i colloqui
L'Iran fa la voce grossa: «Non trattiamo sotto minaccia»
Stallo nei negoziati Usa-Iran dopo l'annullamento del viaggio degli inviati di Trump: tensione su nucleare e petrolio, mentre la tregua in Libano vacilla tra scontri Idf e Hezbollah
Impasse nelle trattative tra Stati Uniti e Iran, dopo la decisione di Donald Trump di annullare la missione a Islamabad dei suoi emissari Steve Witkoff e Jared Kushner per l’assenza di progressi concreti da parte di Teheran, sullo sfondo di presunte fratture all’interno della leadership iraniana. Intanto scricchiola anche la rinnovata tregua in Libano, con una nuova intensificazione degli scambi di fuoco tra le Forze di difesa israeliane (Idf) e Hezbollah, la milizia filo-iraniana.
Le proposte presentate dall’Iran in un secondo documento «non sono abbastanza» per il comandante in capo statunitense, che ha assicurato come la sparatoria durante la cena dei corrispondenti a Washington, di cui sarebbe potuto essere il bersaglio, non lo distoglierà «dal vincere la guerra in Iran».
«Penso che la guerra con l’Iran finirà molto presto e saremo vittoriosi», ha dichiarato poche ore dopo a Fox News, auspicando che Teheran sia «smart».
«Alcune delle persone con cui stiamo trattando ora sull’Iran sono molto ragionevoli, altre no», ha aggiunto, ribadendo che gli Usa si prenderanno la «polvere nucleare» della Repubblica islamica, ossia l’uranio arricchito: «È parte del negoziato».
Ha inoltre avvertito che le linee di produzione petrolifera dell’Iran potrebbero «esplodere» per accumulo entro tre giorni se il blocco dello Stretto dovesse proseguire, per l’impossibilità di stoccare il greggio nei container o caricarlo sulle navi.
Quanto al sostegno di Pechino a Teheran, ha osservato di non essere «eccessivamente deluso», pur sottolineando che la Cina «potrebbe fare di più».
E ha rinnovato l’invito al dialogo: «Se vogliono parlare, possono venire da noi oppure possono chiamarci. Sapete, esiste il telefono. Abbiamo linee sicure e affidabili».
Dal canto suo, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha detto al premier pakistano Shehbaz Sharif — con Islamabad e l’Oman nel ruolo di mediatori — che Teheran non accetterà «negoziati imposti» sotto minaccia e che gli Stati Uniti devono prima rimuovere gli ostacoli per consentire ai delegati di gettare le basi di un’intesa.
Tra questi, il blocco marittimo nell’area dello Stretto di Hormuz, dove nel Mar Arabico è stata intercettata la Sevan, una delle 19 petroliere sanzionate della cosiddetta «flotta ombra» che trasporta greggio iraniano.
A segnalare l’allontanarsi di ulteriori incontri nella capitale pakistana c’è anche il ritiro delle dotazioni di sicurezza statunitensi da Islamabad: due aerei da trasporto C-17 dell’Us Air Force, con personale, equipaggiamenti e veicoli destinati alla protezione dei funzionari americani, hanno lasciato il Paese.
Sul fronte diplomatico, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi prosegue la sua fitta agenda: dopo il colloquio a Muscat con il sultano dell’Oman, Haytham bin Tariq, è rientrato a Islamabad prima di partire lunedì per Mosca, dove incontrerà Vladimir Putin.
Il braccio di ferro resta sospeso in un limbo — né guerra né pace — e rischia di trasformarsi in una prova di resistenza, mentre entrambe le parti rivendicano successi ma subiscono contraccolpi economici ed energetici.
Secondo alcuni analisti, il regime di Teheran potrebbe reggere per tre-sei mesi, nella speranza che Trump diventi un’«anatra zoppa» dopo le elezioni di midterm.
Nel contesto regionale, Axios rivela che Israele avrebbe fornito una batteria del sistema antimissilistico Iron Dome agli Emirati Arabi Uniti, insieme a missili intercettori e al personale necessario al suo impiego, nelle fasi iniziali del conflitto con l’<strong;>Iran: un ulteriore segnale di avvicinamento tra i due Paesi nello scacchiere mediorientale.</strong;>
Intanto l’estensione della tregua in Libano annunciata da Trump appare sempre più fragile, tra accuse incrociate di violazioni da parte di Israele e Hezbollah.
Nella Striscia di Gaza, almeno tre persone — tra cui una donna — sono state uccise domenica dall’Idf, secondo la Difesa civile locale, mentre un soldato israeliano è morto in un attacco con droni, riferisce Haaretz.