Il caso
Garlasco, Marchetto insiste: «Omissioni nelle prime indagini e domande non fatte»
L'ex comandante della stazione dei Carabinieri del comune in cui avvenne il delitto di Chiara Poggi, torna su tutti quegli elementi deboli dalla bicicletta nera e agli orari discordanti
Francesco Marchetto, l'ex comandante della stazione dei Carabinieri di Garlasco tra i primi che entrarono nel labirinto investigativo del delitto di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007, torna a parlare dei punti deboli di quella iniziale attività d'indagine.
E la sua tesi, oggi come allora, è semplice e pesante: se alcune domande fossero state poste subito, oggi forse non ci si troverebbe ancora qui.
Il delitto di Chiara Poggi, ventiseienne, resta uno dei casi giudiziari più controversi della cronaca nera italiana. Il corpo della giovane fu trovato nella villetta di famiglia di via Pascoli, a Garlasco, poco prima delle 14 di quel lunedì d’estate, dopo la segnalazione di Alberto Stasi, il fidanzato, poi condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione e oggi in semilibertà. Secondo la ricostruzione richiamata da ANSA, l’aggressione sarebbe avvenuta poco dopo le 9.12, ora in cui venne disattivato l’allarme di casa, e il decesso sarebbe sopraggiunto nel giro di circa 30 minuti. Ma proprio la finestra temporale del delitto, all’apparenza cristallizzata dalle sentenze, continua a essere il punto in cui si addensano nuovi interrogativi.
Oggi quel quadro non è più fermo. Dal 23 gennaio 2025, come ricostruito da Il Giorno, la Procura di Pavia ha riaperto le indagini e il nuovo filone vede Andrea Sempio, amico del fratello della vittima, indagato per omicidio in concorso. Nel frattempo, la procura ha lavorato su nuovi accertamenti genetici, dattiloscopici e tecnico-scientifici; e appena pochi giorni fa, il 24 aprile 2026, il procuratore Fabio Napoleone ha incontrato la procuratrice generale di Milano Francesca Nanni per trasmettere gli esiti dell’inchiesta e valutare perfino l’ipotesi di una revisione del processo che portò alla condanna di Stasi. È un passaggio enorme, ancora tutto da verificare nelle sue conseguenze giudiziarie, ma sufficiente a dire che il caso non è affatto sedimentato.
Il nodo sollevato da Marchetto: “errori e omissioni”
Nelle sue più recenti dichiarazioni, Marchetto insiste su un punto che negli anni ha ripetuto con ostinazione: le prime indagini, a suo giudizio, non sarebbero state sviluppate “a 360 gradi”. Il cuore della sua critica riguarda non solo ciò che fu fatto, ma soprattutto ciò che non fu fatto: domande rimaste inevase, verifiche interrotte, riscontri mai approfonditi. Nell’articolo pubblicato da Il Giorno il 29 aprile 2026, l’ex maresciallo parla esplicitamente di “errori”, “omissioni” e “domande non fatte”, sostenendo che proprio quelle lacune avrebbero contribuito a lasciare aperte crepe investigative che ancora oggi riaffiorano. È una lettura di parte, naturalmente, ma non marginale: arriva da un protagonista diretto delle prime fasi, uno che conosce nomi, verbali, tempi e conflitti interni di quelle ore.
La forza delle parole di Marchetto sta anche nel fatto che toccano un nervo scoperto della vicenda: il rapporto difficile tra intuizione investigativa e prova processuale. Dire che una pista meritava più attenzione non significa trasformarla automaticamente in verità. Ma significa ricordare che un’indagine robusta si regge sui controlli, non sulle impressioni. E, proprio per questo, nel racconto dell’ex comandante torna in primo piano il capitolo della bicicletta nera.
La bicicletta nera: il dettaglio che non smette di tornare
Nel caso di Garlasco, le biciclette non sono mai state un dettaglio minore. Una testimone, Franca Bermani, riferì di aver notato una bici nera davanti alla casa dei Poggi. Negli anni, quel particolare è diventato uno degli snodi più discussi dell’intera inchiesta. Marchetto fu poi processato per falsa testimonianza proprio in relazione al mancato sequestro della bicicletta da donna in uso ad Alberto Stasi: secondo le motivazioni richiamate da Il Giorno, il giudice ritenne che il maresciallo avesse mentito sulle circostanze della decisione di non sequestrarla, una scelta che ebbe un peso probatorio rilevante nel procedimento e che, secondo la sentenza di primo grado del 23 settembre 2016, contribuì a deviare il corso dell’accertamento.
Ma il punto su cui oggi l’ex comandante torna a battere non riguarda soltanto la bici di Stasi. Riguarda, soprattutto, un’altra bici: quella nera che, secondo quanto lui stesso ha sostenuto in diverse interviste, sarebbe stata nella disponibilità della famiglia Cappa e che non sarebbe mai stata verificata con la stessa attenzione. In un’intervista del 24 giugno 2025, Marchetto ha affermato che non venne controllata la bicicletta nera indicata da Bermani e successivamente evocata anche in un’altra testimonianza, quella di Marco Muschitta. Per l’ex maresciallo, quel controllo rappresentava un passaggio elementare: vedere il mezzo, confrontarlo, verbalizzarne caratteristiche e compatibilità, escluderlo o valorizzarlo con metodo. Non farlo, nella sua lettura, significò lasciare un vuoto.
Qui serve prudenza, perché il terreno è scivoloso. Allo stato, non risultano contestazioni formali a carico delle gemelle Paola e Stefania Cappa nel nuovo filone: l’unico indagato indicato pubblicamente dalla Procura di Pavia è Andrea Sempio. Tuttavia il valore giornalistico del rilievo di Marchetto sta altrove: non nell’indicare un colpevole alternativo, ma nel segnalare un problema di metodo. Se esisteva una bici compatibile con la descrizione fornita da una testimone, perché non cristallizzarne subito l’esame? In casi così delicati, la differenza tra una pista seria e un sospetto inconsistente spesso dipende proprio da questi riscontri materiali.
Gli orari della madre di Stefania Cappa e la discrepanza mai del tutto assorbita
C’è poi il capitolo degli orari, forse il più insidioso di tutti. Marchetto richiama una discrasia che negli anni è rimasta sullo sfondo ma non si è mai del tutto spenta: quella tra l’orario riferito dalla madre di Stefania Cappa, Maria Rosa Poggi, e quello indicato da un commerciante che avrebbe detto di averla vista in auto prima. Nella già citata intervista del 2025, l’ex maresciallo sintetizza così la questione: la donna avrebbe dichiarato di essere uscita alle 9.30, mentre un commerciante l’avrebbe collocata alla guida già alle 8.30.
Su questo punto, una fonte d’epoca come La Provincia Pavese, il 27 agosto 2007, riportava che un testimone sosteneva di aver visto Maria Rosa Poggi al volante del suo fuoristrada nero fra le 8.15 e le 8.30 del 13 agosto 2007. Lo stesso articolo ricordava che la donna aveva dichiarato ai Carabinieri di essere uscita alle 9 per fare compere, rientrando a mezzogiorno, e che quell’alibi era stato ritenuto “sufficientemente solido” dopo le verifiche sui negozi. È una discrepanza numericamente limitata, appena una manciata di minuti o poco più, ma nei delitti costruiti sul cronometro anche mezz’ora può cambiare il peso di una presenza, la possibilità di un transito, la tenuta di una versione.
Il punto, ancora una volta, non è trasformare una discrasia in una prova. È riconoscere che gli orari, in questa storia, hanno sempre avuto un valore decisivo. La finestra della morte di Chiara Poggi è infatti uno degli architravi dell’intera vicenda: se il delitto si colloca entro un intervallo ristretto, ogni spostamento, ogni telefonata, ogni avvistamento acquistano un rilievo molto diverso. Per questo la contestazione di Marchetto non va letta come una verità alternativa già pronta, ma come una critica investigativa: se c’era una divergenza, andava esplorata fino in fondo, non semplicemente assorbita.
Il caso Muschitta e il peso delle testimonianze scomode
Dentro questo stesso perimetro si colloca il nome di Marco Muschitta, l’operaio che nel 2007 riferì di aver visto una ragazza in bicicletta con in mano un oggetto metallico, salvo poi ritrattare. Negli ultimi mesi il suo verbale è tornato al centro dell’attenzione mediatica e giornalistica, anche perché la descrizione di quella bici nera e della ciclista è stata più volte richiamata nel dibattito sulle piste alternative. Anche in questo caso, però, la cautela è d’obbligo: una testimonianza ritrattata o considerata inattendibile non può essere trattata come un mattone pieno. Può però tornare utile per una domanda più ampia: fu verificata davvero fino in fondo? Marchetto lascia intendere di no, e il suo ragionamento si salda con quello sulla bici mai ispezionata.
Nel tempo il delitto di Garlasco ha generato una quantità enorme di narrazioni parallele, suggestioni, presunti colpi di scena e ricostruzioni televisive. Proprio per questo, oggi più che mai, bisogna distinguere tra ciò che è provato, ciò che è oggetto di una nuova verifica giudiziaria e ciò che resta soltanto contestazione difensiva o memoria polemica di protagonisti dell’epoca. In questo quadro, le parole di Marchetto hanno un interesse reale quando riportano il discorso sui fondamentali: verbali, sequestri, controlli incrociati, orari, sopralluoghi. È lì che si misura la qualità di un’indagine, non nel rumore che il caso continua a produrre attorno a sé.
Dalla scena del crimine alla nuova inchiesta: perché il passato pesa ancora
La nuova stagione giudiziaria di Garlasco nasce anche da qui: dal fatto che il passato non è mai stato davvero chiuso. Le nuove tecnologie investigative, come ha spiegato RaiNews, hanno consentito alla Procura di Pavia di rileggere reperti e impronte con strumenti non disponibili o non utilizzati allo stesso modo 18 anni fa. Parallelamente, l’inchiesta su Sempio ha riportato in primo piano il tema del Dna sotto le unghie della vittima e altri elementi tecnico-scientifici. Il senso di questa riapertura non è smentire automaticamente tutto ciò che è stato accertato, ma verificare se esistano dati nuovi capaci di modificare il quadro. Ed è proprio in un contesto simile che le vecchie omissioni denunciate da Marchetto tornano a fare rumore: perché ogni verifica mancata nel 2007 oggi pesa il doppio, essendo irripetibile o quasi.
Non è un caso che la stessa ANSA abbia descritto la possibile revisione del processo a Stasi come una strada eccezionale, tutt’altro che semplice, fondata sulla necessità di valutare se le nuove risultanze sull’omicidio e sull’ipotesi di concorso possano incrinare una sentenza definitiva. In altre parole, il sistema giudiziario è arrivato a un tornante delicatissimo: da una parte una condanna passata in giudicato; dall’altra una nuova inchiesta che, se consolidata, potrebbe imporre un ripensamento radicale. In mezzo ci sono proprio i buchi iniziali denunciati dall’ex maresciallo.
Il punto vero: non una pista romanzesca, ma il metodo
La lezione più utile per i lettori, oggi, non è inseguire l’ennesimo personaggio o la prossima rivelazione da talk show. È capire che i grandi casi di cronaca nera si reggono su dettagli apparentemente minimi: una bici controllata o no, un orario verbalizzato bene o male, un teste sentito subito oppure tardi, un confronto fatto o lasciato decadere. Marchetto può avere ragione o torto su singoli passaggi; ciò che resta difficile da ignorare è la centralità delle sue contestazioni sul piano del metodo. E se davvero alcune verifiche non furono eseguite quando si poteva ancora farle bene, allora il problema non riguarda una pista specifica: riguarda la tenuta dell’intera architettura investigativa originaria.
Per questo il caso Garlasco continua a parlare all’Italia molto oltre il destino processuale dei suoi protagonisti. Parla di come si costruisce una verità giudiziaria, di quanto contino i primi rilievi, di come gli errori iniziali possano inseguire un’indagine per decenni. E parla anche di una responsabilità giornalistica: raccontare senza spettacolarizzare, verificare senza cedere alla suggestione, distinguere sempre tra ciò che è provato e ciò che chiede ancora prova. Oggi sappiamo che Andrea Sempio è l’unico indagato nel nuovo filone, che la Procura di Pavia sta valutando passaggi destinati a incidere persino sulla condanna definitiva di Alberto Stasi, e che alcune vecchie anomalie — la bicicletta nera, gli orari, i riscontri mancati — sono tornate al centro. Non sappiamo ancora se quei vuoti porteranno a una verità diversa. Ma sappiamo già una cosa: in questa storia, il tempo non ha cancellato le omissioni. Le ha rese soltanto più visibili.