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L'analisi

La mafia non è solo una questione meridionale, a Milano esiste da almeno ottant'anni: dalla violenza visibile agli affari invisibili

Dalla città dei quartieri occupati e delle lupare a quella delle società di comodo, dei biglietti allo stadio e dei capitali che si mimetizzano: la metamorfosi criminale milanese raccontata nella riedizione di un libro scritto da tre cronisti di razza

26 Aprile 2026, 22:55

23:38

Come le mafie sono cambiate a Milano: dalla violenza visibile agli affari invisibili

foto creata con l'Ia

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La mafia non è solo una questione meridionale. A Milano esiste da almeno ottant'anni. Nella città meneghina hanno lasciato traccia del loro passaggio capi di Cosa Nostra del calibro di Luciano Liggio (arrestato nel 1974 a Milano da latitante), Gaetano Fidanzati e Salvatore 'Robertino' Enea. E non è un caso se a Catania c'è un clan che si chiama Cursoti milanesi. Jimmy Miano partì dal vulcano e approdò nella citta della Madonnina dove decise di fare affari proprio nella capitale della moda e della finanza: soldi facili, bische clandestine, fiumi di droga. E tanto sangue. Gli emissari di Matteo Messina Denaro, fino ai Mazzei "battezzati" dai Corleonesi. La Lombardia è stata terra di conquista di Cosa Nostra siciliana. Ma all'ombra del Duomo sono arrivati anche i boss della 'Ndrangheta che, dopo la morte del killer catanese, sono diventati i criminali più potenti. D'altronde è così in tutta Europa. Affari sporchi, riciclaggio, ristoranti e società. Alcune volte anche grande distribuzione e appalti. Una volta i Laudani di Catania volevano entrare in una gara al Tribunale di Milano. Non ci sono più i sicari in strada, ma i tavoli d’affari. Al posto della lupara, i mafiosi si portano dietro la ventiquattrore. Le ultime inchieste portano allo Stadio di San Siro e ai bonus edilizi. L'inchiesta Hydra inoltre parla di un consorzio fra Cosa Nostra, Camorra e 'ndrine. Una rievocazione del sistema della super cupola che, all'inizio degli anni '90, aveva come quartier generale l'autoparco di Milano. Al posto degli spari si va dal notaio. La violenza non è sparita: serve ancora per proteggere il business.

 

Un secolo di storia criminale milanese è raccontata nella nuova edizione di “Mafia a Milano”, il saggio di Mario Portanova, Giampiero Rossi e Franco Stefanoni, uscito per la prima volta nel 1996 e ora ripubblicato in versione ampliata da Zolfo Editore. Dal dopoguerra, con l’arrivo di ’ndrine e padrini siciliani, ai “misteri d’Italia”, fino alla più recente infiltrazione nel business di San Siro, evocata anche attraverso l’omicidio di Antonio Bellocco. Gli autori lo spiegano con una formula efficace: a Milano le mafie “sparano poco”, investono invece in aziende, immobili, commercio, sanità, ristorazione e rifiuti, e per farlo hanno bisogno di reti politiche, istituzionali e amministrative sempre più solide. È il passaggio dalla mafia che occupa il territorio alla mafia che si confonde con la città.

 

Milano come  Catania per tanti motivi. Per decenni, si è detto che la Lombardia era impermeabile alle mafie. Eppure i segnali c’erano già da molto tempo. Il Comitato Antimafia Smuraglia, istituito dal Comune di Milano con delibera del 13 novembre 1990, rappresentò una svolta culturale prima ancora che politica. La sua relazione conclusiva fu depositata il 14 luglio 1992; e, fatto rivelatore, non venne mai discussa in Consiglio comunale né presentata alla città. Quel documento metteva già a fuoco molti nodi che sarebbero esplosi negli anni successivi: gli appalti, le filiere dei servizi, le infiltrazioni negli atti amministrativi, il rapporto tra economia legale e interessi criminali.

 

Era una scoperta scomoda. Non a caso, la relazione arrivò in un biennio simbolico: 1992-1994, gli anni di Tangentopoli, delle stragi di mafia, della crisi della Prima Repubblica. Anche Milano fu toccata direttamente dalla stagione stragista, con la bomba di via Palestro del 27 luglio 1993, che riportò brutalmente la città dentro la storia nazionale di Cosa nostra. Ma già allora il punto non era soltanto la violenza. I “misteri d’Italia” sono evocati nel libro attraverso figure come Michele Sindona, Roberto Calvi, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Milano è uno snodo dove criminalità, economia e potere si toccano. E fanno affari. Il primo a parlare di Cosa Nostra a Catania fu Carlo Alberto Dalla Chiesa nel 1982 con il giornalista Enzo Biagi. Pochi giorni dopo fu ucciso. Per uno strano destino: la prefazione del libro dei tre cronisti sulla mafia milanese è scritta da Nando Alberto Dalla Chiesa, il figlio del Prefetto di Palermo.

 

La presa di coscienza a Catania è arrivata nel 1993 quando è stato catturato Nitto Santapaola (da poco morto al carcere di Milano, a Opera). Il risveglio della città lombarda risale al 13 luglio 2010. L’operazione Crimine-Infinito, tra Calabria e Lombardia, portò all’arresto di circa 300 persone, di cui 154 solo in Lombardia, e mostrò in modo documentato che al Nord non c’erano soltanto propaggini o infiltrati occasionali, ma un radicamento organizzato della ’ndrangheta.

 

Anche i flussi finanziari danno un’idea della centralità lombarda. Nel rapporto annuale 2024 della UIF della Banca d’Italia, la Lombardia si conferma prima in Italia per segnalazioni di operazioni sospette, con un’incidenza del 19,1% sul totale nazionale; e le province di Milano e Prato risultano le prime per segnalazioni in rapporto alla popolazione, con flussi compresi fra 494 e 382 ogni 100.000 abitanti. Naturalmente, una segnalazione non coincide con un reato né con una prova di mafia. Ma fotografa la densità del rischio, la complessità della circolazione di capitali, la vulnerabilità di un sistema economico vastissimo in cui il denaro sporco può cercare sponde e travestimenti.

 

La metamorfosi mafiosa milanese, allora, non consiste nella scomparsa della forza, ma nella sua diversa funzione. Negli anni del dopoguerra e poi della grande espansione urbana, il controllo passava molto più direttamente dai territori, dai traffici, dalle reti familiari e dalle intimidazioni manifeste. Oggi passa sempre più dalle intermediazioni: il professionista che apre una strada, l’imprenditore che presta una sigla societaria, il referente che facilita contatti, il collettore che muove biglietti, parcheggi, licenze, servizi. La grammatica della mafia è cambiata: un sistema affaristico che però quando, serve, è pronto a usare la forza brutale.