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Una guerra più impopolare del Vietnam, ma i piani per un nuovo attacco all'Iran sono già pronti sulla scrivania di Trump

Gli americani non vogliono un nuovo conflitto e il Congresso è spaccato, ma i dossier per blitz "brevi ed efficaci" contro Teheran attendono solo il via libera del presidente

02 Maggio 2026, 22:27

22:30

Una guerra più impopolare del Vietnam, ma i piani per un nuovo attacco all'Iran sono già pronti sulla scrivania di Trump

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Lo spettro di un nuovo conflitto torna a incombere sull’Iran. Deluso dalle proposte di Teheran, giudicate insufficienti, e deciso a chiudere la partita, Donald Trump appare sempre meno fiducioso in un’intesa e torna a ventilare l’uso della forza, mentre già volge lo sguardo alla sua possibile prossima “preda”: Cuba. «Le opzioni sono: un’intesa o bombardamenti a tappeto», ha avvertito il presidente, dichiarandosi «non contento» delle misure offerte dall’Iran.

Nell’ultima proposta, Teheran ha messo sul tavolo la riapertura dello Stretto di Hormuz in parallelo alla revoca del blocco statunitense; colloqui sul programma nucleare in cambio dell’eliminazione delle sanzioni; e il riconoscimento da parte di Washington del diritto iraniano ad arricchire l’uranio per fini civili.

Pur riconoscendo «progressi», il commander-in-chief ha osservato che Teheran «chiede cose che non posso accettare. Non sono sicuro che arriveranno mai» dove vogliono gli Stati Uniti. Un pessimismo che fa presagire un imminente cambio di postura americana, con l’abbandono, almeno temporaneo, della pista diplomatica.

A Teheran si dà per scontato che il rischio di una ripresa delle ostilità sia elevato: «È probabile una nuova guerra tra Iran e Stati Uniti», ha dichiarato Mohammad Jafar Assadi, vicecomandante del Comando di Khatamolanbia, assicurando che il Paese è pronto a reagire a qualunque mossa ostile con «misure sorprendenti».

Secondo indiscrezioni, l’Iran starebbe sfruttando la tregua per recuperare armamenti nascosti in profondità. Sul fronte energetico, la Repubblica Islamica avrebbe avviato da giorni una riduzione preventiva della produzione di greggio per evitare la saturazione degli stoccaggi, su cui punta Washington bloccando i porti iraniani.

L’idea statunitense è che impedire all’Iran di esportare petrolio metta sotto pressione la produzione fino a farla «esplodere», indebolendo così la posizione negoziale di Teheran. Le contromisure approntate dagli iraniani — elaborate da anni e, a detta di osservatori, probabilmente sottovalutate dagli Usa — mirano proprio ad aggirare questo scenario, guadagnando tempo.

I piani americani per eventuali raid «brevi ed efficaci» sarebbero già pronti e presentati al presidente: manca solo il via libera. «Dal punto di vista umano non vorrei, ma i bombardamenti sono un’opzione», ha spiegato il commander-in-chief.

Il tempo politico, però, stringe e i malumori interni crescono: il conflitto riscuote tra gli americani un consenso persino inferiore a quello registrato per il Vietnam, e in Congresso infuriano le polemiche — anche tra i repubblicani — sull’autorizzazione all’uso della forza. Trump ha scritto allo speaker della Camera, il repubblicano Mike Johnson, sostenendo che le «ostilità» in Iran sono «terminate» e che, dunque, non vi è bisogno di alcuna autorizzazione per proseguire la guerra.

La Casa Bianca ritiene infatti che il cessate il fuoco in vigore dal 7 aprile abbia interrotto il computo dei 60 giorni previsti dalla legge per la notifica formale al Congresso e la relativa richiesta di proroga. Le imminenti elezioni di metà mandato spingono inoltre il presidente a chiudere rapidamente il dossier iraniano, confidando che entro novembre la guerra scivoli ai margini delle preoccupazioni degli elettori.

L’orologio corre, soprattutto se — come lascia intendere da mesi — decidesse di sferrare l’affondo su Cuba. Per ora, Trump resta in osservazione: «Mi piace finire un lavoro prima di iniziarne un altro», ha commentato con tono scherzoso riferendosi all’Iran. «Non è detto che una portaerei possa però fermarsi a Cuba sulla via del ritorno dal Medio Oriente. Prenderemmo il controllo quasi immediatamente», ha aggiunto.

Immediata la replica dell’Avana: «Nessun aggressore, per quanto potente, otterrà la nostra resa».