English Version Translated by Ai
2 maggio 2026 - Aggiornato alle 08:18
×

Garlasco

Sempio al countdown per la comparizione in Procura, il suo avvocato: "Nessun tentativo di violenza sessuale"

Il Dna sotto le unghie di Chiara Poggi e la traccia 33 restano al centro del nuovo impianto accusatorio di cui si attende la completa rivelazione

02 Maggio 2026, 08:01

08:10

da sinistra Andrea Sempio, Liborio Cataliotti

da sinistra Andrea Sempio, Liborio Cataliotti

Seguici su

La scala della villetta di via Pascoli, a Garlasco, continua a restare il centro immobile di una storia che invece non smette di muoversi. Lì, il 13 agosto 2007, venne trovato il corpo di Chiara Poggi, 26 anni, uccisa nella casa di famiglia. Per quel delitto, nel 2015, è arrivata la condanna definitiva a 16 anni per Alberto Stasi, il fidanzato della vittima. Ma oggi, a distanza di quasi due decenni, l’impianto investigativo della Procura di Pavia racconta un’altra storia: secondo la nuova ipotesi accusatoria, a uccidere Chiara sarebbe stato Andrea Sempio, amico del fratello della ragazza, e avrebbe agito da solo.

Nel nuovo invito a comparire notificato a Sempio, fissato per mercoledì 6 maggio 2026, i magistrati abbandonano la formula del concorso in omicidio e contestano il solo omicidio volontario. Un cambio tecnico che, in realtà, pesa come una dichiarazione: nell’attuale ricostruzione investigativa non ci sarebbero più né complici ignoti né il coinvolgimento di Stasi. Per la Procura, il presunto autore materiale del delitto sarebbe uno soltanto.

Il cuore della svolta: il movente che la Procura mette nero su bianco

È il punto più delicato, e anche il più controverso. Secondo gli inquirenti, l’omicidio sarebbe maturato in un contesto di “motivi abietti”, legati all’odio verso la vittima dopo il rifiuto di un presunto approccio sessuale. È questa la chiave con cui la Procura di Pavia rilegge la morte di Chiara Poggi: non un’aggressione improvvisa senza sfondo, ma un’escalation nata da un respingimento e degenerata in violenza estrema. Alcune ricostruzioni giornalistiche riferiscono che i pm descriverebbero un’aggressione in più fasi e un accanimento violento sul capo e sul volto della giovane.

È un’accusa pesantissima, che però resta, allo stato, una ipotesi investigativa. Non una verità accertata, non una sentenza, non un fatto giudizialmente consolidato. E proprio per questo la reazione della difesa di Sempio è stata immediata. A “Quarto Grado”, l’avvocato Liborio Cataliotti ha definito l’imputazione “fantasmagorica” e “incomprensibile”, contestando soprattutto l’impianto motivazionale: a suo dire, un’aggressione sessuale degenerata in omicidio, senza che vi sia traccia di un tentativo di violenza sessuale, sarebbe un costrutto accusatorio contraddittorio.

La frase del legale coglie un punto essenziale: in questa fase il confronto non è soltanto sulle tracce o sulle perizie, ma sul senso da attribuire a quegli elementi. La Procura prova a cucire indizi vecchi e nuovi dentro una sequenza coerente; la difesa replica che quel racconto supera ciò che i dati possono davvero sostenere. È qui che il caso torna a somigliare, ancora una volta, a una lunga battaglia sulla tenuta delle inferenze.

Perché il cambio da “concorso” a “autore unico” è una svolta vera

Per mesi, nel lessico dell’inchiesta bis, il nome di Andrea Sempio era rimasto legato all’idea di un possibile coinvolgimento non esclusivo. Ora quel perimetro cambia. Secondo ANSA, il nuovo atto della Procura elimina ogni riferimento al concorso “con altri” o con Alberto Stasi. Il risultato è netto: Sempio viene indicato come il solo responsabile del delitto nell’impostazione attuale degli inquirenti.

Non è un dettaglio lessicale. È un passaggio che incide in profondità anche sul versante opposto del caso, cioè sulla posizione di Stasi. Se la Procura oggi sostiene che il delitto fu commesso da un altro soggetto, da solo, la distanza fra la nuova indagine e la condanna definitiva del 2015 diventa più che evidente. Ed è per questo che la difesa dell’ex fidanzato della vittima considera ormai imminente una nuova richiesta di revisione del processo.

Secondo ANSA, i legali di Stasi sarebbero pronti a rivolgersi alla Corte d’Appello di Brescia dopo la discovery degli atti, mentre la stessa Procura generale di Milano potrebbe muoversi nella stessa direzione, sollecitata dai pm pavesi. In altre parole, la nuova inchiesta non è più soltanto un fascicolo autonomo: è diventata una potenziale mina sotto uno dei verdetti più noti della cronaca giudiziaria italiana degli ultimi vent’anni.

Il precedente che pesa: la condanna definitiva di Alberto Stasi

Per capire la portata della svolta bisogna ricordare da dove si riparte. Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva a 16 anni dalla Corte di Cassazione nel dicembre 2015. Nelle motivazioni depositate nel 2016, la Suprema Corte parlò di un “mosaico di indizi” ritenuto convergente verso la colpevolezza, pur in assenza di una prova regina e di un movente chiaro. Secondo quella ricostruzione, fu proprio la familiarità del rapporto tra Chiara e il fidanzato a impedirle di mettersi sulla difensiva.

Oggi, però, quel mosaico si ritrova a convivere con un’altra immagine giudiziaria. Non è ancora stato smontato da una decisione formale, ma è certamente messo sotto pressione da una Procura che indica un altro uomo e un’altra dinamica. È questo corto circuito che rende il caso nuovamente esplosivo: due architetture accusatorie diverse, entrambe interne alla storia dello stesso delitto, non possono restare a lungo senza conseguenze.

Nel frattempo, Stasi ha ottenuto la semilibertà nell’aprile 2025 e continua a scontare la pena in quel regime, dopo che la Cassazione ha respinto il ricorso contro il beneficio nel luglio 2025. Anche questo elemento pesa sul piano pubblico: mentre la nuova inchiesta accelera, l’unico condannato definitivo del caso è già in una fase avanzata dell’esecuzione della pena.

Le prove al centro della nuova inchiesta: il Dna sotto le unghie e la traccia 33

Se il nuovo capo d’imputazione segna la svolta formale, il terreno sostanziale resta quello dei reperti. Le nuove indagini della Procura di Pavia hanno puntato soprattutto su due fronti: i profili genetici recuperati dai margini ungueali di Chiara Poggi e la cosiddetta impronta o traccia 33, individuata sul muro vicino alla scala dove fu trovato il corpo.

Sul primo punto, l’incidente probatorio concluso il 18 dicembre 2025 ha fotografato un quadro che non è univoco ma neppure irrilevante. Secondo quanto riferito da ANSA, la consulenza della Procura e della genetista nominata dal gip, Denise Albani, ha ritenuto il Dna maschile trovato sotto le unghie della vittima compatibile con quello di Andrea Sempio o con componenti della sua linea paterna, parlando di compatibilità “moderatamente forte” in un caso e “moderata” nell’altro. Allo stesso tempo, la stessa perizia ha mantenuto una prudenza decisiva: non è possibile stabilire con rigore scientifico se quel Dna derivi da un contatto diretto o mediato, né se sia stato depositato sopra o sotto le unghie in una dinamica difensiva.

È un punto cruciale, perché introduce una distinzione che in cronaca giudiziaria viene spesso schiacciata: compatibilità non significa automaticamente prova piena di presenza omicidiaria. Può essere un indizio importante, può orientare un’inchiesta, ma ha bisogno di essere inserito in un contesto dimostrativo più ampio.

Sul secondo versante, quello della traccia 33, le cose appaiono ancora più controverse. Gli inquirenti attribuiscono grande rilievo a quella manata sul muro, ma l’intonaco grattato dalla parete non risulta disponibile tra i reperti raccolti, e il tentativo di estrarne Dna non ha avuto successo. In più, da altre impronte repertate nella villetta non sarebbero emersi risultati utili per comparazioni risolutive. È il segno di una difficoltà che accompagna l’intero caso: le nuove tecnologie possono riaprire un fascicolo, ma non sempre trasformano un reperto vecchio in una prova nuova.

L’ultimo interrogatorio prima della chiusura delle indagini

Il passaggio fissato per mercoledì 6 maggio 2026, alle 10, rappresenta l’ultimo snodo prima della possibile chiusura delle indagini preliminari. Andrea Sempio è stato convocato per rendere interrogatorio davanti ai magistrati, ma il clima è quello di uno scontro già aperto su contenuti, metodo e significato dell’accusa. Cataliotti, insieme agli altri legali della difesa, contesta non solo l’ipotesi del movente, ma l’intera tenuta del nuovo impianto accusatorio.

A rendere ancora più complesso il quadro ci sono anche le verifiche tecniche sui computer di Chiara Poggi e di Alberto Stasi. La difesa di Sempio aveva chiesto un incidente probatorio specifico sui pc, ma il gip di Pavia, Daniela Garlaschelli, lo ha respinto il 29 gennaio 2026, spiegando che quelle analisi erano già oggetto di consulenze disposte nell’ambito delle indagini della Procura. In sostanza, gli accertamenti informatici proseguono, ma dentro il perimetro investigativo già aperto dai pm.

Questo dettaglio conta perché ricorda che la nuova inchiesta non vive di un solo elemento, né di un unico reperto simbolico. I magistrati stanno cercando un quadro convergente: tracce genetiche, impronte, rilettura della scena del crimine, dati digitali, cronologie, frequentazioni. Il problema, semmai, è capire se la somma di questi segmenti produca un racconto solido o solo una nuova ipotesi più aggressiva della precedente.

Il rischio più grande: confondere la riapertura del caso con una verità già raggiunta

Nelle ore in cui il caso Garlasco è tornato a occupare talk show, aperture di telegiornali e paginate di cronaca, il punto più serio da non perdere è proprio questo: il fatto che la Procura di Pavia abbia riscritto lo scenario non equivale, di per sé, a una verità processuale acquisita. È una scelta investigativa forte, certamente; è un segnale che i magistrati ritengono di avere elementi sufficienti per indicare un autore unico e un possibile movente; ma resta una contestazione che dovrà reggere al vaglio delle difese, delle udienze e, se ci sarà, del processo.

Eppure la forza simbolica di questo passaggio è enorme. Per quasi vent’anni il delitto di Chiara Poggi è stato raccontato come uno dei casi esemplari della giustizia indiziaria italiana: una vicenda senza confessione, senza arma del delitto ritrovata, senza un movente definitivamente chiarito, ma chiusa da una condanna irrevocabile. Oggi, la nuova inchiesta rimette in discussione proprio quei vuoti, provando a riempirli con un’altra persona, un altro movente, un’altra scena.

La cronaca nera conosce bene questi snodi: sono i momenti in cui il fascino del colpo di scena rischia di prevalere sulla disciplina dei fatti. Ma qui i fatti, anche letti con prudenza, sono già abbastanza forti. C’è un nuovo capo di imputazione. C’è un unico indagato indicato come presunto autore materiale. C’è un movente che la Procura ritiene di poter sostenere. C’è una difesa che parla di accuse incomprensibili. C’è un condannato definitivo che vede aprirsi, forse per la prima volta in modo concreto, la strada di una revisione. E c’è, soprattutto, una famiglia che da quasi 19 anni vive in una vicenda che non trova pace.

Che cosa succede adesso

Nel brevissimo periodo, tutto passa dall’interrogatorio del 6 maggio 2026 e dalla successiva discovery degli atti. Sarà quello il momento in cui le difese potranno misurare davvero consistenza e limiti della nuova ricostruzione accusatoria. Da lì, due binari potrebbero correre in parallelo: da una parte la richiesta di rinvio a giudizio per Andrea Sempio, se la Procura di Pavia riterrà chiuso il cerchio; dall’altra la richiesta di revisione del processo Stasi.

Ma già oggi una cosa appare chiara. Il caso Garlasco non è più soltanto il processo che abbiamo conosciuto: è diventato un terreno in cui una verità giudiziaria definitiva e una nuova ipotesi investigativa si guardano in faccia senza più potersi ignorare. E quando accade in un omicidio rimasto così a lungo dentro la memoria del Paese, il rumore non è solo mediatico. È il suono secco di una domanda che torna dove sembrava chiusa: chi ha ucciso davvero Chiara Poggi?