il caso
30 Aprile 2026 - 23:17
La presenza militare statunitense nel Mediterraneo non è mai apparsa tanto esposta a logiche di ritorsione. Il presidente Donald Trump ha puntato il dito contro Italia e Spagna, accusandole di scarso sostegno durante l’acuta crisi nello Stretto di Hormuz, facendo tremare i palazzi della diplomazia europea. La minaccia è dirompente: valutare il ritiro delle truppe americane dai due Paesi alleati, trasformando basi strategiche costruite in decenni di cooperazione in una mera moneta di scambio politico.
Secondo le fonti citate, l’affondo non è isolato. Segue un precedente annuncio di riduzione delle forze in Germania e rivela una concezione squisitamente transazionale delle alleanze.
La colpa attribuita a Roma e Madrid sarebbe quella di non aver “aiutato” Washington a mettere in sicurezza il cruciale passaggio di Hormuz nel pieno del conflitto con l’Iran.
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha respinto le accuse: «Non ne capirei le ragioni. Come è evidente a chiunque, non abbiamo usato Hormuz. E ci siamo anche resi disponibili a una missione per proteggere la navigazione. Cosa che peraltro è stata molto apprezzata dai militari americani».
Sotto la durezza delle parole, però, le risposte delle due capitali europee delineano strategie di resistenza molto diverse. Da un lato, la Spagna di Pedro Sánchez ha scelto lo scontro frontale. A marzo 2026, il governo ha negato in modo categorico agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi di Rota e Morón per operazioni belliche connesse alla guerra contro Teheran. Il 30 marzo, la ministra della Difesa Margarita Robles ha esteso il divieto persino allo spazio aereo iberico, invocando ragioni di diritto internazionale. Madrid ha dunque optato per un’opposizione esplicita e pubblica, innescando un braccio di ferro diretto e l’ira profonda di Trump.
Dall’altro lato, l’Italia ha adottato un approccio più sfumato e tecnico. A fine marzo, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha negato a Sigonella l’autorizzazione per alcuni velivoli diretti in Medio Oriente. Non una rottura politica plateale, ma un rigoroso richiamo formale: quei voli non rientravano nell’uso logistico ordinario previsto dai trattati bilaterali e difettavano delle necessarie procedure autorizzative. Inoltre, contrariamente alle accuse sommarie provenienti da Washington, l’Italia non è affatto assente a Hormuz: la Marina Militare partecipa, e ha persino assunto il comando, della missione europea EMASoH/AGENOR per la libertà di navigazione nel Golfo, attiva dal 2020. Il vero sgarbo, per Trump, è stato il rifiuto italiano di appiattirsi ciecamente sul modello di guerra imposto dagli Stati Uniti.
Resta il nodo: quanto è credibile la minaccia di svuotare hub cruciali come Sigonella (“Hub of the Med”), Aviano, Napoli, Vicenza, o la spagnola Rota (“Gateway to the Mediterranean”)? I numeri sono imponenti: 12.600 militari in Italia e 3.500 in Spagna, pilastri di un contingente europeo di circa 100.000 unità. Analisti ed esperti avvertono che smantellare un simile apparato comporterebbe costi enormi e richiederebbe anni di riorganizzazione.
Il precedente del 2020 è eloquente: l’annuncio trumpiano del ritiro di quasi 12.000 soldati dalla Germania naufragò per mancanza di fondi del Congresso e per ostacoli logistici insormontabili. Infrastrutture, munizioni e intere catene di comando non si trasferiscono dall’oggi al domani.
Il paradosso della “dottrina Trump”, spesso oscurato dal rumore mediatico, è che la vasta presenza militare in Europa serve anzitutto agli interessi vitali degli stessi Stati Uniti. Basi come Rota e Sigonella assicurano a Washington interoperabilità costante, tempi di reazione rapidissimi e una proiezione di forza imprescindibile verso l’Africa, il Mar Nero e il Medio Oriente. Un disimpegno comprometterebbe in misura significativa le capacità operative americane ben prima di incidere sulla sicurezza europea.
La sfida per l’Europa sarà navigare in questa fase instabile: l’Italia con ogni probabilità continuerà a muoversi nella propria “area grigia” legale, mentre la Spagna dovrà gestire le conseguenze della sua ferma contrapposizione. Sebbene un ritiro totale delle forze americane appaia, nell’immediato, operativamente inverosimile, l’avvertimento resta gravissimo. Dimostra, con drammatica chiarezza, che nell’era Trump bastano poche parole per incrinare decenni di preziosa fiducia atlantica.
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