Dall'uranio ai missili, dal petrolio alle sanzioni: tutti i nodi irrisolti tra Iran e Usa
I punti su cui si cerca un accordo globale, ma i negoziati vanno avanti a rilento
Programma nucleare e capacità militari di Teheran; rete di alleanze regionali e regime di sanzioni che da anni grava sull’economia iraniana; controllo dello Stretto di Hormuz.
In attesa della risposta di Teheran alla proposta statunitense, sono questi i principali dossier ancora irrisolti tra Washington e la Repubblica islamica, i capitoli più delicati e divisivi che, senza un punto d’incontro, difficilmente consentiranno di arrivare all’auspicata intesa.
Per Donald Trump (come per Israele) è prioritario che l’Iran «non possa mai avere l’atomica», arma che Teheran afferma di non voler sviluppare, rivendicando però il diritto ad arricchire l’uranio per fini civili.
Secondo gli ispettori internazionali citati dal New York Times, l’Iran dispone complessivamente di circa 11 tonnellate di uranio arricchito che, con ulteriori lavorazioni, potrebbero consentire di produrre fino a 100 ordigni nucleari.
I media americani riferiscono che, nel primo round di colloqui a Islamabad, Washington ha chiesto uno stop di 20 anni al programma di arricchimento; la controparte iraniana avrebbe aperto a una sospensione non superiore ai cinque anni.
Altro capitolo cruciale per gli Stati Uniti riguarda l’arsenale missilistico iraniano. Washington punta a limitare la capacità di Teheran di ricostruirlo, dopo i danni inflitti dalle recenti campagne israelo-statunitensi, e di potenziarlo ulteriormente. L’Iran, sottolinea Al Jazeera, ne ha fatto ampio uso anche nella risposta agli attacchi iniziati lo scorso 28 febbraio e ha più volte segnalato di non considerare questo dossier negoziabile. Dalla tregua annunciata da Trump l’8 aprile, la questione non è stata più sollevata apertamente dalla parte americana, aggiunge la stessa fonte.
Un ulteriore obiettivo di Washington è ottenere che Teheran tagli i sostegni alla propria rete di alleati nella regione (Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen, Hamas a Gaza e le milizie in Iraq). Finora, però, non emergono segnali in tal senso: il regime degli ayatollah ha continuato anche nelle ultime settimane ad appoggiare l’alleato libanese nel confronto con Israele, oggi in apparente stand-by per via della fragile tregua in vigore.
Resta poi il nodo dello Stretto di Hormuz, snodo vitale per il commercio globale. Dopo il primo round di colloqui a Islamabad e l’imposizione di un blocco navale statunitense nell’area, Teheran si è detta non disponibile a nuovi negoziati diretti finché tale misura resterà operativa. Parallelamente, l’Iran ha di fatto imposto un proprio sbarramento nello stretto, disseminandolo di mine e consentendo il transito solo a un numero limitato di navi previo pagamento di un pedaggio, con ripercussioni caotiche sui mercati energetici mondiali.
Infine, Teheran chiede, quale parte integrante di un eventuale accordo, la revoca di tutte le sanzioni statunitensi e internazionali attualmente in vigore e insiste sulla richiesta di riparazioni di guerra.