l'america di oggi
Perché un post su Instagram può costare 10 anni di carcere all'ex capo dell'FBI
James Comey incriminato a livello federale per una foto in spiaggia. È una reale violazione della sicurezza o l'ennesimo atto di una guerra politica iniziata nel 2017?
Da un innocuo scatto di conchiglie sulla battigia a un’incriminazione federale che riapre antiche fratture e pone interrogativi decisivi sulla libertà di espressione negli Stati Uniti. Il 28 aprile 2026 l’ex direttore dell’FBI James Comey è stato formalmente incriminato per presunte minacce al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Al centro del caso figura un post su Instagram del 15 maggio 2025 in cui l’ex capo del Bureau mostrava conchiglie disposte sulla sabbia a comporre la sequenza numerica "86 47".
Sebbene la didascalia accennasse soltanto a "belle formazioni di conchiglie", il Dipartimento di Giustizia vi ha ravvisato un intento illecito. L’atto d’accusa, emesso da un grand jury federale della Carolina del Nord, si compone di due capi: minaccia al presidente e trasmissione interstatale di comunicazione minacciosa. In caso di condanna, il sessantacinquenne rischia fino a dieci anni di reclusione. Il nodo interpretativo è il presunto crittogramma: il "47" rimanderebbe senza ambiguità a Donald Trump, quarantasettesimo presidente, mentre "86" è uno slang che può significare "buttare fuori", "rifiutare" o "sbarazzarsi di", e in accezioni più rare perfino "uccidere". La reazione dell’amministrazione Trump è stata immediata.
Il direttore dell’FBI Kash Patel e l’acting attorney general Todd Blanche hanno definito il post una grave violazione di legge, sostenendo che, per ruolo e esperienza, Comey non potesse ignorare le potenziali conseguenze di un simile messaggio. Dopo l’intervento del Secret Service, l’ex direttore ha rimosso l’immagine, affermando di aver inteso i numeri come un segnale politico non violento e di opporsi a qualsiasi forma di violenza. Lo scontro travalica i confini dei social network e si configura come una complessa controversia di diritto costituzionale. Il processo dovrà tracciare la linea di demarcazione tra l’iperbole politica, protetta dal Primo Emendamento, e una "true threat" (minaccia reale). Alla luce dei precedenti della Corte Suprema, l’accusa dovrà provare che Comey abbia "consapevolmente ignorato un rischio sostanziale" che il pubblico percepisse il messaggio come pericoloso. La difesa, dal canto suo, punterà sull’ambiguità intrinseca di "86" e sull’assenza di un concreto intento lesivo. Sul caso grava il peso di un passato conflittuale: lo strappo tra Trump e Comey esplose nel 2017 con il clamoroso licenziamento del direttore dell’FBI in piena indagine sul Russiagate. Da allora, per l’universo trumpiano Comey è divenuto il simbolo del "deep state" ostile al presidente.
Oggi, in un clima politico ipersensibile e segnato da recenti tentativi di attentato alla vita del capo della Casa Bianca, un enigma tracciato sulla sabbia si trasforma in un severo banco di prova per la giustizia americana, sospesa tra esigenze di sicurezza nazionale, tutela dei diritti costituzionali e l’ombra, mai del tutto sopita, di una vendetta politica.