L'omicidio Poggi
Garlasco e sentenza Stasi: tutte le differenze tra vecchia e nuova ricostruzione
Diciotto anni dopo il delitto, il caso che sembrava cristallizzato in una sentenza definitiva torna a muoversi proprio nel punto più delicato: la sequenza dei colpi, la posizione del corpo, il luogo dell’aggressione.
C’è un’immagine che più di ogni altra racconta il cortocircuito del caso Garlasco: lo stesso corpo, quello di Chiara Poggi, ritrovato il 13 agosto 2007 in fondo alla scala della cantina della villetta di via Pascoli, continua a stare nello stesso punto; ma attorno a quel corpo, nel 2026, cambia ancora la storia che la giustizia prova a raccontare. La scena del crimine non si è spostata di un centimetro. Si è spostata, invece, la lettura della scena. E quando in un omicidio cambia la dinamica, non cambia solo un dettaglio tecnico: cambia il peso degli indizi, cambia la cronologia, cambia perfino il perimetro dei possibili responsabili.
La nuova inchiesta della Procura di Pavia, coordinata dall’aggiunto Stefano Civardi e dalle pm Valentina De Stefano e Giuliana Rizza, ha portato oggi al centro del fascicolo Andrea Sempio, convocato in procura per il 6 maggio 2026. E proprio nell’atto d’accusa, secondo quanto emerso in questi giorni, si affaccia una ricostruzione del delitto diversa da quella che aveva sorretto la condanna definitiva di Alberto Stasi a 16 anni. La novità più rilevante è che, per gli inquirenti, potrebbe esserci stata una colluttazione iniziale tra la vittima e l’aggressore; inoltre gli ultimi colpi sarebbero stati sferrati quando Chiara Poggi si trovava già sulle scale interne. È il punto in cui la nuova ipotesi dei pm si separa con più nettezza dalla vecchia verità giudiziaria.
La vecchia ricostruzione: l’aggressione in casa, il trascinamento, la caduta lungo la scala
La ricostruzione che emerge dalle sentenze su Stasi, e in particolare dal quadro richiamato negli atti giudiziari, disegna una sequenza precisa: Chiara Poggi apre la porta a una persona conosciuta; viene colpita in una prima fase nella zona dell’ingresso, vicino alla scala che porta al piano superiore; segue una pausa nell’azione omicida; poi il corpo viene trascinato lungo il corridoio verso la porta della cantina; lì la vittima riceve altri colpi e viene infine gettata lungo la scala, oppure colpita ancora in corrispondenza del quarto gradino. Nella sentenza del 2013 che annullò con rinvio l’assoluzione in appello, la Cassazione riportava proprio questa scansione: prime lesioni all’ingresso, tracce di strofinio, ulteriore aggressione davanti alla porta a soffietto, quindi caduta o spinta lungo i 13 gradini della scala della cantina.
In quella lettura, il cuore della dinamica era il trascinamento. Le tracce ematiche e le macchie di strofinio venivano interpretate come la prova di un corpo spostato dal luogo della prima aggressione fino all’accesso della cantina. La grossa pozza di sangue ai piedi della scala del piano superiore era attribuita ai primi colpi; le macchie verso la cantina e sui gradini raccontavano invece la seconda fase dell’azione. La vittima, in sostanza, secondo quel modello era già stata ferita gravemente prima di arrivare alla scala interna, e la fase finale serviva a spiegare il punto in cui il corpo fu trovato.
Questa ricostruzione era coerente con l’impianto accusatorio che ha portato alla condanna definitiva di Stasi il 12 dicembre 2015. Non solo perché fissava una dinamica, ma perché offriva un contesto al comportamento attribuito all’unico condannato: il racconto del ritrovamento del corpo, le anomalie ritenute tali nelle sue dichiarazioni, i passaggi sulla scena del delitto, la questione delle scarpe e del possibile mancato contatto con il sangue. La dinamica, in casi come questo, non è mai un semplice sfondo: è il binario su cui corrono tutti gli altri indizi.
La nuova ricostruzione dei pm: colluttazione, caduta, colpi anche sulle scale
La nuova ipotesi coltivata dagli inquirenti pavesi introduce invece almeno tre elementi di rottura. Il primo è l’idea di una colluttazione iniziale. Il secondo è che la vittima sarebbe stata colpita in più fasi, non solo prima del vano scala ma anche quando era già sulla rampa che porta alla cantina. Il terzo è che la dinamica complessiva, proprio per questa scansione più complessa, potrebbe incidere anche sulla tradizionale finestra temporale dell’omicidio. Sono elementi ancora accusatori, non accertati in dibattimento, ma abbastanza forti da cambiare il modo in cui il delitto viene oggi descritto.
Secondo quanto riferito dalle ricostruzioni giornalistiche basate sull’atto notificato a Sempio, l’aggressione sarebbe partita con una fase di contatto diretto: “dopo una iniziale colluttazione”, la vittima sarebbe stata colpita con un corpo contundente, dapprima nella regione frontale sinistra e allo zigomo destro, fino a cadere a terra; poi sarebbero seguiti altri colpi, almeno 12 secondo diverse fonti, compresi quelli ritenuti finali sulle scale. È una differenza sostanziale rispetto al modello precedente, nel quale l’azione terminale era soprattutto associata al trascinamento e alla proiezione del corpo lungo la scala, non a un’aggressione ancora attiva sulla rampa.
Qui il punto decisivo è proprio questo: nella nuova lettura, le scale non sarebbero soltanto il luogo dell’abbandono finale del corpo, ma anche uno spazio ancora “vivo” dell’aggressione. Se questa ipotesi fosse confermata, il racconto ematico della casa cambierebbe di segno. Non più soltanto un corpo ferito trascinato e poi lasciato cadere, ma una sequenza in cui la vittima sarebbe stata ancora colpita quando si trovava già in quella zona. È la differenza tra una scena che si chiude davanti alla porta della cantina e una scena che prosegue dentro la scala.
Il nodo della colluttazione: ciò che la sentenza non diceva e ciò che i pm oggi ipotizzano
Il tema della colluttazione è uno dei punti più delicati. Nelle valutazioni medico-legali richiamate negli anni passati, alcune lesioni agli arti e in altre parti del corpo non erano state considerate univocamente indicative di una lotta corpo a corpo: potevano essere compatibili anche con una caduta, con il trascinamento o con lo scivolamento lungo la scala. È un passaggio importante, perché mostra come il dato anatomico non avesse imposto allora una sola lettura obbligata.
La novità sta nel fatto che oggi la Procura di Pavia ritiene invece possibile una fase iniziale di confronto fisico tra aggressore e vittima. Ciò non significa, allo stato, che esista una prova definitiva di una colluttazione nel senso stretto del termine; significa però che il quadro di insieme — alla luce delle nuove consulenze, della Bloodstain Pattern Analysis del Ris di Cagliari e degli accertamenti affidati a Cristina Cattaneo — viene letto in una chiave diversa rispetto alla sentenza che ha chiuso il processo a Stasi. Fanpage ha riferito che la relazione del Ris è stata depositata ma non ancora resa pubblica alle parti, mentre la consulenza di Cattaneo non risulterebbe ancora depositata.
Ed è qui che il confronto tra vecchia e nuova ricostruzione diventa più interessante ma anche più scivoloso. La sentenza definitiva ha fissato una verità processuale; la nuova inchiesta, invece, propone un’ipotesi investigativa ancora da verificare in contraddittorio. Mettere le due versioni sullo stesso piano sarebbe sbagliato. Ma ignorare che la seconda contraddice in punti essenziali la prima sarebbe altrettanto fuorviante.
L’impronta 33 e gli altri elementi che spingono verso una rilettura
La spinta a rimettere mano alla dinamica non nasce nel vuoto. Uno dei cardini del nuovo fascicolo è la cosiddetta “impronta 33”, la traccia repertata sulla parete delle scale che conducono alla cantina. Nel 2007 quel reperto era stato giudicato inutilizzabile sotto il profilo dattiloscopico; nelle nuove analisi, secondo quanto riferito, sarebbe stato invece rivalutato fino a individuare 15 punti di corrispondenza con il palmo destro di Andrea Sempio. L’indagato, che frequentava la casa come amico di Marco Poggi, contesta il quadro accusatorio; ma il dato tecnico, almeno per la procura, è uno degli assi portanti della nuova lettura.
Anche su questa impronta, però, il terreno resta controverso. La difesa di Stasi sostiene in una propria consulenza che la traccia sarebbe “intrisa di sangue e sudore” e che non sarebbe compatibile con una normale discesa delle scale; altri, compresa la difesa di Sempio e la stessa procura in precedenti passaggi, hanno escluso o ridimensionato la presenza di sangue. In altre parole, persino il reperto oggi più evocato continua a essere oggetto di letture tecniche opposte. Ed è una costante del caso Garlasco: ogni elemento sembra insieme decisivo e contestato.
Il tempo del delitto: perché la nuova dinamica può avere effetti anche sull’orario
Tra le differenze meno appariscenti ma potenzialmente più dirompenti c’è quella sull’orario dell’omicidio. La ricostruzione consolidata nelle sentenze collocava il delitto tra le 9.12 e le 9.35, cioè nell’intervallo tra la disattivazione dell’allarme da parte di Chiara Poggi e l’accensione del computer di Alberto Stasi mentre lavorava alla tesi. Se però la dinamica fosse stata più lunga, più frammentata, con una prima aggressione al piano terra, una possibile colluttazione, una caduta e colpi finali sulla scala, allora anche la durata dell’azione andrebbe riconsiderata. Non è una prova di innocenza per nessuno, ma è uno dei motivi per cui le nuove ipotesi vengono osservate con tanta attenzione.
Il punto più controverso: una sentenza definitiva contro un’ipotesi accusatoria ancora aperta
Oggi la distanza tra le due ricostruzioni può essere riassunta così. La vecchia versione, quella della sentenza, descrive un’aggressione iniziata all’ingresso, proseguita con il trascinamento del corpo e conclusa con la caduta o l’ultimo colpo in prossimità del quarto gradino della scala. La nuova versione dei pm parla invece di una colluttazione, di una vittima che reagisce o tenta di reagire, di colpi distribuiti in più momenti e di una fase finale ancora attiva sulle scale interne. La prima è una verità giudiziaria consolidata; la seconda è una contestazione investigativa che chiama in causa Andrea Sempio, oggi ritenuto dai pm l’unico autore dell’omicidio e non più concorrente con ignoti o con Stasi.
Resta però un punto che il clamore di questi giorni rischia di oscurare: la nuova inchiesta non cancella automaticamente la sentenza definitiva contro Alberto Stasi. Lo hanno ricordato anche i legali della famiglia Poggi, sottolineando che, allo stato, Stasi resta un condannato con sentenza irrevocabile e che il tentativo di ribaltare quella verità processuale dovrà misurarsi con le “evidenze probatorie” già acquisite nel giudizio di rinvio. È il paradosso giuridico e narrativo di Garlasco: due traiettorie diverse convivono nello stesso caso, finché un eventuale nuovo processo o una revisione non decideranno se e quanto quella distanza sia destinata a restare.
In fondo, dopo 18 anni, il punto non è soltanto stabilire chi abbia ucciso Chiara Poggi. Il punto è capire quale storia riesce davvero a stare in piedi davanti alle tracce. Se la dinamica nuova reggerà, allora il caso entrerà in un’altra stagione. Se invece non reggerà, il delitto di Garlasco resterà dov’è rimasto per anni: in quel territorio opaco in cui una sentenza esiste, ma il dubbio pubblico continua a cercare ancora la sua forma definitiva.