Le tensioni
Torino, il Primo Maggio che si spezza: dal corteo per il lavoro agli scontri davanti all’ex Askatasuna LE FOTO
In una mattina nata per parlare di diritti, salari e futuro, una parte della piazza ha cambiato traiettoria: verso corso Regina Margherita, dove la ferita aperta dallo sgombero di Askatasuna è tornata a incendiarsi.
C’è un momento, nelle manifestazioni, in cui il rumore cambia natura. Non è più soltanto il passo del corteo, non è più il brusio dei cori, non è ancora il fragore dello scontro: è l’istante in cui una piazza prende una direzione diversa da quella prevista. A Torino, nel Primo Maggio 2026, quel momento è arrivato quando una parte dello spezzone antagonista ha abbandonato il percorso simbolico della festa del lavoro per dirigersi verso l’ex centro sociale Askatasuna, in corso Regina Margherita 47, sgomberato il 18 dicembre 2025. Da lì, in pochi minuti, la cronaca sindacale ha lasciato posto alla cronaca nera di piazza: tentativo di sfondare il cordone, bastoni contro gli scudi, spray spruzzati verso agenti e militari, quindi la risposta delle forze dell’ordine con cariche e idrante.
La giornata era cominciata con un altro segno e un altro lessico. Il corteo torinese del Primo Maggio, promosso da Cgil, Cisl e Uil, era dedicato al tema del “lavoro dignitoso”, con un focus su contrattazione, nuove tutele e diritti nell’era dell’intelligenza artificiale. Il percorso ufficiale prevedeva partenza da corso Cairoli alle 9, passaggio su lungo Po Armando Diaz, piazza Vittorio Veneto e via Po, fino all’arrivo in piazza Castello, dove era previsto il comizio conclusivo di Giuseppe Filippone, segretario generale della Cisl Torino-Canavese, a nome delle tre sigle confederali. Una manifestazione, nelle intenzioni degli organizzatori, centrata sul lavoro povero, sulla precarietà e sulla sicurezza.
Eppure, già nelle ore che avevano preceduto il corteo, era chiaro che a pesare sulla giornata sarebbe stata la questione Askatasuna. Da giorni gli attivisti avevano annunciato la volontà di trasformare il Primo Maggio nel primo passaggio di ritorno, almeno simbolico, verso la palazzina rossa di Vanchiglia. Il messaggio era stato esplicito: lo spezzone sociale, al termine della manifestazione, si sarebbe diretto verso il quartiere e verso quello stabile considerato “simbolo di ciò che viene tolto e deve essere restituito”. Una linea rivendicata pubblicamente nelle assemblee e rilanciata nei comunicati dei giorni precedenti.
Il corteo ufficiale e lo spezzone che prende un’altra strada
Nel serpentone del mattino, accanto ai sindacati e alle istituzioni, si era infatti formato uno spezzone distinto, riconoscibile nei simboli e nei contenuti. Secondo le prime ricostruzioni, era composto da militanti di Askatasuna, dal comitato di quartiere Vanchiglia Insieme, da realtà No Tav, gruppi pro Palestina e collettivi studenteschi. In una prima fase ha sfilato nel quadro generale del corteo, ma con parole d’ordine proprie. Poi, una volta arrivato in piazza Castello, si è staccato con l’obiettivo di proseguire verso Vanchiglia. Ansa ha parlato di oltre mille persone; altre cronache, nelle prime ore della mattinata, indicavano numeri più bassi per il nucleo iniziale, segno di una partecipazione in evoluzione e di stime ancora non consolidate mentre i fatti erano in corso.

Davanti all’ex Askatasuna: il tentativo di sfondamento e la risposta
Secondo la ricostruzione diffusa da Corriere TV e confermata da ANSA, il gruppo arrivato davanti all’ex Askatasuna ha tentato di superare il cordone predisposto dalle forze dell’ordine. Le immagini e i lanci d’agenzia riferiscono di manifestanti che hanno colpito gli scudi “a bastonate” e spruzzato il contenuto di bombolette verso agenti e militari. A quel punto è scattata la risposta: una carica di contenimento e l’uso dell’idrante. È la sequenza chiave della giornata, ed è quella che sposta definitivamente il racconto dalla contestazione alla violenza di piazza.
Il punto geografico non è casuale. Corso Regina Margherita è diventato, in questi mesi, il confine concreto tra due letture opposte della stessa vicenda. Per le istituzioni è il luogo di uno stabile sottoposto a sgombero e a presidio; per gli attivisti è il simbolo di una sottrazione, di uno spazio che andrebbe restituito al quartiere e alla propria storia politica. Quando il corteo devia verso quel luogo, non sta compiendo solo un movimento fisico: porta allo scoperto una ferita che da dicembre 2025 non si è mai davvero chiusa.
Perché Askatasuna resta il centro della tensione
Lo sgombero del 18 dicembre 2025 ha segnato uno spartiacque. Quel giorno la Digos della polizia di Torino era intervenuta nello stabile occupato da circa trent’anni, chiudendo una stagione lunga, controversa e politicamente divisiva. La vicenda era arrivata dopo mesi di scontro istituzionale e di polemiche cittadine, anche per il tentativo del Comune di Torino di costruire un percorso di regolazione attraverso un patto di collaborazione. Dopo lo sgombero, però, quello scenario si è interrotto bruscamente e la questione è tornata a muoversi su un terreno insieme giudiziario, politico e di ordine pubblico.
Quel patto, firmato il 15 maggio 2025, prevedeva la cogestione di una parte del piano terra e dell’area esterna della palazzina di corso Regina Margherita. Dopo l’intervento delle forze dell’ordine, alcuni proponenti hanno avviato una battaglia legale con richieste di accesso agli atti rivolte a Palazzo Civico, Questura e Prefettura, assistiti dall’avvocata Valentina Colletta, per ricostruire tempi, modalità e legittimità dell’operazione. È uno degli elementi che aiutano a capire perché la partita attorno a Askatasuna non sia soltanto una vertenza di strada, ma un dossier ancora aperto nei rapporti tra quartiere, istituzioni e apparati di sicurezza.
Una tensione che non nasce oggi
Per capire la portata di quanto accaduto il 1 maggio 2026 bisogna tenere insieme anche il passato più recente. Quello attorno ad Askatasuna non è un conflitto improvviso né episodico. Il 31 gennaio 2026, durante una manifestazione nazionale indetta dopo lo sgombero, la città aveva già vissuto ore di gravissima tensione con scontri, lacrimogeni, idranti e un pesante bilancio di feriti e arresti riportato nei giorni successivi dalle cronache nazionali. Poche settimane fa, il 18 aprile 2026, nuove tensioni si erano registrate ancora una volta nei pressi dell’ex centro sociale, con cariche e idranti al termine di una giornata di protesta per la Palestina e contro la guerra.
Non solo. Sul piano giudiziario, il 2 febbraio 2024 la Digos aveva notificato misure cautelari a militanti di Askatasuna per gli scontri del Primo Maggio 2022. Secondo RaiNews, in quell’occasione gli attivisti, in testa allo spezzone sociale, tentarono di superare i cordoni per raggiungere piazza San Carlo, colpendo gli agenti con bastoni e bottiglie; 13 poliziotti rimasero feriti. È un precedente importante, perché mostra come il Primo Maggio torinese, da anni, non sia soltanto una data sindacale ma anche un terreno di frizione periodica tra area antagonista e forze dell’ordine.