la sentenza
"No a comunisti ed effeminati". Lo chef Cappuccio condannato a pagare 6mila euro
Le giustificazioni sui media aggravano la posizione del ristoratore. Accolto il ricorso del sindacato: la selezione del personale non può basarsi su filtri ideologici e omofobi
La libertà d’impresa non è sinonimo di licenza di discriminare. È il principio netto affermato dalla recente sentenza del Tribunale di Trento, che ha riconosciuto la condotta discriminatoria del noto chef Paolo Cappuccio.
All’origine del caso, un annuncio diffuso il 4 luglio 2025 su Facebook per la selezione della brigata di un hotel a quattro stelle in Trentino, in vista della stagione invernale. Il testo, anziché illustrare requisiti e mansioni, elencava categorie “escluse” a priori: “comunisti”, “fancazzisti”, “master chef” e persone con presunti “problemi” legati ad alcol, droghe e “orientamento sessuale”.
Il post si chiudeva con l’auspicio di individuare candidati “più o meno normali”. Pur rimosso in seguito, il messaggio aveva già innescato un’immediata e vasta ondata di indignazione pubblica. Nelle settimane successive, invece di correggere il tiro, Cappuccio ha rincarato la dose in interviste a giornali e radio. Nel tentativo di giustificarsi, ha formulato affermazioni gravissime, accostando indebitamente l’omosessualità all’attrazione per i minori e sostenendo che atteggiamenti “eccessivamente effeminati” avrebbero turbato l’ordine in cucina.
Quanto all’esclusione dei “comunisti”, ha spiegato di voler evitare persone inclini a rivendicazioni sindacali, trasformando di fatto l’esercizio di diritti elementari — come richieste su orari e maggiorazioni — in un presunto segno di inidoneità. Non era il primo episodio: già nel giugno 2020 lo chef aveva diffuso un bando dai toni umilianti, con il divieto rivolto a “vagabondi” e a persone “con problemi”.
A promuovere il ricorso è stata la Cgil del Trentino, assistita dagli avvocati Giovanni Guarini e Alberto Guariso, con un’iniziativa dal forte significato non solo giuridico ma anche culturale. Il 28 aprile 2026 la giudice Giuseppina Passarelli ha accolto la domanda, condannando Cappuccio a un risarcimento di 6.000 euro a favore del sindacato, oltre al pagamento delle spese legali, e imponendo — per il suo valore simbolico — la pubblicazione della decisione su un quotidiano nazionale.
Il fulcro della pronuncia è chiaro: quelle espressioni discriminatorie furono inserite all’interno di una procedura formale di selezione del personale. Come evidenziato anche dalle reazioni di sigle quali Uil, UILTuCS e Arcigay, la libertà del datore di lavoro non giustifica l’arbitrio, né consente di violare la dignità delle persone o introdurre filtri ideologici nell’accesso all’occupazione