collo di bottiglia militarizzato, ogni colloquio sarà letto anche come una variabile energetica.

La tregua regge, la fiducia no

In questo quadro teso, la ripresa dei voli commerciali dall'aeroporto di Teheran — sabato sono ripartiti collegamenti verso Istanbul, Muscat e Medina — è uno dei segnali più concreti che la tregua non è solo una formula diplomatica. Non è una normalizzazione, ma è una parziale restituzione di routine civile, e in Iran, dove la pressione economica è enorme, ogni piccolo ritorno alla normalità diventa argomento negoziale e propagandistico insieme.

Sul tavolo resta però il nodo delle sanzioni: Washington ha indicato che la loro rimozione arriverà solo alla fine di un negoziato riuscito, non all'inizio. Per Teheran significa compiere passi sostanziali senza un sollievo immediato. È in questa asimmetria che si inserisce la resistenza iraniana: la leadership sa di avere bisogno di ossigeno economico, ma ritiene di poter sfruttare la vulnerabilità occidentale sul fronte energetico e il disagio politico di Trump davanti a un conflitto costoso e senza esito rapido.

L'estensione «indefinita» del cessate il fuoco annunciata da Trump non ha risolto il problema centrale: ha solo spostato in avanti la scadenza del fallimento. La domanda vera non è se ci sarà una foto di gruppo o un comunicato finale. È se queste ore serviranno a trasformare una tregua tecnicamente esistente in un processo politico appena credibile. Se il Pakistan riuscirà a ottenere anche solo un piccolo avanzamento — una road map, una convergenza minima su Hormuz o sulle sanzioni — allora il vertice avrà prodotto qualcosa di più di una pausa. Altrimenti, Islamabad rischia di essere ricordata non come l'inizio della de-escalation, ma come l'ultima fermata prima di una crisi ancora più larga.