Lutto
Morte Zanardi, "A mezzogiorno stava bene, la sera non c’era più": il dolore della madre del campione
Resta l'eredità sportiva e civile di quello che è stato un grande esempio di resilienza. I funerali il 5 maggio a Padova
A volte una vita intera, persino una vita che ha insegnato a milioni di persone il significato della parola resistenza, si spezza nel giro di poche ore. Non in pista, non sotto i riflettori, non nel clamore di una sfida impossibile. Ma in una stanza, in una giornata qualunque, dopo un pranzo, dopo una mattina che sembrava ancora abitabile. È questo il punto che più ferisce nelle parole di Anna Zanardi, madre di Alex: non solo la morte, ma la sua brutalità improvvisa. “A mezzogiorno stava bene, la sera non c’era più”: in questa frase, asciutta e tremenda, c’è tutto il vuoto che oggi circonda la famiglia di Alessandro Zanardi, morto improvvisamente la sera del 1° maggio scorso a 59 anni.
La donna, che vive nella casa di famiglia a Castel Maggiore, ha raccontato il suo dolore con parole che non cercano enfasi e proprio per questo colpiscono di più. Ha parlato di un figlio “dolcissimo”, di un uomo che per lei era “il massimo”, e di uno choc che resta ancora senza una spiegazione pubblica definitiva. Secondo quanto riferito dai familiari e ripreso da più fonti, il decesso sarebbe arrivato all’improvviso, in una fase in cui le condizioni generali di Alex non lasciavano immaginare un crollo così rapido; si è parlato, con prudenza, di possibili complicazioni acute, ma al momento non risulta comunicata una causa ufficiale dettagliata.
Il racconto di una madre: dolore, incredulità, memoria
Il cuore dell’intera vicenda resta nelle parole di Anna, oltre 80 anni, già segnata in passato da altri lutti familiari. Nell’intervista rilanciata da testate nazionali, la madre di Zanardi restituisce un’immagine domestica, quasi privata, lontana dal monumento pubblico in cui negli anni il campione era stato trasformato: non il mito, ma il figlio. Un figlio capace di riempire la casa, di lasciare dietro di sé una quantità immensa di affetto, di telefonate, di messaggi arrivati “da tutto il mondo”.
È un dettaglio importante, perché restituisce la doppia dimensione della perdita. Da una parte c’è il lutto privato di una madre che si domanda, quasi smarrita, “come farò adesso”; dall’altra c’è il lutto collettivo per un uomo che, molto oltre i risultati sportivi, aveva finito per incarnare un’idea tenace e concreta di rinascita. Anna non usa parole retoriche. Non costruisce l’agiografia. Dice, semplicemente, che fino a poche ore prima Alex stava bene. E proprio questa normalità spezzata rende la notizia ancora più difficile da accettare.
Una morte improvvisa dopo anni di cure e riabilitazione
La scomparsa di Alex Zanardi è stata annunciata dalla famiglia con una nota diffusa il 2 maggio. Nel comunicato si parla di una morte avvenuta “improvvisamente” nella serata del giorno precedente, e si sottolinea che il campione si è spento serenamente, circondato dall’affetto dei suoi cari. È un passaggio che, pur nel linguaggio inevitabilmente sobrio delle comunicazioni ufficiali, aiuta a comprendere il tono con cui la famiglia ha scelto di attraversare questo momento: discrezione, riserbo, richiesta di rispetto.
Negli ultimi anni la vita di Zanardi era stata scandita da un percorso lunghissimo e complesso di riabilitazione, successivo al gravissimo incidente del giugno 2020 in Val d’Orcia, durante una tappa di Obiettivo Tricolore. Dopo mesi di ricoveri e trasferimenti tra strutture sanitarie, nel dicembre 2021 era tornato a casa a Noventa Padovana, dove la famiglia aveva organizzato la prosecuzione delle cure in un ambiente il più possibile protetto e familiare.
Quel quadro, però, non è mai stato davvero lineare. Nel 2022, un incendio sviluppatosi nella villa di Noventa Padovana e collegato all’impianto fotovoltaico aveva creato nuovi problemi logistici e sanitari, danneggiando anche parte dei macchinari necessari all’assistenza. Da allora, secondo le ricostruzioni concordanti, si era resa necessaria un’alternanza più frequente fra casa e strutture specializzate, tra Vicenza e Padova, con monitoraggi continui e fasi diverse di recupero.
Eppure, proprio qui sta uno degli elementi più spiazzanti di questa morte: chi gli era vicino non segnalava un peggioramento drammatico imminente. C’erano stati, negli ultimi giorni, qualche linea di febbre, una lieve difficoltà respiratoria, un po’ di tosse. Segnali che, stando alle ricostruzioni giornalistiche, non erano apparsi fuori scala rispetto alla fragilità clinica degli ultimi anni. Poi, in poche ore, il precipitare della situazione.
I funerali il 5 maggio nella Basilica di Santa Giustina
L’ultimo saluto ad Alex Zanardi si terrà martedì 5 maggio 2026, alle 11, nella Basilica di Santa Giustina, in Prato della Valle, a Padova. La data e il luogo sono stati comunicati ufficialmente dalla famiglia, attraverso una nota rilanciata da ANSA. Nello stesso messaggio, la moglie Daniela Manni e il figlio Niccolò hanno voluto ringraziare “le tantissime persone” che in queste ore hanno manifestato vicinanza e affetto, leggendo in quella partecipazione la prova di quanto profondo sia stato il messaggio umano lasciato da Alex.
La scelta di Padova non è soltanto logistica. È il luogo dove Zanardi aveva ricostruito, per quanto possibile, la sua quotidianità dopo il ritorno a casa. Noventa Padovana, dove viveva con Daniela e Niccolò, è diventata negli anni il punto fermo di una vita sottratta alla ribalta pubblica ma non al lavoro paziente del recupero. È lì che la sua storia ha conosciuto l’ultimo, lunghissimo tratto: meno visibile, meno narrato, ma non meno importante.
Non solo un campione: perché il suo nome ha attraversato generazioni
Per capire la portata emotiva di queste ore bisogna ricordare chi sia stato Alex Zanardi per l’Italia, e non solo per l’Italia. Nato a Bologna il 23 ottobre 1966, è stato pilota in Formula 1 negli anni Novanta, con Jordan, Minardi, Lotus e Williams, disputando 41 Gran Premi. Ma il suo nome è entrato nella storia soprattutto grazie alla carriera americana: i due titoli CART, vinti nel 1997 e nel 1998, lo hanno consacrato tra i grandi del motorsport internazionale.
Poi arrivò il disastro del Lausitzring, in Germania, nel 2001: un incidente devastante, a quasi 200 miglia orarie, gli costò l’amputazione di entrambe le gambe e rischiò di ucciderlo. Molti, allora, pensarono che la sua parabola pubblica fosse finita. Fu invece l’inizio della seconda vita di Zanardi, quella che ne avrebbe fatto un simbolo ancora più forte del pilota che già era stato.
Nel paraciclismo, e in particolare nell’handbike, Alex è diventato una figura dominante. Il profilo ufficiale del Comitato Paralimpico Internazionale ricorda i 4 ori e i 2 argenti conquistati ai Giochi Paralimpici di Londra 2012 e Rio 2016: oro nella cronometro e nella gara su strada a Londra, argento nella staffetta; poi ancora oro nella cronometro H5 e nella staffetta mista, più argento nella gara su strada a Rio. Un palmarès enorme, ma soprattutto una successione di immagini che hanno riscritto il modo in cui il grande pubblico guardava alla disabilità e allo sport paralimpico.
Il progetto oltre le medaglie: Obiettivo3 e l’eredità concreta
Ridurre Zanardi a una storia di “coraggio” sarebbe, oggi più che mai, troppo poco. La sua eredità è anche organizzativa, culturale, civile. Nel 2017 ha dato forma a Obiettivo3, progetto nato dall’idea di reclutare, avviare e sostenere persone con disabilità che volessero avvicinarsi allo sport. Sul sito ufficiale dell’organizzazione si ricorda che l’intuizione maturò alla vigilia delle Paralimpiadi di Rio 2016: condividere opportunità, trasformare l’esperienza individuale in possibilità concreta per altri.
È un punto decisivo, perché spiega perché la sua morte venga avvertita come la perdita di un riferimento che andava ben oltre il gesto atletico. Zanardi non si limitava a rappresentare un esempio: costruiva strumenti, relazioni, percorsi. Seguiva le storie degli atleti di Obiettivo3, ne accompagnava i progressi, continuava a restare presente anche negli anni più difficili, quando la sua esposizione pubblica era diventata minima. Secondo le ricostruzioni degli ultimi giorni, proprio i risultati di quegli atleti e i progetti legati a Obiettivo Tricolore facevano ancora parte delle sue giornate, del suo orizzonte quotidiano.
Bologna e l’Italia del cordoglio
Se Padova ospiterà i funerali, Bologna resta la città delle radici e della memoria pubblica. Il sindaco Matteo Lepore ha definito Zanardi “uno dei più grandi campioni, di sport e di vita”, ricordando che nel 2012 il Comune di Bologna gli conferì il Nettuno d’Oro, la massima onorificenza civica, per aver onorato la città e per l’impegno sociale capace di ridare speranza a molte persone con disabilità. Anche il cardinale Matteo Zuppi ha parlato di lui come di un “lottatore di speranza fino alla fine”.
Non sono soltanto formule di circostanza. La reazione delle istituzioni, del mondo sportivo e dell’opinione pubblica misura la profondità del segno lasciato da Alex. La Formula 1 lo ha ricordato come uno dei personaggi più amati del motorsport. La FIGC ha disposto un minuto di silenzio prima delle gare del weekend. Sono gesti simbolici, certo, ma raccontano bene quanto la sua figura abbia attraversato mondi molto diversi: l’automobilismo, il paralimpismo, il sociale, perfino l’immaginario collettivo di chi lo aveva seguito senza essere un appassionato di sport.
Gli ultimi giorni e la misura del silenzio
Negli ultimi sei anni, dopo l’incidente del 2020, attorno a Zanardi si era formato un silenzio protettivo, voluto dalla famiglia e generalmente rispettato. Non un mistero, ma una forma di tutela. Le notizie arrivavano rare, misurate, sempre subordinate alla necessità primaria di custodire il percorso di cura. Anche per questo, la sua morte improvvisa ha colpito in modo tanto forte: l’Italia non stava più seguendo quotidianamente il suo decorso, ma continuava a pensarlo come una presenza resistente, appartata, ancora lì.
In queste ore riemerge così un paradosso che appartiene a molte grandi figure pubbliche: più si erano ritirate dallo sguardo degli altri, più sembravano destinate a restare. Anna, con la sua frase sul mezzogiorno e sulla sera, rompe questo paradosso in modo definitivo. Fa entrare tutti dentro la brutalità della cronaca e, insieme, dentro la verità di una perdita privata. Non l’eroe che resiste per sempre, ma un figlio che una madre non riesce a concepire morto.
L’uomo dietro il simbolo
Forse il punto più giusto da cui guardare oggi la storia di Alex Zanardi è proprio quello indicato da sua madre. Prima del campione, prima del personaggio, prima dell’icona della resilienza, c’era una persona capace di tenere insieme leggerezza e disciplina, ironia e rigore, competitività e cura per gli altri. È questo intreccio che ha reso così universale la sua figura. Non la perfezione, ma la concretezza con cui affrontava ogni nuova condizione, ogni limite, ogni ripartenza.
Ora resta il dolore della famiglia, che chiede rispetto. Resta il funerale di martedì 5 maggio, che sarà inevitabilmente un momento pubblico ma che nasce prima di tutto come rito intimo di commiato. Resta una madre che prova a dare un nome all’assenza e non ci riesce. Resta un Paese intero che, attraverso quella voce spezzata, capisce forse meglio di prima che cosa abbia davvero perduto. Non solo un campione capace di rialzarsi dopo l’impensabile. Ma un uomo che, per decenni, aveva insegnato a guardare il limite senza abbassare lo sguardo.