l'america di oggi
Così Trump vuole aggirare il Congresso sulla guerra: l'azzardo costituzionale del presidente
La Casa Bianca usa la tregua con l'Iran per aggirare la War Powers Resolution. L'ira del senatore Kaine: "La legge non prevede pause creative"
Mentre i bombardamenti si fermano, si riaccende l’antica contesa sul confine tra i poteri del Presidente e le prerogative costituzionali del Congresso.
La mossa di Donald Trump è insieme abile e controversa: utilizzare il cessate il fuoco raggiunto in aprile come uno scudo giuridico per eludere l’obbligo di chiedere un’autorizzazione formale al Campidoglio.
Al centro dello scontro c’è la War Powers Resolution del 1973, varata all’indomani del trauma del Vietnam per impedire all’esecutivo di trascinare gli Stati Uniti in conflitti prolungati senza un consenso espresso delle Camere.
Il meccanismo è stringente: una volta notificato l’impiego delle forze armate in un’area di ostilità, scatta un conteggio di 60 giorni, allo scadere dei quali le operazioni devono cessare se non interviene un via libera parlamentare; è prevista soltanto un’ulteriore finestra di 30 giorni per garantire un ritiro in sicurezza delle truppe.
Nel caso del conflitto iraniano, avviato il 28 febbraio 2026, la scadenza di questo “timer” costituzionale ricadeva sul 1° maggio 2026.
Posta dinanzi all’alternativa secca tra chiedere l’autorizzazione o avviare il disimpegno, l’amministrazione ha scelto una terza via. In una comunicazione formale ai vertici del Congresso, il Presidente ha sostenuto che le ostilità debbano ritenersi “terminate” grazie alla tregua nel frattempo entrata in vigore.
Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha esplicitato il ragionamento dinanzi al Senato: se le ostilità si arrestano sul terreno, l’orologio legale si blocca.
Questa architettura interpretativa consente a Trump di guadagnare tempo prezioso, evitare un voto insidioso su un dossier politicamente ancora incandescente e mantenere aperta l’opzione di eventuali azioni future, che verrebbero valutate come episodi a sé stanti.
L’opposizione ha reagito immediatamente. Il senatore democratico Tim Kaine, capofila degli sforzi per ridimensionare l’iniziativa autonoma del Presidente sull’Iran, ha respinto con forza questa lettura, accusando l’amministrazione di inventarsi pause “creative” non contemplate dalla normativa.
Il rischio istituzionale, avvertono i critici, è elevatissimo: accettare che una tregua “congeli” il limite dei 60 giorni attribuirebbe alla Casa Bianca un margine ben più ampio di quanto immaginato nel 1973.
Secondo tale impostazione, basterebbero fragili sospensioni tattiche delle operazioni militari per rinviare sine die il momento in cui l’esecutivo deve rispondere politicamente al Congresso.
E sebbene le vibrate proteste e i ripetuti tentativi dei democratici al Senato di bloccare azioni non autorizzate si susseguano, la maggioranza repubblicana continua, per ora, a fare da scudo al Presidente.
La persistenza dello scontro conferma una frattura istituzionale profonda e irrisolta. Il cessate il fuoco annunciato in aprile ha trasformato il successo militare in leva negoziale capace di spegnere i missili in Medio Oriente, ma ha al contempo innescato un incendio interpretativo e costituzionale a Capitol Hill.