il caso
Garlasco, i dubbi della famiglia di Chiara Poggi sulla revisione del processo a Stasi
Dura presa di posizione degli avvocati contro i tribunali mediatici: "Inaudito mettere innocenti alla berlina solo per rincorrere qualche punto di share"
A quasi diciannove anni il delitto di Garlasco resta una ferita aperta nel dibattito pubblico, sospeso tra pronunce giudiziarie, piste parallele e un pressing mediatico incessante.
Oggi, di fronte all’ipotesi rilanciata dai media di una nuova revisione del processo a carico di Alberto Stasi, la famiglia di Chiara Poggi interviene con fermezza, denunciando quello che i loro legali, Francesco Compagna e Gian Luigi Tizzoni, definiscono senza mezzi termini uno “sciacallaggio”.
Al centro della contesa c’è la recente inchiesta della Procura di Pavia su Andrea Sempio, i cui atti sono stati trasmessi alla Procura generale di Milano per le valutazioni del caso. Una novità sovrapposta a una presunta riapertura del procedimento nei confronti di Stasi; ma sul piano giuridico la realtà è diversa: al momento non esiste alcuna revisione in corso. Un tentativo in tal senso è stato già respinto in via definitiva dalla Corte di cassazione nel 2021.
In diritto, precisano i legali, l’individuazione di un nuovo indagato non coincide con l’innocenza di chi è stato condannato con sentenza passata in giudicato, soprattutto se l’ipotesi investigativa riguarda un possibile concorso nel reato. Presentare le nuove verifiche come una assoluzione retroattiva di Stasi è, sottolineano, una “scorciatoia narrativa”.
Il fulcro della posizione della famiglia Poggi è il richiamo alle evidenze probatorie cristallizzate nel giudizio di rinvio che, nel 2015, ha condotto alla condanna definitiva a 16 anni dell’ex fidanzato. Tra gli elementi ritenuti dirimenti, gli avvocati citano la falsità del racconto di Stasi, attestata — secondo la sentenza — dall’occultamento della bicicletta nera da donna e dalla sostituzione dei pedali analizzati dai RIS.
Neppure gli sviluppi tecnici più recenti avrebbero mutato il quadro: dall’incidente probatorio, affermano i difensori, le tracce rilevate su oggetti in cucina e tra i rifiuti risulterebbero attribuibili unicamente a Chiara e ad Alberto, senza riscontri davvero significativi a carico di Sempio.
Per i Poggi la misura è colma. Alla stanchezza per un iter estenuante si somma l’indignazione per la trasformazione della loro tragedia in una perenne “materia da palinsesto”. L’uso del termine “sciacallaggio” esprime una protesta morale contro un meccanismo che mette “gratuitamente alla berlina” persone pur di fare audience. La richiesta di Compagna e Tizzoni è perentoria: “Si torni nelle aule, non nei talk”. E se la difesa di Stasi — che ha da poco ottenuto la semilibertà — ritiene di avere elementi nuovi e solidi, li sottoponga al vaglio di un giudice, non ai salotti televisivi.