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le tensioni

Il dilemma di Roma: rompere con Washington o restare al fianco dell'America

Tra i dazi e la minaccia di ritirare i militari dal nostro Paese, per Giorgia Meloni sono settimane intense con l'opposizione che incalza

02 Maggio 2026, 22:35

22:40

Il dilemma di Roma: rompere con Washington o restare al fianco dell'America

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Attendere e osservare, confidando che anche stavolta gli affondi contro i Paesi europei, Italia compresa, restino minacce sulla carta.

Nel giorno in cui l’esecutivo diventa il «secondo più longevo» della storia repubblicana, a Palazzo Chigi prevale la consegna del silenzio su Donald Trump.

Non solo perché la risposta sui dazi è coordinata da Bruxelles, ma anche perché ai piani alti non si vuole nemmeno contemplare l’ipotesi di un disimpegno statunitense dagli avamposti europei.

«Non ne capirei le ragioni», è l’unico commento, a caldo, del ministro della Difesa Guido Crosetto.

Giorgia Meloni, concentrata negli ultimi giorni sulla politica interna, per ora resta distante dal dossier.

Intanto le opposizioni incalzano: l’esecutivo «reagisca», senza mostrarsi ancora subalterno al presidente americano.

Elly Schlein chiede di ripristinare il fondo per l’automotive; Angelo Bonelli sollecita di revocare l’impegno «folle» a destinare il 5% del Pil alla difesa.

Se gli Stati Uniti dovessero sfilarsi, tanto più urgente diventerebbe rafforzare quello che Meloni ha spesso definito il «pilastro europeo della Nato». Un eventuale ritiro dei militari americani infliggerebbe un colpo difficile da assorbire alla difesa europea, e a quella italiana in particolare: servirebbero anni e miliardi per sostituire il sistema statunitense.

«Senza Usa ci conquistano in un fine settimana», l’amara battuta di un alto esponente del partito della premier.

Di questo nodo, assai sensibile, Meloni potrebbe parlare tra domenica e lunedì a Yerevan con i colleghi europei, a partire dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, nel mirino del tycoon come Roma e Madrid.

Al momento non risultano bilaterali fissati; tra le ipotesi, uno scambio con il presidente svizzero Guy Parmelin, anche lui in Armenia per il vertice della Comunità politica europea.

La premier si tratterrà il minimo indispensabile: in agenda c’è anche l’Azerbaigian, nuova tappa del «tour del gas» inaugurato con le visite in Algeria e, a sorpresa, nel Golfo.

La missione è stata ridotta all’osso: il tempo di co-presiedere con Emmanuel Macron una riunione della coalizione contro la droga e di partecipare al tavolo sulle minacce ibride.

Meloni vuole allontanarsi il meno possibile e ha in programma una serie di appuntamenti nazionali: mercoledì in Friuli per l’anniversario del terremoto, poi venerdì alla Triennale di Milano per un evento con gli agricoltori, sua storica base elettorale.

Obiettivo dichiarato: percorrere il Paese e illustrare i risultati «concreti» ottenuti per cittadini e imprese, come i «circa 1000 posti stabili in più al giorno» messi in evidenza dal sottosegretario alla Presidenza, Giovanbattista Fazzolari, o i «21 miliardi» rimasti «nelle tasche degli italiani» grazie al taglio dell’Irpef e del cuneo fiscale.

Numeri, questi, che i documenti interni di FdI indicano come esempi del «miglioramento concreto della vita quotidiana degli italiani», l’altro volto della stabilità di governo.

Resta la preoccupazione per la congiuntura: se la guerra in Iran non dovesse concludersi a breve, Meloni sa che su questo dovrà rispondere agli italiani.

Mancano, a quanto filtra, contatti recenti con Washington; sono invece intensi quelli con Bruxelles.

L’idea è convincere i partner della necessità di considerare anche le spese per l’energia come investimenti in sicurezza e difesa, un tentativo che porterà avanti anche il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, al prossimo Ecofin del 5 maggio, che pure ufficialmente non ha la crisi energetica tra i punti in discussione.

Nel frattempo, incassata la nona rata, si valuta un’ultima revisione del Pnrr per dirottare fondi verso i comparti più colpiti, dall’autotrasporto alle imprese energivore.