Previsioni
Trump alza la pressione: Cuba nel mirino con sanzioni su energia, finanza e petrolio
L'ordine esecutivo del 1° maggio amplia la morsa Usa trasformando la crisi in un rischio politico e umanitario
C’è un’immagine che restituisce meglio di molte analisi il momento cubano: un’isola di quasi 10 milioni di persone che, nelle settimane scorse, ha visto intere città spegnersi per il collasso della rete elettrica, mentre a Washington si preparava un nuovo pacchetto di misure economiche e, sullo sfondo, il presidente degli Stati Uniti lasciava filtrare una frase dal peso politico enorme: dopo l’Iran, gli Stati Uniti potrebbero occuparsi di Cuba “quasi immediatamente”. In un Caribe che per decenni è stato il termometro sensibile del confronto tra grandi potenze, la pressione americana su L’Avana entra così in una fase ulteriore, più aggressiva nel lessico e più ampia nella portata operativa.
Il nuovo passaggio è arrivato ieri, quando Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che amplia il quadro sanzionatorio contro il governo cubano. La Casa Bianca lo presenta come uno strumento per colpire i responsabili della repressione, della corruzione e delle minacce alla sicurezza nazionale e alla politica estera statunitense; nella formulazione giuridica, però, il testo va ben oltre le sole figure politiche e apre alla possibilità di sanzionare persone, entità e reti economiche attive in settori centrali dell’economia dell’isola.
Cosa prevedono davvero le nuove sanzioni
Nel dettaglio, l’ordine esecutivo autorizza il blocco di beni e interessi patrimoniali di soggetti stranieri ritenuti operativi o coinvolti nei settori energia, difesa e materiale connesso, metalli e miniere, servizi finanziari e sicurezza dell’economia cubana. Il testo consente inoltre di colpire non soltanto chi agisce direttamente per conto del governo cubano, ma anche chi ne sostiene le attività, chi ne facilita transazioni, chi è considerato complice di gravi violazioni dei diritti umani o di episodi di corruzione, e chi risulta legato a entità già sanzionate. In altre parole, la misura allarga sensibilmente il raggio d’azione delle autorità statunitensi e introduce una logica di pressione anche sui facilitatori esterni.
La Casa Bianca rivendica esplicitamente che si tratta di un’estensione delle sanzioni esistenti sotto l’ombrello dell’International Emergency Economic Powers Act e collega il provvedimento alla strategia di “responsabilizzazione” del regime cubano. Nel fact sheet diffuso contestualmente, l’amministrazione Trump sostiene che l’obiettivo sia contrastare la “malign influence” di Cuba, accusata di sostenere attori ostili, terrorismo e instabilità regionale. È un’impostazione che non guarda soltanto alla politica interna dell’isola, ma la inserisce in una cornice di sicurezza continentale e mediorientale, accentuando la lettura ideologica e strategica del dossier.
A rafforzare questa impostazione c’è anche la retorica scelta dalla stessa Casa Bianca. Nel documento ufficiale del 1° maggio, l’amministrazione inserisce le nuove sanzioni contro Cuba in una sequenza di operazioni presentate come successi della politica di forza di Trump, dalle azioni contro il narcotraffico all’operazione in Iran. Il messaggio politico è chiaro: la pressione su L’Avana non è un dossier isolato, ma parte di una strategia di proiezione di potenza che la presidenza repubblicana vuole esibire all’opinione pubblica interna e agli alleati regionali.
La frase su Cuba che cambia il tono dello scontro
È in questo quadro che assume rilievo la frase attribuita a Trump sul possibile “controllo” di Cuba. Secondo quanto riportato da El País, il presidente, parlando a una cena privata del Forum Club a West Palm Beach, avrebbe detto che quella presa di controllo non arriverebbe prima di aver “chiuso” il dossier iraniano: “finiremo prima questo, mi piace finire i lavori”, avrebbe spiegato. Non si tratta di un annuncio formale di politica estera né di un documento governativo, ma il valore politico di un’affermazione del genere, pronunciata dal capo della Casa Bianca, è difficilmente trascurabile.
La prudenza, in casi come questo, è necessaria. Non esiste, nelle fonti ufficiali consultate, un piano pubblico americano che definisca una presa di controllo di Cuba nei termini evocati da quella battuta. Ma proprio per questo la frase pesa: perché segnala un linguaggio di potenza che supera la tradizionale grammatica delle sanzioni, delle pressioni diplomatiche e delle accuse sui diritti umani. In un rapporto bilaterale storicamente avvelenato da embargo, crisi migratorie e memoria della Guerra fredda, certe parole non sono mai soltanto parole.
La risposta di L’Avana: “misure illegali e punitive”
Da L’Avana la reazione è stata immediata e durissima. Il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez ha definito le nuove misure americane “coercitive unilaterali, illegali e abusive”. Secondo la ricostruzione diffusa da ANSA Latina e rilanciata anche da altri media internazionali, il governo cubano interpreta il nuovo pacchetto come una forma di pressione collettiva contro la popolazione, non come un intervento mirato contro la leadership o gli apparati di sicurezza. La formula usata da Rodríguez è eloquente: per Cuba, si tratta di un vero e proprio “castigo collettivo”.
Questa linea argomentativa è coerente con la posizione storica del governo cubano, che attribuisce al blocco/embargo statunitense una quota decisiva delle sue difficoltà economiche e sociali. Da anni L’Avana denuncia che le sanzioni americane non colpiscano solo il potere politico, ma ostacolino accesso a credito, energia, commercio internazionale, investimenti, turismo e perfino transazioni bancarie essenziali. La nuova architettura varata da Washington, mirando anche a istituzioni finanziarie o soggetti terzi che facilitino operazioni con entità sanzionate, rafforza proprio questa percezione cubana di strangolamento sistemico.
Una stretta che viene da lontano, ma che nel 2026 accelera
Per capire il significato del nuovo provvedimento bisogna guardare agli ultimi mesi. La mossa del 1° maggio 2026 non nasce nel vuoto: si inserisce in una traiettoria di progressivo irrigidimento. Il 30 giugno 2025, la Casa Bianca aveva annunciato un National Security Presidential Memorandum volto a rafforzare la linea statunitense verso Cuba, ripristinando e inasprendo elementi della politica del primo mandato di Trump. Quel memorandum vietava, salvo eccezioni, transazioni dirette o indirette con entità controllate dai militari cubani, compreso il gruppo GAESA, e ribadiva il divieto legale sul turismo statunitense verso l’isola.
Pochi mesi dopo, nel gennaio 2026, Trump ha firmato un altro ordine esecutivo, dichiarando un’emergenza nazionale rispetto alle minacce attribuite al governo cubano e istituendo un meccanismo per imporre tariffe ai Paesi che vendano petrolio a Cuba. La stessa Casa Bianca ha poi richiamato quel passaggio come parte della catena di misure che ha preceduto la decisione di maggio. È un nodo cruciale: l’energia, più ancora della finanza, è diventata il punto di pressione decisivo sul sistema cubano.
Il vero nervo scoperto: il petrolio, l’elettricità, la vita quotidiana
Il 2026 ha reso plastico il costo di questa pressione. A metà marzo 2026, secondo una ricostruzione di Reuters, la rete elettrica nazionale cubana è collassata lasciando circa 10 milioni di persone senza corrente. Non era un incidente isolato, ma l’acme di una crisi energetica aggravata dalla scarsità di combustibile, dall’obsolescenza degli impianti e dalla difficoltà di assicurare forniture esterne in un contesto di crescente pressione americana sui partner energetici dell’isola.
Già pochi giorni prima, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel aveva ammesso che da tre mesi non entrava carburante a Cuba e aveva confermato l’avvio di colloqui con gli Stati Uniti per tentare di gestire la crisi. Nella stessa occasione, sempre secondo Reuters, aveva parlato di blackout superiori a 12 ore al giorno in gran parte dell’Avana e della necessità di trovare una via d’uscita “attraverso il dialogo” alle divergenze bilaterali. È un passaggio importante: mostra che, dietro la retorica muscolare delle due capitali, esisteva almeno un canale di contatto, per quanto fragile e opaco.
Qui emerge il paradosso del momento cubano. Da una parte Washington aumenta la pressione economica e usa una retorica sempre più assertiva; dall’altra, la stessa gravità della crisi energetica spinge entrambe le parti a non escludere interlocuzioni discrete. Non è una distensione, semmai l’opposto: è il segno che il deterioramento è tale da rendere il dialogo tattico compatibile con l’inasprimento strategico.
Sanzioni e consenso interno: il calcolo politico di Trump
L’offensiva contro Cuba ha anche una dimensione di politica interna statunitense. La linea dura verso L’Avana ha storicamente un peso particolare in Florida, soprattutto in segmenti rilevanti dell’elettorato cubano-americano e venezuelano-americano. Presentarsi come il presidente che non solo mantiene, ma allarga la pressione sul governo comunista cubano consente a Trump di consolidare una narrazione di fermezza anticastrista e anti-autoritaria che, in termini elettorali e simbolici, continua ad avere rendimento. È una logica che già nel primo mandato aveva prodotto la designazione di Cuba come State Sponsor of Terrorism nel gennaio 2021, poi richiamata dalla stessa Casa Bianca tra i punti di continuità della sua strategia.
Allo stesso tempo, la scelta di colpire settori come energia, finanza e miniere indica che l’obiettivo americano non è soltanto segnaletico. La struttura delle nuove misure mira ad aumentare il costo di qualunque rapporto economico con l’apparato statale cubano, disincentivando intermediari, società, banche e partner internazionali. È una tecnica di deterrenza economica che punta all’isolamento progressivo del sistema, non semplicemente alla stigmatizzazione politica del regime.
Ma quanto pesa davvero il fattore embargo?
Su questo punto il dibattito resta apertissimo. Washington insiste sul fatto che la responsabilità principale della crisi cubana ricada su inefficienze strutturali, centralizzazione economica, repressione e cattiva gestione da parte del governo comunista. L’Avana, al contrario, sostiene che il fattore decisivo sia il blocco statunitense, aggravato oggi dalla stretta sull’energia e dalla paura, per banche e operatori stranieri, di finire nel radar sanzionatorio americano. Entrambe le letture intercettano una parte di verità, ma i dati diplomatici mostrano almeno un elemento stabile: sulla scena internazionale l’embargo resta ampiamente isolato.
Il 30 ottobre 2024, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato per l’ennesima volta una risoluzione che chiede la fine dell’embargo economico, commerciale e finanziario contro Cuba, con 187 voti favorevoli, 2 contrari (Stati Uniti e Israele) e 1 astensione. È un voto che non modifica da solo la politica americana, ma misura la solitudine internazionale di Washington su questo dossier e spiega perché L’Avana continui a presentarsi come vittima di una coercizione extraterritoriale condannata quasi all’unanimità dalla comunità internazionale.